Lug 25, 2017 - Senza categoria    No Comments

Daverio, Venezia e un cadavere

«Venezia è ormai un turistodromo, un cadavere con un numero di abitanti pari a un terzo delle sole prostitute che la abitavano nel Settecento. Una città a cui può ridare vita solo l’Europa, trasformandola nella terza captale dell’Unione europea, quella culturale, oggi assente. E Venezia è l’unica città che può ricoprire questo ruolo». Philippe Daverio non le manda a dire, anche a Venezia, che pure ama, riamato dai Veneziani, che lo hanno accolto ieri come una rockstar, stipando gli 800 posti del teatro Goldoni, dove il critico e storico dell’arte è stato chiamato ieri a tenere il secondo appuntamento con “I Dialoghi” della Fondazione Giancarlo Libabue, ora guidata dal figlio Inti che ne ha raccolto il testimone. “Venezia Madre dell’Arte – Sguardi antichi e moderni: istruzioni per l’uso” era il tema della conversazione, introdotta da Adriano Favaro. Per riuscirlo a sentire, per persone sono rimaste in coda a lungo fino in campo san Luca e in centinaia sono r
imasti

Ora tale fenomeno e diffuso perche e piu facile fare soldi con il turismo che con nuove attivita economiche. Mia nonna dirigeva la piu grande fabbbrica di merletti di Burano. Oggi i piu grandi produttori di merletti sono i cinesi e le loro fabbriche sono nei bassi di Napoli.
Cio significa che occorre cambiare prospettiva e che dobbiamo vedere la rrealta nella sua cruda verita.

Lug 15, 2015 - venezia ambiennte    No Comments

R. Cessi L’evoluzione storica del problema lagunare

ROBERTO CESSI

EVOLUZIONE STORICA DEL PROBLEMA LAGUNARE

SOMMARIO: I. L’estensione della laguna nell’età romana. – 2. La frattura dell’unità territoriale lagunare nei primi secoli medioevali. – 3. La difesa dell’integrità lagunare prima della conquista della terraferma. – 4.Il problema lagunare nel quattro e cinquecento e le nuove dottrine idrauliche. – 5. Tre secoli di opere: dal sec. XV al XIX. – 6. La difesa dal mare e il problema portuario.

1- Tra la fine del sec. XV e il sec. XVI, da Marco Cornaro a Cristoforo Sabbadino, ad Alvise Cornaro e alla larga schiera dei « proti » del Magistrato alle acque ( 1), era definita e precisata l’originale dottrina idraulica, alla luce della quale furono informate la secolare politica e l’azione pratica governativa veneziana per la difesa e la conservazione del regime lagunare. Tali prospettive traevano conforto da due circostanze fondamentali, dalla estensione dell’esercizio della sovranità sopra tutto il retroterra veneto, che era stata effettuata nel corso del sec. XV, in guisa da poter compiere il controllo su tutto il sistema idrografico convergente sopra la laguna e regolarlo in funzione delle esigenze lagunari, e dalla definitiva frattura dell’originaria unità lagunare, in virtù della quale la più ristretta area « veneziana » tra Piave e Brenta aveva assunto una precisa definizione funzionale autonoma.

 

1 Si vedano le scritture di Marco Cornaro nell’edizione a cura di G. PAVANELLO nella raccolta degli «Antichi scrittori di idraulica veneta», edita dall’Ufficio idrografico del Magistrato alle acque di Venezia, Venezia, Ferrari, Vol. I ; quelle di Cristoforo Sabbadino e Alvise Cornaro a cura di R. CESSI, ivi, Vol. III, p. 1 e 11, e quelle dei «proti» del sec. XVI, a cura di R. CESSI, ivi, Vol. IV. Cfr. pure ZENDRINI, Memorie storiche dello stato antico e moderno della laguna di Venezia e di que’ fumi che restarono divertiti per la conservazione della medesima, Padova, 1811, Vol.1.

A prescindere dal processo, traverso il quale si è formata in tempi antichissimi la struttura lagunare sulle coste adriatiche nord-occidentali (è materia di geologi e di geografi (1)), non vi è dubbio che in un certo periodo della sua evoluzione lo specchio d’acqua introcluso tra il cordone litoraneo e il margine continentale presentava organica continuità nella sua massima estensione da nord-est (ove sorse Aquileia) a sud-ovest (all’altezza di Ravenna), sì da offrire l’aspetto classico di mare. Per lungo tempo la naturale opera di sedimentazione con l’apporto fluviale incontrollato non aveva mutato sensibilmente tale fisionomia, com’era inevitabile accadesse allorchè mutò l’irregolare deflusso delle acque continentali in laguna. Una eco della più limpida e omogenea distesa lagunare di tempi anteriori si perpetua ancora in scrittori più recenti, testimoni di uno stadio di evoluzione ormai abbastanza avanzato. Il ricordo di città, da Ravenna a Spina, ad Adria, ad Altino, quale ricorre in Strabone, poste in antico sul mare, e ora più o meno collocate tra paludi (2), rivela la successione di due momenti diversi e il passaggio del regime lagunare dallo stato marittimo allo stato mediterraneo, secondo l’espressione straboniana, e cioè allo stato continentale. Spina era celebre e grande città, che si affacciava al mare un tempo; al tempo di Strabone era in piena dissoluzione, era un vicus (un χϖµιον), dopo aver perduto non solo la sua potenza politica, ma anche la sua validità fisica: la palude aveva sopraffatto le sue strutture. Anche Ravenna e Adria, sebbene in misura minore, forse perché più recenti e meno insidiate, avevano risentito dell’offesa di natura: anch’esse erano circondate da paludi, costrette a prosperare in mezzo a paludi. In definitiva Strabone constatava l’esistenza di uno stadio di impaludamento, specialmente intorno ai centri urbani costieri, prodotto dai depositi fluviali, quando ancora le grosse correnti provenienti dalla terraferma non scorrevano in un letto ben definito da arginature più ò meno naturali, ma seguivano il corso tracciato dai canali naturali di laguna. È fuor di dubbio

1 Cfr. BIANCHI F., Origine e conservazione della laguna di Venezia, Venezia, Zanetti, 1939, p. 5 sgg. ; CUCCHINI E., La laguna di Venezia e i suoi porti, Roma, stabil. tip. del Genio Civile, 1912, p. 5 sgg. ; VISENTINI e BORGHI, Le spiaggie Padane, 1938.

2 STRABONE, Geogr., V, 1, 7-8. Vedi PAVANELLO, Scritture di Marco Cornaro cit., 113 sgg.

che nelle descrizioni di Strabone e di Plinio i fiumi (1), che defluivano dal continente, mettevano foce in laguna e la loro corrente raggiungeva gli sbocchi portuali per tramite di canali lagunari: così il Tagliamento e limitrofi fiumi al porto Remontino; così la Livenza all’omonimo porto; Piave-Sile per il canale di Equilo ; il Medoaco all’omonimo porto, cui lasciò il nome nei secoli (Medoacus, grecizzato Matamaucus, Malamocco) ; così si dica per l’Adige, che mettendo foce a Cavarzere (Caput aggeris e il nome è reminiscenza di più antico stato), sboccava in mare traverso una delle tante fosse (canali naturali o scavati dall’uomo), che si aprivano sul litorale (2). E lo stesso Po,

 

1 La descrizione pliniana (PLINIO, Nat. Hist., III, 18) segue i lembi della terraferma non la linea littoranea, e in quest’ordine fa seguire il Sile (forse Sile-Piave), Altino, la Livenza e il suo porto, Concordia, i fiumi (forse il Lemene, il Lugugnana) col porto Remontino, i due rami del Tagliamento (maius et minus) e gli altri fino ad Aquileia. D’altra parte non è dubbio che al tempo di Strabone il Medoacus sboccava in laguna e raggiungeva la bocca litoranea traverso canali lagunari. Strabone, al pari di Livio, ricorda che i padovani raggiungevano il mare con discreta navigazione lungo il Medoacus fino al limite di terraferma e poi traverso le paludi (Παταουιον – εχει δε ϑαλασσης αναπλουν ποταµψ δια τϖν ελϖν ϕεροµενψ σταδιων – εχλιµενος – µεγαλου – STRAB., V, I, 7) : altrettanto si dica per le altre città continentali, quali Oderzo, Concordia e Aquileia.

2 Il settore lagunare meridionale, quale appare in Plinio in stadio di avanzato interrimento, di cui erano effetto la scomparsa di Spina e la decadenza di Adria, era dominato dai Septem Maria, percorsi da fosse e da canali, che mettevano capo a ostia litoranei : oltre i rami più meridionali del Po (lo spinaticum, il Sagis, il Volano), si registrano la fossa Flavia, che apriva il cammino ad Adria, la fossa Carbonaia, le fosse Filistine (ultimo tronco forse del Tartaro), le acque dell’Adige e del Togisano (Bacchiglione ?), di cui pars eorum et proximum facil Brundulam (si noti il valore del termine pars, come indice di un deflusso per lo meno irregolare), e infine Medoaci duo ac fossa Clodia, che convergevano sul porto Edronem (Chioggia ?). Notevole (la rilevare la diversione dei Medoaci dallo sbocco lagunare mediano, quale era segnalato da Strabone (χαλειται δ’δ λιµνην Μεδδαχος δµωνυµως τψ ποταµψ – STRAB., V, 1, 7) : ed è verosimile presumere che fosse stato aperto un canale, atto a condurre buona parte, se non tutte le acque del Modoacus (e non senza ragione Plinio parla di Meodoaci duo per rilevare la congiunzione dei due rami nel corso inferiore), nel porto Edromen in congiunzione o attraverso la fossa Glodia, canale, che per la sua funzione e struttura doveva prendere il nome di Brinta, quale è registrato nella tavola peutingeriana (e potrebbe essere di tarda inserzione), ma ormai in uso (e riferito a tutto il corso del Medoaco) nel sec. V, come attesta Venanzio Fortunato. Ma se dal tempo di Strabone a quello di Plinio qualche cosa era mutato (i Seplem Maria sono indice espressivo), sopravviveva però anche al tempo di Plinio uno stato idrografico ancora indefinito: egli

il cui lavoro deltizio appare nei primi secoli dell’era cristiana già abbastanza avanzato sì da formare i septem maria pliniani, per il suo rango più settentrionale ancora a tempi di Plinio, giunto in laguna, riversava le sue acque disordinatamente mescolandole con quelle degli altri fiumi, che analogamente sboccavano nell’ambîto del delta padano: e queste acque mettevano capo al mare per una serie di fosse, nel cui termine si riflette il carattere lagunare, fossero esse di formazione naturale o regolate dalla male dell’uomo al fine di mantener aperta la via ai porti interni, soprattutto a quello di Adria, quale la fossa Clodia, mentre si accentuava il processo di sedimentazione e di impaludamento del settore meridionale. Nei primi secoli dell’era moderna infatti tale processo nell’area padana sembra accentuarsi con rapida frequenza, sì da portare i principali corsi fluviali, dal ramo settentrionale del Po all’Adige, agli sbocchi litoranei, anche se la continuità lagunare non restava perciò interrotta, come può essere attestato dalla persistenza della navigazione interna, che metteva capo a Ravenna. L’itinerario antoniniano registrava nel sec. III due sole linee litoranee, che mettevano capo ad Aquileia, quella terrestre da Bologna, che passando per Modena, Padova, transitava per Altino e quella lagunare, che traverso i Sette mari si riuniva ad Altino alla via terrestre Altino-Concordia-Aquileia (1). E tale linea era ancora efficiente ai tempi di Cassiodoro nel V secolo, e a quelli di Procopio, che rievocando vecchie conoscenze aveva ancora stesso annota, his (ai corsi e alle fosse sopra descritte) ,e Padus miscet ac per haec effunditur. (PLIN., N. H., III, 16). Sulle condizioni della laguna meridionale, (la Ravenna ad Adria nell’antichità cfr. FERRI S., Il problema di Ravenna preromana, in «Corsi di cultura sull’ade ravennate e bizantina» , 1957, fasc. 11, p. 90 sgg.; LOMBARDINI E., Dei cangiamenti cui soggiacque l’idraulica condizione del Po, Milano, Bernardini, 1852 (nel « Giornale del R. Istituto Lombardo di S. L. e A. », n. s., t. IV); Intorno al sistema idraulico del Po, ai principali cambiamenti che ha subito ed alle più importanti opere eseguite, Milano, Bernardini, 1840; Studi idrologici e storici sopra il grande estuario adriatico ecc., Milano, Tip. Ingegn., 1868, p. 14 segg.

1 Strabone parlando della via, che, innestandosi sul tracciato Ravenna-Piacenza, da Bologna risaliva ad Aquileia, narra che raggiungeva la città alle radici delle Alpi εγχνχλουµευος τα ελη. Una strada diretta da Ravenna ad Altino lungo i margini continentali sembra doversi escludere. Lo stesso Strabone ricorda che l’unico centro continentale tra Ravenna e Altino era Butrium, ma non accenna ad alcun collegamento stradale. L’itinerario antoniniano poi non registra che due vie di collegamento tra Aquileia e Ravenna, quella terrestre Aquileia-Concordia-Altino (forse l’Amnia Altino-Aquileia era diventata impraticabile)

una visione unitaria della laguna da Aquileia a Ravenna ( 1), quando il processo di sedimentazione, come non sfuggiva a Cassiodoro, si distendeva per tutta l’area lagunare con effetti deleteri sia per le comunicazioni interne sia per i centri costieri. Radicali trasformazioni nei settori meridionali (delta padano) e in quello settentrionale (settore plavense e concordiese) si fanno di solito risalire al grande cataclisma, che nel 589 si abbattè sopra l’Italia settentrionale (Veneto e Liguria) e causò rilevantissimi danni a cose e persone con violente innondazioni : furono intercette comunicazioni (destructa itinera), furono danneggiate le strade (dissipatae viae), ma tra i tanti danni, che il cronista registra ( 2), non annovera più profonde conseguenze, anzi, parlando della piena dell’Adige e del suo comportamento, limita il discorso, che attinge alla prossima testimonianza di Gregorio Magno, agli effetti prodotti nella città di Verona. Questi non erano stati di estremo rilievo: la basilica di S. Zeno, investita dalle acque per molti metri di altezza, fino alle finestre superiori, non subì rilevante danneggiamento e non fu neppur invasa nel suo interno dalle acque, e la violenza delle correnti, il cui livello era assai aumentato, fece crollare alcune parti di mura, che lambiva. Ma da una testimonianza piuttosto ristretta e in altro senso generica, quale è quella offerta da Paolo Diacono, la sola che ricordi l’eccezionale evento Padova – Este Vico Variano – Vico Seranino – Modena (e anche la strada Este -Adria era poco frequentata) Bologna; e quella marittima: Ab Arimino recto itinere Ravenna- 33, inde navigantur seplem maria Altinum usque, inde Concordia 31 Aquileia 31 – (Itinerarium Antoninianum, in Itineraria romana, Stuttgart, 1916, p. LVIII: cfr. pure ivi p. 317 sgg.). E da ritenere che la via Popilia costruita nel 132 a. C. (Ravenna – Adria Altino) più prossima al margine, non ricordata neppure da Strabone, fosse già rovinata o quanto meno abbandonata e inutilizzata (PAVANELLO, Scritture cit., p. 109). Circa il valore, importanza e funzione dei centri lagunari al margine della terraferma e la linea di distribuzione Ravenna, Spina, Adria, Altino, Concordia, Aquileia (cui si potrebbero aggiungere Butrio e Oderzo, che certamente aveva porto sulla laguna, come possessore di una flotta al tempo di Cesare) cfr. FERRI, op. cit., p. 99 sgg.

1 PROCOPIO, De bello gotico, I, 1, 15; IV, 26. A sua volta. Paolo Diacono (Hist. Lang., 11, 14) distingue la Venezia terrestre descritta secondo gli antichi cataloghi, dalla marittima, che individua in poche isole.

2 PAUL. DIAC., Hist. Lang., 11, 23.

(che, in verità, non apparve troppo eccezionale neppure allo scrittore), non è lecito trarre, generalizzando e amplificando il senso della lettera, deduzioni, che vanno assai lontano (e troppo forse) dalla realtà documentata. Sta il fatto che dal tempo di Strabone, secondo il quale la linea continentale era limitata dal tracciato Ravenna – Butrio – Spina – Adria– Altino–Aquileia (1), a quello di Plinio, al quale si prospettavano i Sette Mari e le fosse di recente formazione, il settore padano presentava diversa fisionomia sia per lo sviluppo deltizio del Po, sia per il regolamento delle fosse vecchie e nuove, sia per l’apertura della fossa Clodia, destinata a incrementare il vicus di Brondolo fino a prevalere sopra il centro principale e il suo porto, dando vita a un nuovo maggiore aggregato (Cloza-Chioggia) (2) , sia per la diversione dei Medoaci traverso un nuovo canale (naturale o artefatto) nel porto di Edrone, sul cui fianco doveva assidersi Chioggia. La comparsa fin dal sec. VI del nome Brenta, applicato al Medoacus, e la delineazione del canale Breintisia nella tavola peuntigeriana, lasciano legittimamente sospettare il divergere delle acque medoacensi, traverso una brentana (termine volgare), dall’originario deflusso dei due rami, settentrionale e meridionale, alle foci di Ternine (Oriago) e Medoacus (Malamocco), nel settore di Brondolo (Chioggia). Plinio al nuovo corso conserva l’antico nome (Edronem Medoaci duo); due secoli dopo la designazione volgare, appena limitata al diversivo, prevale sull’antica denominazione anche per il mutato carattere del fiume con l’estinzione del ramo superiore e forse il diverso comportamento del corso superstite (3). Può essere che anche l’Adige, che, secondo Plinio, al pari del Tosigono (Bacchiglione ?), inviava le sue acque al porto di Brondolo (4) traverso la laguna, seguendo il naturale carico della corrente, abbia allungato il suo 1 STRABONE, Geogr., V, 1, 8. Cfr. FERRI, op. cit., P.94.

2 Per le origini di Chioggia vedi BELLEMO, Il territorio di Chioggia, Chioggia, tip. Duse, 1893, P. 45 sgg.

3 Per il corso del Brenta cfr. GENNARI, Dell’antico corso dei fiumi in Padova e nei suoi contorni, Padova, 1776; GLORIA, Intorno al corso dei fiumi dal sec. I all’XI nel territorio padovano, Padova, 1877 ; Codice diplomatico padovano, Venezia, 1881, vol. 1, p. XXX.

4 Su Brondolo cfr. BELLEMO, Il territorio cit., p. 56 sgg.

letto dal limite di Caput-aggeris verso il mare, ed è probabile che l’eccezionale piena del 589 abbia contribuito ad accelerare il processo di immissione in fosse litoranee, che dovevano congiungerlo al mare (1). Ma il processo non è improvviso e si perfeziona nel tempo, gradualmente elevando con bonifica naturale, meglio regolata dalla mano dell’uomo, quella barriera, che, facendo capo ai due nuovi centri di insediamento, Chioggia e Cavarzere, distaccava tutto il settore meridionale della laguna dal corpo principale, senza però precludere totalmente il transito tra l’una e l’altra parte, fino a che anche oltre lo sbarramento brentano sussistettero spazi lagunari più o meno transitabili (le paludi di Brondolo, di Loreo, di Cavarzare fino ai confini padani). Analogo processo non si verifica nel medesimo tempo, o almeno con analoga intensità nel settore settentrionale. Per molti secoli ancora tutto il sistema idrografico superiore ad Altino, dal Sile-Piave al Lemene-Tagliamento defluisce in laguna e non forma in questa letti fluviali. Ancora tra il sec. X e 1’XI Sile, Piave (2) e Livenza sboccano in laguna, che è il loro mare (3) : e però non si trovano notizie di bonifiche naturali preclusive, come nel settore meridionale. La presunzione, che il nubifragio del 589 abbia prodotto un profondo mutamento idrografico e idraulico in questo settore non meno influente che nel settore meridionale, è arbitraria e non confortata da elementi probativi: anzi testimonianze successive smentiscono un avanzamento tanto decisivo, che risale a tempi più tardi, aiutato, se pur non operato, dall’intervento umano non meno che dagli elementi naturali. 1 Cfr. MILIANI L., Le piene dei fiumi veneti e i provvedimenti di difesa, in « Accademia dei Lincei -Pubblicazioni della Commissione italiana per lo studio delle grandi calamità », Firenze, 1937, Vol. VII, p. 1, p. 95 sgg. ; AVERONE, Sull’antica idrografia veneta, « Magistrato alle acque », Venezia, 1910; NICOLIS, Sugli antichi corsi del fiume Adige, in « Boll. Soc. Geolog. Ital. », a. 1898.

2 CESSI, Lo sviluppo dell’interramento nella laguna settentrionale e il problema del Piave fino al sec.XV, in « Monografia della laguna veneta », a cura della Delegazione italiana per lo studio del Mediterraneo, to. VII, f. 1, p. 100 sg.

3 Nei diplomi imperiali dei tempi carolingi e ottoniani (sec. IX e X) le concessioni territoriali ai patriarchi di Aquileia e ai vescovi di Concordia prevedono l’uso dei fiumi Livenza e Tagliamento usque ad mare, nel qual termine non poteva intendersi che la laguna, perché la giurisdizione sovrana non poteva superare quel limite.

2. – Un momento decisivo della vita lagunare è segnato dai popolamento, o meglio dal ripopolamento del sistema insulare veneto in seguito alle migrazioni effettuate dal continente sotto la pressione dello stanziamento più o meno pesante di popolazioni straniere sulla terraferma (1). Le scorribande alariciane e attilane erano trascorse senza conseguenze rilevabili dal punto di vista demografico: anche gli stanziamenti eruli e gotici si erano attuati in forma sufficientemente conciliante, per l’evidente esiguità numerica degli immigrati. Quello longobardo invece incise profondamente sull’equilibrio tra vecchi e nuovi residenti, sia per valori numerici, sia, e più, per i valori economico-sociali, in quanto alterò i rapporti di proprietà, specialmente fondiaria. Di qui la spinta alla emigrazione dalle aree costiere alle isole lagunari noli più in forma estemporanea, ma in forma definitiva, rivalorizzando con attiva opera di bonifica un’area non del tutto estranea ai propri interessi. Isole lagunari e lidi, avanti la massiccia immigrazione, iniziata nel 569, non erano forse interamente deserti. Se nulla autorizza ad ammettere l’esistenza di una strada romana lungo il lido da Ravenna ad Altino, non erano mancati transiti portuari che davano accesso ai centri dell’interno, da quello padano in servizio di Adria, a quello di Brondolo per la via dell’Adige verso Este, a quelli di Chioggia (Edrone) e di Malamocco, in servizio di Padova, a quello di Prealto (Rialto), per l’accesso altinate, a quelli dei lidi nord-orientali, utilizzati da Oderzo, da Concordia e da Aquileia. Ma tali transiti non avevano avuto virtù di creare nuclei organici di permanente insediamento, a eccezione forse del settore meridionale intorno a Brondolo e a nord, verso le acque gradate, ove è ricordo di un antico culto pagano. La descrizione procopiana del viaggio litoraneo da Aquileia a Ravenna (2) non lascia intravvedere tracce di frequente abitabilità e neppure di facile transito traverso le intermittenze portuarie e i tratti fittamente boschivi, anche se al riparo di aggressioni esterne, e la descrizione cassiodoriana del sistema insulare, nutrita di amplificazioni retoriche, risulta non meno povera: due industrie, associate alla navigazione, danno vita a quest’area di

1 Cfr. CESSI, Venezia ducale. 1. Duca e popolo, Venezia, Ferran, 1940, 1, 44 sgg.

2 PROCOPII, De bello gotico, IV, 26.

scarsa abitabilità, la pesca e la produzione del sale; gli abitatori, e non sembra permanenti, sono pescatori e salinari; mancano abitazioni stabili e l’attività umana si svolge lungo i margini delle terre, che emergono, lottando contro le correnti lagunari e le minacce delle maree nell’alternativa di flusso e riflusso (1). La pressione longobarda, che aveva esercitato inizialmente la maggior influenza sopra due punti, sopra Aquileia e sopra Altino, aveva suscitato due correnti di migrazioni, dalla prima verso sud, tramite lo scalo di Grado lungo il litorale, dalla seconda nelle prossime isole lagunari, che prenderanno nome dai nuovi abitatori, risuscitando forse patri ricordi, Torcello, Ammiana, Ammianella, Costanziaca ecc., per poi espandersi verso oriente e raggiungere i lidi. Grado e Torcello, questo più di quello (2), furono i centri iniziali di irradiazione in tutto il sistema insulare, quando ancora la sede di governo della superstite provincia bizantina restava aggrappata alla terraferma, a Oderzo : poi con la distruzione di questa città. (a.639), trasferita la sede nell’innominata isola limitrofa, che prese dai nuovi colonizzatori il nome di Civitas nova eracliana, la massa di profughi s’accrebbe, si estese e si radicò nei vari centri dell’area settentrionale e centrale, nelle isole e sui lidi, da Grado a Cavarzere, estremi limiti rimasti immuni dall’occupazione straniera. 1 Ma prudenza consiglia non indulgere alla fantasia, ripetendo viete tardive leggende, senza scorta di plausibili documenti o facendo appello a testimonianze troppo tarde e troppo fallaci per meritare credito, come anche di recente è stato fatto in lussuose storie, che certamente meno contribuiscono a chiarire problemi complessi e oscuri e ribadiscono erronee concezioni, ormai superate (MIOZZI, Venezia nei secoli. La città, Venezia, casa ed. Libeccio, 1957, I, 2 sgg.

2 La più antica tradizione di questa migrazione, che però non è anteriore al sec. XI, è fornita dalle scritture, che passano sotto il nome di Chronicon gradense e Chronicon altinate, le quali probabilmente non sono che frammenti di un’opera più complessa, arricchita in successive elaborazioni di più copiose leggende via via divulgate (cfr. l’edizione da me curata, Origo civitatum Italiae seu Venetiarum, in « Fonti per la storia d’Italia dell’Istituto Storico Italiano », Roma, 1941). Naturalmente non si può accettare il racconto senza prudenti e caute discriminazioni, ma non è dubbio che in esse sono conservati preziosi elementi, che debitamente controllati consentono tracciare alcuni elementi fondamentali del processo di insediamento e di sviluppo della società lagunare dopo la migrazione.

Chioggia, che aveva raccolto l’eredità di Brondolo, con l’espansione del primitivo vicus, Cavarzere e Loreo, già in precedenza centri di abitazione per più stretto legame con la terraferma, al pari di Grado, anche se politicamente conservate nell’orbita del dominio bizantino, demograficamente e idrograficamente seguirono il processo idraulico e urbanistico del comprensorio Adige-Po, virtualmente differenziato dal corpo principale della laguna. L’intensa opera di bonifica, attuata nei centri di insediamento, aveva progressivamente ampliato l’area di attività umana, trasformando i dossi insulari e gli abbandonati lidi, in parte coperti da selve naturali, in centri di abitazione, di cultura, di lavoro diversamente impiegati in conformità della natura del suolo, della frequenza demografica, e della dislocazione; e il processo stesso di insediamento, iniziato principalmente a Torcello e nel gruppo torcellano e a Cittanova, si estese verso i lidi seguendo le direttrici dei maggiori canali lagunari, che facevano capo ai porti principali. Se non è arduo seguire questo trapasso, che porta da Cittanova e Torcello a Malamocco, a Equilo, a Caorle, sui lidi e nella loro prossimità, sulla guida di canali e porti, è assai malagevole, anzi impossibile, seguire le conseguenze, che si sono riflesse sul regime lagunare per effetto dell’insediamento umano e dei suoi spostamenti nel corso di più che cinque secoli, dal VI al X, per difetto di sufficiente documentazione, che consenta di individuare lo stato lagunare nei rapporti con le esigenze della nuova vita. Il sorgere di grandi centri urbani, che trova la maggior espressione creativa nella trasformazione del gruppo realtino in un organico complesso urbano (1), può esser testimonio di una profonda attività, che si industria di valorizzare le risorse interne, e per un buon uso deve necessariamente regolare gli strumenti più adatti a conseguire lo scopo. Le prospettive, che una larga documentazione tra il sec. XI e XII consentì di ricostruire (2), se da un lato rivelano il perdurare nell’ambito dell’area lagunare, quale è stato

 

1 Cfr. LANFRANCHI, Il territorio del ducato veneziano dall’VIII al XII secolo, in « Storia di Venezia», edita dal Centro internazionale di storia del costume e delle arti, Venezia, Ferrari, 1958, vol. II, p. 148 sgg. La ricostruzione tentata dal Miozzi, op. cit., 1, 110 sgg., non può esser accolta perché priva di elementi probativi.

2 LANFRANCHI-ZILLE, Op. cit., p. 10 Sgg.

ereditato dalle nuove generazioni, da Grado a Cavarzere, di una struttura idrografica e di un regime stabile, dall’altro riflettono i risultati di un secolare lavoro di sistemazione del terreno, che l’occupazione umana ha compiuto. Se nel corso di cinque secoli non sembra siano stati proposti più grossi problemi inerenti la difesa e la conservazione della laguna, quali poi dovranno esser seriamente affrontati e risolti, l’opportunità di consolidare, assicurare e allargare le aree di abitazione con indispensabili opere di bonifica; la necessità di definire, di sistemare e di ordinare (e non soltanto giuridicamente ed economicamente, ma anche tecnicamente) le aree di cultura con la creazione di orti e vigneti, con l’ impianto di saline, con l’istallazione di molini ; l’esigenza di mantenere le comunicazioni tra centri abitati e tra le aree di cultura all’interno, e all’esterno con le vie fluviali e marittime; la convenienza di un controllo politico anche se non così ferreo, come nei tempi successivi si verificherà, sull’attività pubblica e privata da parte dei poteri sovrani, erano motivi sufficienti a imporre accorgimenti e iniziative adatte a vincere le resistenze naturali o a modificare le condizioni meno propizie e a soddisfare i bisogni sempre più ampi e più complessi della nuova organizzazione sociale. I1 problema del regolamento lagunare si presentava sotto l’aspetto di esigenze interne e locali, che si traducevano in gran sarte in opere di bonifica o di assestamento e in opere di canalizzazione con la rettifica di canali esistenti e l’apertura di comunicazioni trasversali (scomenzere) di collegamento tra le correnti principali (1). Circoscritto l’impegno all’area fra Adige e Natisone, non sorgeva quel problema fluviale, che aveva notevolmente alterato la struttura lagunare del comprensorio Adige-Po. I fiumi, che sfociavano nella laguna tra Grado e Cavarzere, dopo la diversione dei Medoaci traverso il canal del Brenta nell’area di Chioggia, non portavano carico di materiale, che compromettesse radicalmente lo stato lagunare: o erano canali di scolo (Cornio, Canal mazor, Visignone, ecc.), o fiumi di resorgiva, quali il Dese, il Meolo, la Livenza, il Lemene, che al più contribuivano

1 In particolare va segnalata la scomenzera che collegava il canale della Giudecca al Canal di Cannaregio (Canal Grande) e alla sua prosecuzione nel canal di Mestre (LANFRANCHI-ZILLE, Op. cit., p. 58) ancora quella del gruppo torcellano (ivi, p. 24).

all’impaludamento ai margini continentali (formando la così detta laguna morta) i corsi alpini Sile-Piave e Tagliamento, disperdendosi nel corso inferiore e terminale in un ampio letto, dal quale le acque facilmente tracimavano riversandosi in altri corsi (Piave sul Sile, Tagliamento nel Lemene), e sulle anteriori campagne, giungevano in laguna senza carico, in guisa da non recare troppo materiale di sedimentazione. Ancora al sec. XI e oltre Sile e Piave non avevano operato azione di bonifica alle foci in laguna, e in ripetuti diplomi imperiali si parlava del deflusso del Livenza, del Lemene, del Tagliamento in mare, e mare si intendeva laguna, perché la sovranità imperiale non poteva superare il limite della terraferma e raggiungere il lido: acque di laguna, paludi, lidi erano sottoposte alla giurisdizione del ducato veneziano.

3. – Come, quando e traverso quale processo si sia verificato una profonda alterazione anche nel corpo lagunare da Cavarzere a Chioggia per influsso esterno dei fiumi, è difficile precisare, poichè si trattò di un processo lento, progressivo, prolungato nel tempo. Tuttavia da alcune circostanze sicure è lecito arguire, che in misura sia pure diversa, le modificazioni, che si riscontrano nelle diverse, aree, siano da porre in relazione a sistemazioni idrografiche intervenute nel retroterra. Un esempio è fornito dalle opere di canalizzazione compiute dai Padovani a mozzo il sec. XII, che portarono alla riattivazione dell’abbandonato alveo dell’antico Medoacus, pressochè atrofizzato o ridotto a canale secondario, con l’immissione di una forte massa del Brenta per ristabilire una linea di comunicazione lagunare più breve di quella più meridionale (1). Di questa sistemazione del Brenta, sviluppata successivamente in forma più ampia, non tardarono a risentirsi gli effetti prima nel territorio ilariano con rapida sedimentazione a valle dell’omonimo monastero e conseguente impaludamento, che fu una delle cause del suo abbandono, poi a valle di Oriago fino a creare la nuova base lagunare di Fusina, ed oltre con la formazione della punta dei Lovi tendente a congiungere il quartiere di S. Marta di Venezia alla terraferma.

1 Cfr. MARZEMIN, Le abbazie benedettine di S. Ilario e di S. Gregorio, in «N. Arch. Veneto», n.s., XXIII, 13 sgg.; CESSI, La diversione del Brenta ed il delta ilariano del sec. XII, in « Atti Istit. Ven. S. I. A. », to. 8o, p. II, p. 1225 sgg.

Analogo processo, e forse più profondo derivò durante il medesimo periodo di tempo nel comprensorio Sile-Piave. Dalla sistemazione dei due fiumi con le regolazioni del loro corso inferiore in guisa da assicurare la reciproca autonomia, derivò la rapida bonifica operata intorno al gruppo delle isole torcellane più aderenti alla terraferma (Ammiana, Ammianella, Costanziaca) a opera del Sile, e il prolungamento del bacino del Piave, in congiunzione con il canale di Equilo, dalla foce in laguna a quella in mare, allargando quelle formazioni paludose, tra Piave e Livenza sulle quali operò fruttuosamente la moderna bonifica artificiale. E analogo processo, con i medesimi effetti si produsse nel settore tra Livenza e Tagliamento, in conseguenza dei quali fu virtualmente delineata la frattura tra l’area centrale della laguna (Laguna di Venezia) e quella settentrionale (laguna di Marano e Grado) resa definitiva dall’ intervento umano (1). Gli idraulici del quattro e cinquecento si trovarono di fronte a uno stato di fatto, cui i loro predecessori non avevano potuto porre preventivo riparo, in quanto le condizioni politiche non consentivano di operare direttamente sopra il sistema idrografico del retroterra. Così i Veneziani, ad arginare gli effetti dell’acqua del Brenta, ripristinata nei vecchi letti, dovendo limitare la loro azione sulle foci, invano si erano industriati con opportune diversioni ai margini continentali di allontanare dall’ambito della città di Venezia i depositi fluviali brentani, che minacciavano circuirla: e la diversione marginale di tutti i corsi d’acqua del settore ilariano dal Bottenigo in giù ebbe risultato negativo, per l’impossibilità di governare le conseguenze fluviali di un lungo corso operando alle foci (2). In tale situazione maturò 1′ unica soluzione possibile, che affrettati critici moderni col senno del poi hanno condannato di grossolano errore, quella cioè di erigere una: barriera di separazione tra acque dolci e acque salse al margine di terraferma, iniziato con la costruzione dell’argine a mare tra Fusina e S. Marco Boccalama, poi esteso a settentrione fino a

1 VOLLO, Le piene cit., Il Piave, VOI. XI, p. 26 sgg. ; PAVANELLO, Di una laguna ora scomparsa, in «Arch. Ven. Trident. », III, 263 sgg.

2 PAVANELLO, Scritture di Marco Cornaro cit., p. 727 sgg.; CUCCIIINI, Le acque dolci che si versano nella laguna di Venezia, « Ufficio idrografico del Magistrato alle acque », Roma, 1928, p. 7 sgg.

comprendere il Bottenigo, poi ancora fin quasi al Sile, e infine verso sud fino all’estuario chioggiotto. Inadeguata scelta del terreno, difetti di costruzione, insufficiente preventiva valutazione delle conseguenze resero precaria e non corrispondente in tutto alle previsioni negli effetti l’opera sia per la soverchia rigidità della preclusione, sia per la mancata coerente difesa del territorio ducale a monte, che, per quanto di breve estensione, era stato abbandonato dannosamente all’invasione delle acque. Si che sotto la pressione delle correnti frequentemente si verificarono notevoli fratture nell’argine di protezione e disordinate tracimazioni verso la laguna, e non meno frequenti le necessità di aprire sbocchi allo scopo di alleggerire l’esondazione verso la terraferma e di alimentare le correnti dei canali lagunari, che risentivano le conseguenze della troppo rigida preclusione del deflusso fluviale. Comunque, da questa esigenza contingente ebbe origine la successiva prospettiva di una stabile delimitazione tra laguna e terraferma (conterminazione lagunare), intesa, sia pur con maggior ampiezza di visione, a garantire l’intangibilità del dominio delle acque dal progressivo avanzamento della terraferma, che taluno avrebbe voluto assicurare con estrema rigidità (secondo la proposta di un politico del sec. XV, aspramente combattuta dai contemporanei (1)), mediante l’erezione di una fondamenta in pietra, lungo tutto il perimetro lagunare. Il proposito non ebbe seguìto, forse per il maturare di altre prospettive: la pratica della conterminazione fu progressivamente adattata alle esigenze dell’evoluzione della situazione idrografica, senza poter prevenire l’opera di impaludamenti in prossimità dei margini, contenuti con altri provvedimenti. Più diretto intervento era stato compiuto all’interno della laguna con l’applicazione sistematica di opere e dì discipline, ispirate a una più o meno organica azione di conservazione e di difesa coerente allo sviluppo politico economico e sociale della vita del ducato, sotto la condotta di regolari magistrature, cui erano affidati specifici compiti per la soluzione dei complessi problemi tecnici giuridici e amministrativi, che esigevano un costante controllo.

1 Si veda l’aspra critica mossa dal Sabbadino nelle sue (Scritture cit., III, P. 1. p. 41 sgg.).

II progressivo impaludamento tra Piave e Tagliamento aveva virtualmente isolato la laguna di Marano e Grado da quella di Venezia (da Piave a Brenta), tra le quali la comunicazione era mantenuta dall’area paludosa di Caorle (laguna di Caorle) ricca di canali in misura superiore della laguna di Brondolo e Loreo. II grande sviluppo politico economico sociale e demografico del gruppo insulare realtino e la formazione di un grande centro urbano dominante tutta la vita lagunare, sulla quale esercitava irresistibile influenza accentratrice con riduzione dell’attività insulare periferica, specialmente quella remota (centro torcellano, eraclese, metamaucense, destinati, se non a scomparire o almeno a impoverire), avevano contribuito a orientare lo studio del problema lagunare in funzione soprattutto delle peculiari esigenze del maggior centro urbano, della sua conservazione fisica, delle sue condizioni igieniche, delle necessità di comunicazione interna ed esterna, dei rifornimenti, dello stato demografico, dei bisogni economici e sociali. E quando si sviluppò sistematica organizzazione delle funzioni di stato e si allestirono con graduale intensità gli strumenti per la loro attuazione nel corso del secolo XIII, l’attenzione politica mosse principalmente dalla preoccupazione che dall’intensificarsi dell’attività urbanistica non dovesse per la sanità e l’equilibrio dell’abitato risentire danno il fondamentale regime idrografico, sul quale riposava la vita e l’avvenire della città. Di qui l’attento controllo, perché facili usurpazioni non ledessero e compromettessero il funzionamento del canale realtino in prima linea e gli altri rii, che da esso irradiavano (1); di qui la sollecita cura per impedire la loro ostruzione con materiale impuro; di qui l’assiduo lavoro, al quale erano chiamati a cooperare tutti i frontisti interessati per mantenere in efficienza il transito con periodici escavi, atti a conservare efficiente il corso delle acque. Non va escluso che provvedimenti, intesi a tutelare il buon governo della laguna, fossero adottati: opere di rilievo non mancarono, come, per citare qualche esempio, la costruzione del canale dalle Bebbe a S. Margherita, o quello di Tornova (Loreo) sull’Adige al

1 Si provvide con l’istituzione del magistrato sopra canali, rii, strade e ponti: cfr. ROBERTI, Le magistrature giudiziarie veneziane e i loro capitolari, Padova, tip. Seminario, 1909, I, 199 sgg. Venezia, tip. emiliana Deput. Stor. Patria, 1909. II, 271 sgg. ; Deliberazioni dei Maggior Consiglio a cura di R. CESSI, in «Atti delle assemblee costituzionali dal medio evo all’età moderna », dell’Accademia dei Lincei, Vol. II, 222 sgg.

mare ( 1). Ma è altrettanto vero che gli effetti della diversione del Brenta sopra S. Ilario e sopra Fusina furono presi in considerazione solo tardivamente, quando se ne rilevò l’ampiezza per il crescente aumento della pressione in corso (2), e alla correzione, e solo parziale, delle conseguenze sinistre prodotte dalla utilizzazione delle aree vallive lagunari si intervenne con provvedimenti non troppo radicali né estesi, solo verso la fine del sec. XIII, allorché forse i pericoli del palù e del canneto si avvicinarono minacciosamente alla città. Allora, con maggior rigore, si applicarono discipline intese a regolare l’abuso di iniziative, che concorrevano a rallentare o a impedire la circolazione delle acque lagunari con artificiali sbarramenti (con l’impianto di veledelli e di grisiole), o senz’altro a vietarle, con una ricognizione radicale dei diritti di proprietà e di uso delle aree lagunari per accertare le usurpazioni di beni pubblici non ancora passati in prescrizione, a mezzo di una giunta speciale (1282), poi unificata con poteri giurisdizionali nell’ufficio degli ufficiali addetti al regolamento del regime acqueo urbano (giudici del Piovego ( 3)), per operare le eventuali rivendicazioni, ma anche per impedire e reprimere operazioni lesive del normale comportamento delle acque. Pur estendendo il divieto e il controllo a tutta la laguna consolidata nell’area da Grado a Cavarzere, in particolare , era creata una fascia di rispetto intorno a Venezia, entro il perimetro dal porto di S. Erasmo a Murano seguendo il canale di S. Michele, e di qui alla località Tombolo nel capo di Corregio sul lido di Malamocco e dal lido a S. Lazzaro, S. Clemente, a S. Angelo di Contorta fino ai limiti del canneto (4). In questa area il divieto di costruzione di sbarramenti, altrove tollerati in determinate circostanze e per limitati periodi dell’anno in servizio soprattutto della pesca, era assoluto, proprio nell’intento

1 Cfr, le disposizioni relative del 1226, in Liber comunis (plegiorum), in Le deliberazioni del Maggior consiglio cit., I, 47, 166.

2 PAVANELLO, Scritture cit., p. 129 sg.; CUCCHINI, Le acque dolci cit., p. 9.

3 Vedi il capitolare in ROBERTI, Magistrature cit., II, 281 sgg. Cfr. pure ivi, I, 206. Gli atti della ricognizione dei diritti lagunari sono raccolti nel Codice del Piovego, conservato al Museo Correr di Venezia c in copia all’Archivio di Stato, di prossima pubblicazione a cura della Deputazione di Storia Patria per le Venezie.

4 ROBERTI, Le magistrature cit., II, 294

di impedire l’avanzata della palude e del canneto verso la città, che era favorito dal diffondersi delle staccionate in misura sempre più lata e con carattere dì stabilità e continuità nei terreni tallivi o per proteggere e allargare territori di cultura o per rendere più proficue le culture peschereccie. Nello stesso tempo analoghi provvedimenti di tutela, c più ancora di rafforzamento e di difesa dalle erosioni marine e dagli insabbiamenti portuali furono adottati con l’ istituzione di stabile e permanente magistratura (i soprastanti ai lidi (1)), incaricata della sorveglianza, dello studio e dell’esecuzione delle opere di protezione litoranea, ma con particolare applicazione al settore direttamente antistante alla città di Venezia e al sistema portuario a essa inserviente, specialmente di quello di S. Erasmo e di S. Nicolò e di Treporti. Tale orientamento della politica lagunare, impostata su queste prospettive, ebbe più largo e intenso sviluppo nel secolo successivo, con accentuato impegno nell’ambito delle possibilità, che la struttura territoriale del ducato concedeva, in presenza del maturare di condizioni nuove. Anzitutto l’aumentata pressione del deflusso del Brenta, con l’apporto di crescente volume di sabbie in seguito all’inalveamento verso la foce di Fusina, di portata sempre maggiore, da parte dei padovani, interessati a salvaguardare le loro campagne dalle frequenti innondazioni e ad abbreviare il tragitto verso lo scalo adriatico (2). La necessità di preservare la città da interrimenti e di prevenire il prolungamento degli effetti di questi nelle arterie fluviali, che attraversavano la metropoli e ne costituivano la vita, avevano indotto a provvedimenti, cui sopra si è accennato, con l’istituzione di commissioni di savi, allo scopo di allontanare da Venezia il pericolo, mediante la diversione delle acque dall’alto, traverso una cava marginale, prima a S. Marco Boccalama, poi al porto di Malamocco, infine a Chioggia, alleggerendo il peso sul cratere di Venezia, ma compromettendo successivamente quelli di Malamocco e di Chioggia.

1Le deliberazioni cit., II, 314 sgg.

2 PAVANELLO, Scritture cit., p, 159 sgg.; CUCCHINI, Le acque dolci cit., p. 8 sg.; CESSI, Il problema del Brenta, in « La laguna » cit., p. 32 sgg.

Non per questa circostanza mutava progressivamente nel corso del secolo, nonostante le iniziative assunte periodicamente per combattere tutte le cause, che incidevano negativamente sopra il regime idraulico lagunare, la fisionomia morfologica dell’area lagunare, con l’accrescimento di velme, dì paludi, di barene e in definitiva del canneto. Mentre sulle aree prossime alla terraferma avanzava il processo di impaludamento e cresceva il canneto, sul versante interno del lido, in particolare tra Malamocco e Chioggia, era esercitata una notevole azione erosiva, della quale aveva già sofferto il centro urbano metamaucense, e aveva lasciato notevole traccia nella scomparsa delle culture salinari, di cui un tempo era ricco specialmente il lido di Pellestrina. Motivi economici certamente hanno col tempo indotto ad abbandonare saline che erano disseminate un po’ dovunque, ma in prevalenza nelle aree dominate dagli spartiacque di Malamocco e di Chioggia, forse per il maggior grado di salinità delle acque. Un po’ per volta la produzione del sale si restrinse quasi esclusivamente nella laguna di Chioggia: e a maturare questo processo, che, già avanzato nel sec. XII, diventò più rapido nel successivo, contribuì anche il deterioramento del lido, sul quale le saline erano costruite, così come l’impaludamento verso il margine della terraferma e quello tra Sile e Tagliamento eliminò quelle ivi coltivate. L’ intensificazione dei provvedimenti adottati per difendere la superstite laguna, ormai ridotta effettivamente ai tre crateri di Venezia, Malamocco e Chioggia, dopo che anche Tagliamento e Piave si erano aperti l’adito al mare, coprendo di una spessa rete di paludi il terreno interposto (1), non valsero a scongiuravi che il male di impaludamento tanto deprecato e tanto combattuto si estendesse anche in essa, sì che non pareva sufficiente neppur il badile dello scavatore ad allontanarlo o almeno ad arrestarlo.

1 Ancora nel sec. XII a oriente di Lugugnana esisteva una serie di villaggi limitrofi alla laguna, sui cui margini il governo ducale aveva eretto un girone (un posto fortificato) per controllo del transito dalle acque lagunari alla terraferma. A poco più di un secolo di distanza alcuni di questi villaggi erano scomparsi, e così pure il girone, facendo perdere la nozione del confine, che divideva il territorio di Caorle da quello di Concordia (cfr. DEGANI, La diocesi di Concordia. Notizie e documenti, S. Vito al Tagliamento, tip. Polo, 1880, p. 81 sgg., 251 sg. Altrettanto si può dire anche per il confine di Laurenzaga sulla Livenza ormai superato (DEGANI , op. cit., p. 81) e quello di Zenson sul Piave, di fronte a Cittanova, per l’avanzamento del fiume in laguna.

Il disordine, che alla fine del secolo, nel 1399, si lamentava, disponendo per l’elezione di una commissione di Savi con ampio mandato per operare un radicale risanamento della laguna su larga scala e sotto diversi aspetti (1), può dare la misura dell’insufficienza dei mezzi fino allora impiegati sia per inadeguatezza, soprattutto nei riflessi del Brenta, che era additato come uno dei pericoli più gravi, o del rafforzamento dei lidi, sia per inosservanza dei precetti emanati nell’intento di impedire usurpazioni ed illegittime dannose ostruzioni. Né l’iniziativa del 1399, che sembrava aprire la via a uno studio più complesso con una magistratura meno precaria, non sortì, a quanto si può presumere, risultati felici: dieci anni dopo nel 1410 si riproponeva il medesimo problema a una nuova commissione di sei savi, ai quali nel 1415 erano aggiunti altri sei, senza che mai si riuscisse a concretare e attuare un programma efficace per risolvere i gravi problemi, che incombevano sopra la salute Lagunare, e in particolare quelli più urgenti e più assillanti, la regolazione del deflusso fluviale (Brenta in prima linea), il funzionamento dei porti (S. Nicolò e Malamocco), la stabilità dei lidi, la lotta contro il canneto. Nel frattempo era intervenuto il fatto nuovo dell’acquisto della terraferma, almeno fino al Livenza che consentiva dì valutare e studiare il problema lagunare in una visione più ampia, potendo risalire i corsi dei fiumi nel retroterra per combattere un nemico non trascurabile della sanità lagunare. 4. – Ristretta ormai l’area lagunare, che direttamente investiva il centro urbano, tra Piave e Chioggia, i due corsi che più premevano sopra la laguna accanto a quelli minori di resorgiva erano il Sile e il Brenta, e questo, per la disalveazione della foce, più di quello. II Piave aveva raggiunto il mare, e poteva interessare più l’idrografia terrestre che quella lagunare, quest’ultima in funzione delle comunicazioni fluviali. Il Sile invece continuava a insidiare con i suoi sette rami il gruppo torcellano, di cui aveva assorbito le appendici ed era una virtuale minaccia allo scalo di Treporti (2): il Brenta invece da più di due secoli era la minaccia permanente sul fianco di Venezia. 1 PAVANELLO, Scritture cit., p 175

2 PAVANELLO, Scritture cit., p 143

Nonostante che con l’estensione della sovranità alla terraferma si aprissero alla considerazione del governo più vaste possibilità di impostazione e di soluzione razionale dei problemi lagunari, non si seppe trar immediato profitto, e, pur riconoscendo la fondamentale importanza della regolazione fluviale per realizzare una miglior stabilizzazione del regime lagunare, non fu troppo facile dipartirsi dalle linee di una pratica tradizionale, che non era abituata ancora a risalire alle origini del male. Si continuava con la politica di alternative di chiusura e di apertura delle foci del Brenta e dei corsi minori paralleli (1) seguita per circa un secolo dal giorno dell’erezione dell’argine marginale di separazione interposto tra acque dolci e acque salse, giustificabile fino a che la terraferma sfuggiva al controllo del governo veneto, ma non più dopo la conquista di questa da parte di Venezia. Gli argomenti, che successivamente consigliavano provvedimenti in un senso o nell’altro, erano forniti dall’aumento della sedimentazione o lungo i margini di terraferma o nel canale della Giudecca, o alla punta di S. Antonio, secondo alcuni imputati all’apporto delle sabbie del Brenta, secondo altri alla mancanza di sufficiente azione della corrente dell’acqua del canale per difetto di caduta fluviale; dalle necessità di soddisfare le esigenze della navigazione; dal bisogno di rifornimento idrico della città ad uso domestico: poi, passata la terraferma sotto la sovranità veneziana, s’aggiunse la preoccupazione di salvaguardare i territori rurali dalle innondazioni, che in precedenza avevano suggerito i provvedimenti del governo padovano deprecati per le loro conseguenze dai veneziani. Il fatto è che al principio della nuova era politica si doveva constatare che, nonostante l’ultima chiusura, anzi forse in conseguenza di questa, con la diversione a Malamocco, il canneto era avanzato a Fusina, che l’insabbiamento del Canal della Giudecca e del porto di S. Nicolò era aumentato, che vana poteva riuscire a salvaguardia di questo o l’escavo della Padelessa o la chiusura del porto di Malamocco, avvantaggiato dall’ultima diversione del Brenta, e di Portosecco. Sì che dopo lunghe incertezze e controversie, auspice Francesco Foscari, riproposto con ampio esame il problema, nel 1324, rinnovati attenti studi fu ordinata l’ultima riapertura dello sbocco di Fusina nella presunzione, contestata dai pescatori di S. Nicolò, di eliminare la sedimentazione avanzata verso S. Giorgio

1 PAVANELLO, Scritture cit., p. 159 sgg.; CUCCHINI, Le acque dolci cit., p. 10 sgg.

in Alga e migliorare la precaria sorte del porto veneziano (1). Il risultato per il metodo usato nell’attuazione fu opposto: il canneto era giunto fino alla Crocetta « per modo che cum le acque basse se veniva a piè per fina a dicto luocho et cusì i someri et havea conduto il canedo per fina la cavana dei frati, sichè le rane cantava lì » i lavori inoltre ivi compiuti portarono all’allagamento anche dei territori di terraferma da Mestre a Gambarare e S. Bruson, rendendo più complesso il problema, aggravato da notevoli rotte, fra le quali con gran rilievo era ricordata quella di Oriago del 1439, che portò le acque nel Canale Grande con sinistri effetti. Ed allora si pose il problema di conciliare l’esigenza suprema della difesa della laguna, imposta nell’area più vitale dal comportamento del fiume, con quella delle culture rurali compromesse dal regime irregolare del Brenta nel suo corso inferiore. Politici, tecnici, pratici furono allora invitati a studi ed esami approfonditi della situazione con una organizzazione, che di fatto fissava i lineamenti di una stabile magistratura, il Collegio dei Savi alle acque (2), Ma l’esperienza tecnica pareva ancora insufficientemente addestrata ad affrontare e risolvere problemi così complessi, il cui ambito si era allargato interponendo difficoltà anche più ardue. Dopo tanti esami, sopraluoghi e discussioni il momento centrale dell’argomento, appena sfiorato, non trovò una soluzione sicura oscillando tra due opposte concezioni, di intestare la diversione del Brenta, per allontanare i riflessi sinistri sulla laguna, all’alta in un punto remoto del corso inferiore fra Stra e Mira, o alla bassa sulla linea del margine lagunare. Sembrava ancor prematuro accogliere la prima soluzione, più forse per impreparazione politica che per difetto tecnico, per cui le soluzioni più ardue trovavano non lieve difficoltà ad esser comprese. Non si possono tacciar di empirismo provetti tecnici, ingegneri e proti, ai quali non mancava l’esperienza della loro arte, anche se a essi mancava, come poi un po’ presuntuosamente rimproverava il Sabbadino ai suoi predecessori (Scritt., III, 33), la preparazione psicologica per intendere i 1 PAVANELLO, Scritture cit., p. 78 sgg.

2 PAVANELLO, Scritture cit., p. 83 sgg. Per l’istituzione, composizione e funzionamento del Magistrato alle acque vedi FAVARO A, Notizie storiche sul Magistrato veneto alle acque , in « N. Arch. Veneto » n s., IX, 179 sgg.; ORLANDINI G., Il! veneto Magistrato alle acque, in « Ateneo Veneto », a. 1906.

valori dei problemi lagunari e le loro necessità politiche. A prescindere dai facili avventurieri, mai mancanti nel tempo, e dalla suggestione dei pratici, cui più spesso i profani sono indotti a prestar credito a preferenza di chi ragiona sulla scorta di elementi obbiettivi e non di semplici impressioni, che solo esteriormente hanno parvenza dì verità, provetti tecnici, interpellati, avevano fondati loro giudizi su accertamenti accuratamente raccolti, a mezzo di scandagli, di livellazioni, di misurazioni ecc. validi per una valutazione singolare di aspetti particolari del problema in esame, ma insufficienti a calcolare gli effetti sulla situazione generale, in presenza della quale i politici restavano perplessi e per questo non erano alieni dell’indulgere ai lamenti dei vecchi pescatori L’assenza di una dottrina non consentiva forse ai tecnici di collocare le loro osservazioni e i loro esperimenti in più ampio e organico quadro, e questa unilateralità aveva un forte riflesso sopra l’animo degli uomini di stato, sui quali in definitiva ricadeva la responsabilità dell’adozione di questo e di quel programma. E se questa prospettiva è vera per la regolazione del problema del Brenta, che era il più assillante in quanto investiva direttamente la città di Venezia e le arterie essenziali e più delicate della sua vitalità, altrettanto vera è anche per il settore Sile-Piave, nel quale più che la difesa dall’estensione del canneto e dell’insabbiamento, ormai irrimediabile, interessava mantenere in efficienza le vie di comunicazione per l’accesso ai transiti fluviali settentrionali. Per l’azione dei corsi d’acqua dal Piave al Tagliamento erano ormai coperte le lagune eracleese, equilana, e caorlese da larghi spazi di terreno chiazzato di palude e canneto, sito propizio a bonifica secondo iniziative, che tendevano ad accentuarne il carattere continentale. L’impegno del governo, oltre all’osservazione degli effetti continentali del Sile, del Piave e della Livenza, era rivolto a contenere l’avanzamento del canneto nella laguna torcellana e a mantenere aperte con opere di canalizzazione lagunare le lince di comunicazione fluviale minacciate di preclusione dai depositi delle correnti continentali (1).

1 Alla regolazione di questo settore, in questo senso, fu rivolta, al pari che al Brenta, l’opera di Marco Cornaro nel corso del sec. XV, iniziando quella missione di pioniere, che doveva trovare implicito riconoscimento nelle attuazioni dei secoli successivi Vedi PAVANELLO, Scritture cit., p. 29 sgg.

Nell’esecuzione di tali opere la difficoltà sorgeva dalla mancanza di piani organici coordinati e dall’assenza di una preparazione dottrinaria, che consentisse di valutare con visione unitaria tutti i fattori del regime idraulico della laguna. II primo ad affrontare sotto questo aspetto il problema lagunare fu nella seconda metà del sec. XV Marco Cornaro, che, chiamato più volte a partecipare allo studio delle operazioni più impegnative, dalla regolazione del Brenta a quella della canalizzazione del settore plavense, dall’esperienza maturata nell’esame concreto di particolari soluzioni assurse alla individuazione e all’analisi delle cause, che determinavano le alterazioni lamentate nel regime lagunare, e alla enunciazione di taluni assiomi, i quali servissero di guida all’adozione dei rimedi più convenienti ad affrontare e correggere gli sconcerti verificati. Egli, dopo esser risalito alla storia dell’evoluzione dello stato lagunare, dalla constatazione del processo passato e dall’osservazione della situazione presente deduceva alcuni principi fondamentali (1): 1° Le correnti fluviali avevano bisogno di una determinata pendenza; 2° Le correnti stesse giunte in laguna, incontrando la pressione di quelle salse contrarie, perdevano ogni forza e depositavano i materiali che trasportavano; 3° II riflusso esercitava sulla pulizia del fondo lagunare una influenza grande considerata da sola, piccola considerata in rapporto alla sedimentazione dei fiumi; 4° Quanto meno acqua riceveva la laguna, tanto più era compromessa l’efficienza del porto alimentato dalla massa di acqua del rispettivo cratere: di qui lo squilibrio di funzionalità tra il porto di S. Nicolò e quello di Malamocco, con conseguenti interrimenti nello spartiacque veneziano.

Su questi principi, appena abbozzati piuttosto genericamente, il Cornaro configurava le proposte di canalizzazione del settore plavense intese a mantenere aperte e facili le comunicazioni fluviali e a contenere l’avanzare 1 Le scritture del Cornaro relative al Brenta, al Piave e alla laguna, furono pubblicate e illustrate da par suo dal Pavanello (Le Scritture cit., p. 29 sgg.), ma sebbene nell’esame dei problemi concreti, dall’osservazione di questi deduca alcuni principi fondamentali, non si può dire che formuli una organica dottrina idraulica, quale sarà successivamente elaborata riprendendo, utilizzando e approfondendo con più larga analisi i risultati delle osservazioni compiute dal Cornaro. Nel Cornaro il senso politico prevale sopra quello tecnico.

della sedimentazione dall’area nord-orientale verso Venezia, e quella più ardita c certamente più assillante di allontanare la Brenta dai crateri lagunari (Venezia, Malamocco, Chioggia) sia nel suo sviluppo continentale sia nello sbocco, intestandola a Stra e conducendola a sfociare in mare nell’area di Brondolo. Se non che su questo problema, sulla cui soluzione convergevano gravi interessi contrastanti più che non su quello plavense, sia per la genericità della dottrina sia per la perplessità dei tecnici, piuttosto renitenti ad accogliere nuove prospettive, continuarono le incertezze e il timore di intraprendere una iniziativa eccessivamente innovatrice in confronto della dominante tradizione e si preferì la soluzione intermedia del diversivo Mira-S.Bruson, anche seguendo un tracciato piuttosto tortuoso, mediante il quale si credeva ottenere maggior vantaggio utilizzando corsi fluviali esistenti. Perché il programma enunciato dal Cornaro potesse avanzar verso maggior sviluppo e più larga comprensione sopra un piano meno unilaterale, era necessario che la stessa dottrina fosse meglio precisata e più ampiamente spiegata c integrata nei suoi aspetti teorici e nelle applicazioni pratiche. Nel corso di poco meno di un secolo, da Marco Cornaro a Cristoforo Sabbadino e ad Alvise Cornaro, le prospettive del primo Cornaro trovarono quella più vasta esposizione e critica, che servirono, traverso una vivacissima polemica, a orientare il problema lagunare verso quelle soluzioni unitarie e radicali, che maturarono nel tempo. Sulla dottrina idraulica sintetizzata nell’aforisma « gran laguna fa gran porto » integrata dal principio dei « tre nemici » dell’integrità lagunare, i fiumi, il mare, gli uomini (che nemici erano, se mal regolati, quanto necessari se ridotti a giusta disciplina) riposarono non solo i programmi singoli di regolazione fluviale, di difesa litoranea, e di conservazione interna dello spazio lagunare contro dannose iniziative individuali (estensione di spazi di cultura agricola, delimitazioni vallive per pesca e caccia ecc. ecc.) e contro le continue usurpazioni, ma anche l’impostazione delle concezioni idrauliche prospettate in un ordine generale per ottenere il ristabilimento dell’equilibrio lagunare tra l’azione delle correnti fluviali e quello delle maree e conseguenti propizie condizioni allo sviluppo della vita economica e sociale (navigazione interna ed esterna, efficienza portuaria, difesa igienica ecc. ecc.).

La situazione lagunare al tempo del Sabbadino e di Alvise Cornaro, quale è descritta nelle loro opere (1), non era certo più consolante di quella offerta quasi un secolo prima da Marco Cornaro. Argomento capitale per tutti era la preservazione della città di Venezia, in funzione della quale era studiato il dinamismo lagunare, sì che il Cornaro, lamentando il restringersi della laguna tra Lio mazor e Brondolo, con previsione assai pessimista, deprecava l’inevitabile ulteriore contrazione dello spazio lagunare intorno al centro urbano, qualora il Sile avesse potuto congiungersi con la foce a Treporti e il corso del Brenta fosse disceso fino a Malamocco. Lo scarso apporto acqueo di fiumiciattoli dal Desc al Bottenigo, l’abbondante immissione di materiale solido e la reazione negativa delle maree, oltre compromettere l’efficienza delle comunicazioni acquee, avrebbero favorito il metodico compimento di interrimento e nelle circostanti contrade e nell’ambito della stessa città, di cui già l’attento patrizio rilevava significativi profili. « Se adunque », egli notava (2), « le acque ha conducto dicte a citade (cioè Padova, Altino, Concordia ecc. ecc.) in terra, che faran XX fiumere, che meteno a presso et quodamodo a torno Venesia ? Zudego mal e pezo. Et perhò quelle ha sì levada questa laguna che se puoi dire che non ge roman altro cha i canali; le velme, che sempre soleva haver aqua adosso, e fosse pizola quanto se volesse, adesso cum le acque basse quelle roman discoperte da l’aqua meglio de pie 2; e ogni dìì val de male in pezo, e mo va alevando el fondi di canali, come se puol veder per el Canal de Rialto e de San Marcho, che son molto aterradi; e tanto men aqua quanto tegnerà questa nostra laguna, tanto la vasterà el porto. Et perché se potria dir la Brenta se azonzerd cum el porto de Malamoco, el Sil cum i Tre

1 Furono da me edite e illustrate, come sopra dissi, nella raccolta degli « Antichi scrittori di idraulica veneta » promossa dall’Ufficio idrografico del Magistrato alle acque, unitamente alle principali scritture dei proti coevi, nelle quali si trova il riflesso degli insegnamenti, di cui fecero tesoro il Sabbadino e il Cornaro. Non sembra che i due idraulici abbiano conosciuto o per lo meno largamente utilizzata l’opera del predecessore: ad essi il problema lagunare si presentava in uno sviluppo più vasto, che imponeva una impostazione assai più lata e disforme da quella, che il primo Cornaro aveva potuto abbracciare.

2 PAVANELLO, Scritture cit., p. 143 sg.

Porti fra mezo questi ne ge roman altro che el Siocelo, Dexe, e Poveían, perché le aque da Mestre e Botenego, quelle se hanno a condur verso la Brenta: adunque a questo modo la nostra laguna se vegnirà a diffendere, che quella non se amonirà, perché al non vegnirà a romagnir se non i dicti 4 fiumecelli qui dentro, ciò è el Raganelo, Sioncelo, Dexe e Povian, che dir se puoi do pizole aque, dico che, quando alcuna de queste non vignesse, che a ogni modo questa laguna se convien amunir per queste rason, el terren non sta mai de crescer e senza aque dolce ». Il discorso era forse alquanto catastrofico, esagerando e accentuando gli effetti e i valori di situazioni locali e attribuendo a essi una influenza estensiva: ma non è dubbio che il pessimismo del Cornaro non era meno avallato dal giudizio dei suoi successori, e specialmente del Sabbadino, che, con imprecazioni contro l’inerzia e l’ignoranza dei suoi predecessori, sollevava più alto il grido d’allarme coinvolgendo nella responsabilità di tanta progressiva degradazione l’opera egoistica e ingorda degli uomini, assai più preoccupati dei benefici individuali che dell’interesse pubblico alla violenza degli agenti naturali, acque c venti contro i quali non era sempre possibile cautelarsi. Quali i rimedi? « Li rimedii » è sempre discorso dal Cornaro (1), me par se habia a far a prolungar la vita a questa inferma, si è prima a redur la Brenta per el suo leto usado, ciò è tuorla a Noventa e a quella condurla per la sua via e farla capitar al porto de Brondolo a ciò ch’el mal, che quella ha a far, la ‘l faci lutan da Venesia, perché, capita quella dove se voia, quella conven aterrar e far terren fermo. E perché io voria che quella andasse a quella parte. El Botenigo e aque, cum tute altre aque e aque de Mestrin voria capitasse in lo letto, ch’è la Brenta e fuora per Corbola in Canal mazor, in modo che tute scoladure del Padoan vegneria a capitar in questo leto de Brenta e lutaneravesse da Venesia. Le colature de Mestrin havesse una fossa da Mestre e che vegnisse a capitar verso Dexe over Sioncello; e se quelle podesse capitar nel Sil molto meglio.

1 PAVANELLO, Scritture cit., p. 147 sgg.

El Sil condurlo per el Sileto al porto de Lio Mazor e serar al ramo de Santo Adrian, in modo che tra Lio Mazor e porto di Brondolo havesse a capitar toto aque ». In questo « parere » era virtualmente abbozzato il profilo del futuro sviluppo di difesa: ma per il momento era impossibile convincere tecnici e politici ad accedere a iniziative, che urtavano contro vecchi pregiudizi e nuovi interessi divergenti. A prescindere da difficoltà di ordine finanziario, l’acquisto della terraferma, se da un lato esigeva un impegno più vasto e più complesso, dall’altro insinuava nuovi interessi facendo, sia pur inconsapevolmente, prevalere le preoccupazioni dei danni prodotti dalle innondazioni nelle vaste proprietà terriere a quella della integrità della laguna. E così per il momento si preferì ripiegare sopra un programma di fortuna, allungando il diversivo Dolo – S. Bruson – Canal Mazor, fino a Conche per immetterlo nel Bacchiglione, nonostante si facesse rilevare l’insufficiente pendenza sfavorevole a prevenire ulteriori innondazioni, e, senza prendere in considerazione la possibile diversione del Piave nella Bedòia, proposta allo scopo di allontanare dal lato nord-orientale della laguna l’assidua opera di sedimentazione portata dal fiume, fu posta attenzione alla regolazione dei canali lagunari al fine di mantenere efficienti le comunicazioni con le più delicate vie di transito del retroterra e del nord. Tale preoccupazione non è meno acuta nel progredire del tempo e affiora con maggior intensità nella letteratura e nella azione cinquecentesca, nelle quali è manifesto il conflitto tra l’interesse della difesa agraria della terraferma e quello dell’integrità della laguna compromessa da una politica, accusata di abbandono fino nel cuore della stessa città. Il contrasto è manifesto nell’ardente polemica tra il Sabbadino e Alvise Cornaro, nella quale si riflettono e si sintetizzano gli opposti programmi, nei quali sotto il dibattito tecnico si occultava il contrario interesse politico. Il Sabbadino, strenuo difensore della piena efficienza idraulica della laguna, dopo aver recriminato non meno aspramente del suo predecessore sopra una situazione resa anche più grave da erronea condotta di iniziative insufficienti e da sistematica violazione di elementari norme di prevenzione, sulla scorta di più ampio e approfondito studio ed esame dei fattori, che influivano sul regime lagunare (fiumi, maree, venti, culture agrarie, impieghi pescherecci e di caccia, articolazione canalizia, strutture

portuarie, comportamento dei partiacque, difese litoranee), considerava la necessità di dare più largo ambito alle acque, di accentuarne la dinamica, non solo aumentando il volume delle acque nei bacini lagunari, ma imprimendo alle acque movimento più celere e più attivo. In riferimento a questa funzione, oltre l’applicazione di un vigoroso governo di polizia lagunare per estirpare la mala pianta delle deleterie usurpazioni, dovevano esser regolati i sistemi fluviali e quelli portuari, per coordinare e armonizzare il deflusso delle acque dolci e l’azione delle maree. Il Sabbadino propugnava l’estromissione dei corsi maggiori, apportatori di materiale grossolano e minuto atto alla sedimentazione, al nord e al sud, con diversione sopra le direttrici fondamentali, Brenta e Sile; sosteneva invece la necessità di lasciare aperto il deflusso dei corsi minori e delle acque di scolo, che non potevano costituire una minaccia per la laguna, ma era indispensabile per lasciar risalire il più possibile il flusso della marea nella terraferma, sì da produrre forte caduta al suo riflusso. Il Sabbadino propugnava la più ampia espansione delle acque di marea nella laguna, la loro più profonda estensione verso la terraferma, la maggior spinta nella fase di flusso e la più alta pressione nel riflusso, in modo da impedire il deposito dei materiali recati dalle acque dolci e delle sabbie portate dalle acque salse nell’entrare in laguna. Il Sabbadino attribuiva al movimento delle acque la funzione di scoar la laguna, di eliminare il materiale di deposito, portato dall’esterno o costituito dai rifiuti dell’interno, in modo da impedire l’elevazione del fondo lagunare e l’interrimento dei canali, considerati le arterie vitali non solo del movimento umano, ma anche di quello altrettanto essenziale delle acque. Così il tradizionale aforisma « gran laguna fa gran porto » avrebbe avuto piena e benefica attuazione, i partiacque sarebbero stati altrettanto validi, e i porti efficienti. Il chioggioto Sabbadino, per quanto riguardasse la salvezza fisica e sociale della città di Venezia come supremo interesse e massimo dovere, non dimenticava i crateri di Malamocco e di Chioggia e dei loro porti, come elementi integranti della conservazione della laguna: e però, non accettando programmi più sostanziali nel problema della Brenta, egli insisteva perché mettesse capo a Brondolo e restasse estromessa dall’ambito lagunare, senza forse preoccuparsi troppo (pur tenendole presenti) delle conseguenze continentali, che l’andamento fluviale produceva.

Il suo antagonista in materia idraulica, Alvise Cornaro, seguiva un programma opposto. Quale ardente propugnatore dell’estensione della bonifica agraria nelle aree vallive di terraferma e ai margini della laguna (laguna morta) e in laguna (egli si professò autore di questa politica), in un certo senso subordinò il problema lagunare alle esigenze economiche della produzione naturale (1). Il Cornaro, in contrasto con il Sabbadino, riteneva doversi accettare lo status quo dell’estensione del bacino lagunare e doversi consolidare il limite raggiunto dalla terraferma con saldo e solido confine di separazione: si doveva invece estendere l’opera di bonifica, ch’egli aveva iniziato sui propri beni, nelle aree vallive c paludose limitrofe alla laguna c della laguna morta. E a riparo delle innondazioni fluviali sosteneva la diversione di tutte le acque fluviali sottostanti al Sile nel bacino meridionale propugnando fra l’altro l’immissione del Musone nel Brenta e avviando questo per la via di Conche e del Bacchiglione a Brondolo. Da questa accesa polemica, a dir il vero, non scaturirono risultati pratici sensibili. Il problema del Brenta poco avanzò: acquisito ormai dopo l’esecuzione del tracciato deliberato nel 1507 nonostante l’opposizione di fra Giocondo, Dolo – S. Bruson – Canal Mazor – Conche, l’operazione trovò il completamento nel 1540 con la diversione del Brenta (Brenta nuovo) e del Bacchiglionc nel porto di Brondolo, consolidando infine nel 1547 con opportuni lavori la struttura dell’alveo brentano, fino allora considerato un semplice diversivo, con l’erezione soprattutto del sostegno di Dolo e trasformando il braccio terminale per Fusina in seriola necessaria per assicurare il rifornimento idrico della città e la navigazione da Venezia a Padova (2). Il duplice fine di alleggerire il carico fluviale sopra la laguna e prevenire le innondazioni nella terraferma non sembrò raggiunto: e il tema fu riproposto con nuovi espedienti, sempre nell’ordine della concezione dominante, integrata sia pur parzialmente dalle ispirazioni di Alvise Cornaro. 1 Cfr. CESSI, Alvise Cornaro e il problema delle bonifiche, in « Rendiconti dell’Accademia dei Lincei », s. VIII, Vol. I, 125. Sul problema in genere delle bonifiche veneziane vedi Campos, I consorzi di bonifica nella Repubblica veneta, Padova, 1937; MOZZI, I magistrali alle acque e alle bonifiche, Bologna, Zanichelli, 1931.

2 I documenti stanno nello ZENDRINI, Memorie cit., I, 25 sgg.: cfr. PAVANELLO, Scritture cit., p. 148 sg.; CUCCHINI, Le acque dolci cit., p. 15 sgg.

Nacque così il programma del diversivo della Mira e della immissione del Musone in questo, formulato nei 1595, dopo inutile tentativo di vari diversivi secondari, e attuato in lungo periodo di lavoro, che aveva compimento nel 1610 col Novissimo e nel 1655 con il canale di Mirano (1). Anche il sistema plavense suscitò non lievi incertezze: il più elaborato progetto di Marco Cornaro non incontrò consensi, ma non si seppe escogitare una qualunque soluzione fattiva, restringendo l’attenzione al comportamento canalizio ( 2). Nè il Sabbadino nè Alvise Cornaro s’avventurarono a rimedi radicali: si oscillava tra la soluzione dei diversivi di Tagli, di Re, di Cava Zucarina – Cortelazzo (1534). di Rotta vecchia Cortelazzo (1538), S. Donà-Cortelazzo (1538), con scarsi risultati, se, constatato l’esito negativo dei primi due diversivi, si riprendeva assai più tardi, nel 1579, quest’ultimo senza riuscire di condurlo a pronta attuazione. Neppur giovò il grande argine (argine di S. Marco), deliberato nel 1534, da Ponte di Piave alla Cava di Caligo sulla destra del Piave, a sussidio di diversivi aperti sulla sinistra, per impedire le esondazioni del fiume verso la laguna. Anche nei riflessi del sistema plavense si opposero resistenza analoghe a quelle, che fecero fallire i tentativi di radicali innovazioni nella regolazione del Brenta, che non solo i pulitici, ma anche i tecnici furono restii ad adottare. Fu detto che il cinquecento fu il periodo aureo dell’idraulica veneziana, ma forse più per l’elaborazione teorica dei principi di studio che per l’esecuzione di programmi, accolti non senza diffidenza, sia per il contrasto di interessi, sia anche, e forse più, per un senso di misoneismo, che gravava sopra l’iniziativa politica di una classe dirigente assai legata alla tradizione cittadina. Non si può dire che facesse difetto abbondante esperienza tecnica: progetti e programmi non erano formulati empiricamente, ma erano proposti a ragion veduta: ne fanno testimonianza gli accurati scandagli, le assidue livellazioni, i costanti itinerari, che precedettero e seguirono la preparazione ed esecuzione di opere. Per quanto compiuti con mezzi non perfetti, essi rappresentano l’applicazione di uno sforzo, sistematicamente impiegato per valutare cause cd effetti sulla base di

1 PAVANELLO, Scritture cit., p. 14 sgg; CUCCHINI, Le acque dolci cit., p. 13 sgg.

2 PAVANELLO, Scritture cit., p. 29 sgg.

elementi meno incerti forniti da grossolane osservazioni o da empirica intuizione. Non mancavano certo motivi di errore, che spesso i proti rilevarono, e ne danno esempio le contestazioni di fra Giocondo e del Sanmicheli; ma non si può escludere che l’abbondante materiale raccolto con diligente esperimento dagli idraulici cinquecenteschi non sia stato utile e solida guida a orientare la loro esperienza tecnica e non possa servire ancor oggi a qualche controllo comparativo in merito alle variazioni lagunari intervenute nel corso degli ultimi secoli. Merito comunque dell’idraulica cinquecentesca fu quello di aver stabilito una valida interdipendenza tra i problemi relativi alla regolazione fluviale, al regime interno, e alla sistemazione portuaria e litoranea, anche se lenta fu la scelta da parte degli organi responsabili. D’altra parte non meno lenta fu anche l’applicazione da parte della politica veneziana di una esperienza più matura fornita da tecnici, che erano in grado di offrire l’apporto scientifico più approfondito, che il progresso della scienza accumulava. Le grandi soluzioni, che gli idraulici del quattro e cinquecento avevano intravisto e anche segnalato lasciando in eredità ai loro successori l’esecuzione, vennero condotti a compimento con non minor cautela e lentezza: ma giova riconoscere che le opere eseguite da quei pionieri, anche se imperfette e talora viziate da insufficienza, valsero a salvare la laguna da un pericolo imminente, in un momento critico: i loro clamori e le loro denuncie, lungi dall’essere infondati, sollevarono il velo steso sopra argomenti vitali, riuscendo con il loro deciso intervento ad arrestare sul terreno più sensibile il processo di insabbiamento, che avanzava intorno a Venezia con ritmo accelerato. Se non tutti i problemi, del resto assai complessi, poterono, nonché esser risolti, neppur affrontati con strumenti adeguati, anche tecnicamente, non dipese da ignoranza o tanto meno da insensibilità, ma dalla vastità dei compiti, che in breve spazio di anni furono addossati al Magistrato alle acque e alle sue figliazioni (Soprastanti ai Lidi, Provveditori all’Adige, Beni Incolti ecc.) con l’adozione di nuovi principi (sottoponendo le acque a regime di diritto pubblico) e con l’impostazione di nuovi orientamenti politici (politica delle bonifiche), che direttamente o indirettamente ricadevano nell’ambito dei problemi lagunari. Ma non si può dire, percorrendo retrospettivamente l’azione dei primi due secoli del governo integrale del problema lagunare, che l’opera abbia fallito nei suoi fini, anche se spesso appare svolta piuttosto frammentariamente;

che il mancato coordinamento di taluni aspetti abbia compromesso o comunque ritardato con sinistri effetti il riassetto dell’economia lagunare; che erroneamente siano stati profusi ingenti somme e grandi energie nella difesa litoranea senza impedire l’erosione costiera; che male siano stati governati i porti per considerazioni di prestigio politico piuttosto che obbedire alle esigenze naturali dell’equilibrio marittimo. Col senno del poi è facile rilevare e denunciare, non dirò errori, ma insufficienze e deficienze del passato: ma ai facili critici è doveroso ricordare che la loro sapienza come la loro saggezza è un po’ figlia dell’esperienza e dell’apporto dei loro predecessori, la cui opera non è trascorsa invano: e ad essi in buona parte risale l’opera fattiva di restaurazione in una situazione assai pesante, che neppure un esercito di badilanti impiegato nello scavo avrebbe ristabilito.

5. – Le maggiori opere, che, compiute nel corso di tre secoli dal XVII al XIX secolo, assicurarono lo sviluppo razionale di un sistema idrografico garante della funzionalità idraulica della laguna moderna, si mossero sopra la piattaforma elaborata dagli idraulici del cinquecento intorno alle grandi arterie Brenta in direzione sud-est e Sile-Piave in direzione nord-est e sulle basi portuarie, che erano state oggetto di lunghe discussioni a salvaguardia principale del porto di S. Nicolò (1). Dal tentativo, sia pure inconsapevole, di conciliare le tesi opposte del Sabbadino e del Cornaro e nella presunzione di utilizzare di ambedue l’aspetto ritenuto migliore, nacque alla fine del sec. XVI il progetto del sistema Muson – Novissimo, di cui era stato fautore Gian Luigi Gallese, compiuto nel corso della prima metà del sec. XVII, col proposito di alleggerire il Brenta mediante nuovo diversivo e nello stesso tempo di farlo servire di veicolo allo scarico delle acque alte alla bassa e di liberare la laguna dall’influsso fluviale in tutto il suo perimetro marginale. La soluzione non fu felice, se si considerano gli effetti: per ottenere l’unità e continuità del sistema era stato necessario avvicinare il corso fluviale al margine lagunare, sì da formare di esso la base della predicata conterminazione lagunare, che era uno dei presupposti del Cornaro; si dovette traversare un terreno, che era percorso da numerosi canali e scoli, la cui immissione nel nuovo alveo non era possibile, e per lasciar ad essi 1 CUCCHINI, La laguna cit., p. 16 sgg.

libera la via allo scarico in laguna, secondo le prospettive del Sabbadino, si rimediò con la costruzione di botti sotto il nuova alveo. Né la terraferma fu preservata completamente dalle inondazioni, né la laguna dalle tracimazioni del Nuovissimo, almeno fino a che l’argine sinistro non fu completato: e per riparare ai danni del Muson dei Sassi e del diversivo brentano S. Bruson – Conche, non poteva escogitarsi per il momento soluzioni migliori, dovendosi attenuare gli sconcerti continentali e nello stesso tempo diminuire, o almeno non aggravare, le minaccie alla laguna. Il prolungamento poi del corso, per metter calo nel mare sotto Chioggia e l’abbinamento del corso inferiore con il Bacchiglione generarono una diminuzione di pendenza, già scarsa su tutto il percorso, come aveva ammonito, in altre circostanze, fra Giocondo, favorendo i depositi sul fondo, l’aumento di livello di questo, e il pericolo di frequenti innondazioni. Opere collaterali per riparare con espedienti agli sconcerti, quando si verificarono, si susseguirono per due secoli, fiancheggiate da rigorose osservazioni, da assidui rilievi, da prudenti studi, aggirandosi forse in un circolo vizioso, prima di intraprendere la via, che in definitiva doveva far superare tutte le perplessità. Basti qui ricordare la circostanziata relazione di Angelo Emo del 1762 (1) di fronte al lamentato deterioramento lagunare, e più ancora la dettagliata dissertazione- del Querini sul problema del Brenta (2). A testimoniare la difficoltà di tentare una soluzione radicale sta l’estremo sforzo di riportare, nel 1840, il Brenta nel cratere di Chioggia, prima che fosse ideato il piano Fossombroni-Paleocapa (1846 – 1878) con l’apertura della « cunetta », Fossa – Stra-Conche, e la conseguente sistemazione del naviglio Stra-Fusina e i rispettivi caratteri fluviali, fino alla totale espulsione della Brenta nel 1896 dalla laguna di Chioggia a Brondolo con separazione tra Brenta e Bacchiglione. Comunque, i diversivi, che furono successivamente operati sul Brenta nel corso di tanti secoli, anche se imperfetti e insufficienti, nelle previsioni

1 Fu pubblicata dal Pesenti in appendice al suo studio su Angelo Fino (Venezia, 1913).

2 Querini, Considerazioni e allegazioni per la più pronta, sicura ed economica regolazione del Brenta, Venezia, 1789, Scritture per la regolazione del fiume Brenta, Venezia, 1789-1792, Vol. 8, seguita poi dagli Ultima verba del 1792 e del 1794

erano diretti a scongiurare maggior pericolo nei crateri meridionali da Lio Mazor a Chioggia, mentre nel cratere settentrionale dominato dal Sile e Piave l’azione di insabbiamento a opera dei corsi fra Marzanego e Sile compromise fortemente la salute dell’area tra Mazzorbo e Torcello. La diversione del Musone con raccolta delle acque dal Marzanego in giù lasciò impregiudicati i bacini a nord per la difficoltà di regolare il Sile, se non si fosse trovato nello stesso tempo un regolamento del Piave, al quale quello restava tecnicamente subordinato (1). Infatti la sistemazioni del Sile nel letto del Piave presumeva, secondo il progetto Bonetti, dopo tante vane esperienze lo spostamento della Livenza a nord, l’immissione del Piave nella foce della Livenza a S. Margherita, e la conseguente immissione del Sile nel letto abbandonato del Piave. Se non che l’esecuzione dell’opera (1642-1667) portò alla formazione di quel lago, che, sollevando tante recriminazioni, compromise le previsioni dei tecnici, alle quali pose riparo la natura con la rotta della Landrona nel 1683 aprendo spontaneamente il varco al porto di Cortelazzo. Le vicende plavensi, cui erano strettamente legate le sorti del Sile e degli altri corsi collaterali, fecero ritardare la sistemazione di queste acque, le quali più influivano sopra l’integrità lagunare. Gli studi e le ricerche compiute nel sec. XVI, furono intensificati nel successivo in correlazione con la sistemazione del Piave (1642), ma altrettanto prolungati, per l’esecuzione, fino al compimento del diversivo di questo nel nuovo alveo di S. Margherita, nel 1670 – 73, che consentì l’immissione nel vecchio alvo plavense per via del taglio da Portegrandi a Capo Sile (2). La sistemazione della vecchia cava continentale, da cui nacque l’Osellino, aveva raccolto le acque da Campalto al Sile; il taglio di Sile allontanava il fiume dalla laguna, ma lo svolgimento di questo tracciato addossato ai margini della laguna costituì uno svantaggio, che fu aspramente criticato a suo tempo dal Montanari, per difetto di pendenza e per la realizzazione di un argine a mare di separazione fra acque dolci e salse, che gli idraulici del cinquecento, dal Gastaldo al

1 PAVANELLO, Scritture cit., p. 149 sgg.; CUCCHINI, Le acque dolci cit., p. 38 sgg.

2 CUCCHINI, Le acque dolci cit., p. 21 sgg.

Cortivo avevano deprecato, intercettando le acque del territorio del Vallio e del Meolo. Se tuttavia la laguna era sufficientemente protetta dall’argine destro del Taglio, restava scoperto il lato sinistro per assenza di un corrispondente argine con danno irreparabile per i possessi trevigiani. Ancora una volta si proponeva il conflitto tra il possesso fondiario e l’esigenza lagunare, creato dall’insufficienza tecnica di conciliare i due opposti interessi: e ci si domanda, se una diversa soluzione (una intestatura più all’alta) avrebbe evitati quei danni maggiori, che si volevano eliminare. Il governo veneziano, assai sensibile alla difesa dell’integrità lagunare, cedette, con cautela però, ai lamenti dei terrafermieri, e nel 1695 accoglieva il suggerimento di aprire uno sbocco alle acque a Portegrandi (Busenello de Sile), che praticamente immetteva nuovamente in laguna le acque del fiume nelle condizioni precedenti, senza alleggerire il peso del Taglio. L’apertura del Busenello era fatta a titolo sperimentale con la diffida al competente magistrato di sorvegliare attentamente gli effetti, che ne conseguissero, « e specialmente in ciò che riguarda alla tanto gelosa indennità e preservazione della laguna ». Quali fossero gli effetti, poteva registrare settantaquattro anni dopo l’Emo, nel constatare l’interrimento, cui era andata soggetta la laguna superiore, sì che nel 1679 si ordinava la chiusura della bocca, avviando nuovi studi per combattere le innondazioni o con aperture di botti o con diversioni del Vallio e del Meolo, ma senza trovare la possibilità di accordo fra le due apposte esigenze. Si ripeteva l’alternativa della politica veneziana, non meno attuale anche sotto il governo austriaco: nel 1818 il Busenello fu riaperto, con conseguenti danni per la laguna, che non migliorarono neppur dopo i lavori di sistemazione del 1871-1889, intesi a proteggere la terraferma a sinistra del Taglio, piuttosto che salvare la laguna minacciata dal deprecato Busenello. Traverso un travaglio secolare era complessivamente realizzato il programma di estromissione dalla laguna di quelle acque, che si giudicavano apportatori principali di dannoso interrimento, formulato unanimemente dagli idraulici cinquecenteschi, anche se spirati da concezioni opposte e a metodi di esecuzione non sempre appropriati e di esito favorevole. L’estromissione dei corsi principali aveva di conseguenza diminuita anche l’alimentazione idrica della laguna: ma non fu questo il motivo che particolarmente inferì a temperare la rigida preclusione dello

scarico delle acque propugnato dagli interpreti (magari inconsapevolmente) della concezione di Alvise Cornaro, affiancando la diversione extra-lagunare dei fiumi con una cintura di protezione della laguna interposta tra acque salse e acque dolci, la ben nota conterminazione lagunare, che iniziata con l’arginatura delle diversioni condotte in prossimità o quasi della laguna (quella del Brenta dal sec. XIV; quella dell’Osellino, 1507; quella del Novissimo, 1610; Taglio di Sile, 1684) e sviluppatasi sulla direttrice di quelle in forma rettilinea, non senza interruzioni locali (dossi di Conche, dossi delle Giare, dossi di Fusina e Bondante; foce dell’Osellino-Portegrandi), ebbe più definita sanzione nel 1789. La laguna da Lio Mazor a Chioggia era così rinserrata in una cintura di sicurezza, garantita verso il continente dalla conterminazione marginale e verso la parte marittima dal lido opportunamente rafforzato con opere di difesa, intese a riparare i danni delle erosioni prodotte dalle esondazioni e quelli del naturale abbassamento del suolo, mediante speroni avanzati in mare, costruzioni di dighe, e, più tipico provvedimento d’ogni altro, l’erezione dei Murazzi sul punto più debole e minaccioso, sul lido di Malamocco-Pellestrina. La preclusione dello scarico delle acque dolci in laguna non poteva tuttavia essere così rigoroso da non subire notevoli limitazioni, cosa come i problemi litoranei furono largamente influiti dalle superiori esigenze portuarie. La concezione sabbadiniana di tener aperte le vie di scolo per consentire alle acque salse di risalire il più possibile nell’entroterra non trovò consenzienti quanti si preoccupavano anche, e forse più, dell’incolumità delle campagne retrostanti. Non si potevano ignorare o trascurare gli interessi di terreni, che, una volta elevato l’argine marginale, si trovavano sotto il dominio delle acque, né le necessità di scolo dei terreni bassi, soprattutto quando furono iniziate l’opera di bonifica e la costituzione dei consorzi rispettivi, dalla seconda metà del cinquecento, in quei territori vallivi, che la conterminazione andava segregando definitivamente dalla laguna. Di qui la costruzione delle botti sotto il Novissimo e il Musone per consentire lo scarico dei terreni della sinistra e l’organizzazione delle varie frese lungo questi dislocate; di qui i diversivi di sbocco nel sistema Bottenigo-Bondante; di qui lo sbocco del Marzanego ricondotto parzialmente alla vecchia foce dopo la sua deviazione nell’Osellino; di qui

le rettifiche del consorzio Vallio-Meolo; di qui l’apertura del Busenello, che tanto danno procurò e procura e alla campagna a monte e alla laguna a valle. Il deflusso delle acque di scolo era giustificato con l’argomento della necessità di sollevare terreni bassi dagli effetti sinistri dell’impaludamento e del minimo danno per la laguna, perchè data la scarsa pendenza del terreno e la lentezza del corso le acque giungevano in laguna ormai depurate da depositi e in massima limpide, argomento, che, come fu avvertito da attenti osservatori, meno regge quando al deflusso naturale si sono sostituiti i mezzi meccanici di scarico, allargando il perimetro di bonifica, che negli ultimi cento anni ebbe più ampio sviluppo. I danni maggiori, che da tali scarichi derivano alla laguna, la diversa portata dei rispettivi bacini e l’esiguità di taluni, si verificano soprattutto nelle aree terminali, a nord nella laguna di Treporti-Lido, nella palude di Cona sotto l’influsso del Busenello, al sud nella laguna di Chioggia, nella valle dei Mille campi per opera del Nuovissimo c nel canale delle Trezze: anche la laguna di Malamocco ne risente nelle barene del Lavornello allo sbocco del Bendante.

6. – L’estromissione dei maggiori corsi, apportatori di copioso materiale grossolano e minuto, soprattutto nel periodo di piena, aveva contribuito ad arrestare o almeno limitare l’estendersi dell’area di barene, che si erano formate con crescente ampiezza a partire dai lembi lagunari per il convergere delle torbido fluviali e delle correnti di marea, che reciprocamente neutralizzandosi nel punto di incontro favorivano il deposito del materiale trasportato. Ad attenuare questo fenomeno il Sabbadino, che, sulla scorta di precedenti trattati, quale quello del Dondi, aveva lungamente analizzato i movimenti di marea e i loro influssi nel regime lagunare, aveva propugnato l’estromissione delle correnti fluviali e il disimpegno delle correnti di marea da ogni ostacolo, naturale o artificiale (reti, grisiole, palizzate ecc.), per consentire alle correnti di marea di risalire più addentro possibile tra i canali di scolo ed espandersi nella così detta Laguna morta. E certamente da un esame comparativo tra lo stato lagunare offerto dagli antichi scrittori, da Marco Cornaro a Cristoforo Sabbadino c Alvise Cornaro, e quello più recente del Guglielmini (sec. XVII) c più ancora degli studiosi del sec. XVIII e XIX; e ancora dal confronto tra le carte degli antichi idraulici (Sabbadino, Cornaro, Dal Cortivo) e quelle dei secoli successivi fino ai giorni nostri, ancora dal paragone degli scandagli e

delle livellazioni dei vecchi idraulici (che meriterebbero maggior attenzione) con le rilevazioni dei tempi nostri, da quella del Denaix a quelle dell’Istituto geografico militare e dell’Ufficio idrografico del Magistrato alle acque, si possono facilmente accertare quali siano stati gli effetti prodotti dall’estromissione fluviale sullo stato barenoso dei lembi marginali a suo tempo formato dal Piave, dal Sile, nel cratere di Tre Porti, dal Brenta, da Campalto a Fusina, alle Giare nei crateri di Lido e di Malamocco e poi nella laguna di Chioggia, infine dall’Adige in quella di Brondolo. A mantenere l’efficienza dei crateri lagunari (Treporti-Lido, Malamocco, Chioggia), la cui vitalità era soprattutto assicurata dalla piena attività di movimento delle maree, dalla loro espansione nei vasti specchi dei partiacque, nei canali, nei fondoni, formati dalle valli di Pozzo, dalla valle di Sette Morti, dalla Val Grande, dalla valle del Cornio, di S. Angelo della Polvere (Contorta), di S. Marco di Boccalama, di S. Secondo, nelle arterie longitudinali e trasversali, nei canali tra barene fino a raggiungere e risalire i canali lagunari di acqua dolce, non bastavano solo l’eliminazione di antitetici rigurgiti fluviali e l’estirpazione di ostacoli naturali (con opere di scavo ripetutamente attuate per sgombrare linee di comunicazione) o artificiali creati dall’abuso umano, affrontati con l’adozione di una severa polizia lagunare, assai male osservata e peggio applicata nonostante le più studiate disposizioni e le più aspre sanzioni, ma non poteva esser trascurato il problema litoraneo, che si presentava sotto molti aspetti. Se l’apporto di sabbie dal nord a opera dei venti e dei flutti serviva da un lato ad allargare la spiaggia con depositi laterali, dall’altro ostruiva le foci lagunari con la formazione di scanni sabbiosi, i quali fra l’altro ostacolavano la navigazione: d’altra parte l’azione spiegata lungo la costa mediana (lido di Malamocco) compiva l’opera erosiva, che associata al naturale movimento di abbassamento comprometteva la capacità difensiva litoranea, così come l’espansione del delta padano, prima del taglio di Porto Viro aveva influito sinistramente sopra il porto di Chioggia. Di qui l’intensa opera di difesa per rafforzare il lido e sistemare i canali portuari. Fino a che il problema della conservazione lagunare fu considerato soprattutto in funzione dello scarico fluviale sia per mantenimento interno sia per i transiti esterni, i problemi della vitalità litoranea furono affrontati dall’interno con il rafforzamento dei lidi nei punti pericolanti mediante duplice e triplice palizzata, allo scopo di impedire che il mare eguagliasse

la laguna, e con l’erezione di molteplici speroni e moli guardiani lungo il lido e ai porti per infrangere i flutti. Presumendo che l’alimentazione dei porti potesse essere meglio fornita dalle correnti fluviali e queste avessero virtù di rompere con il loro deflusso gli scanni antistanti ai porti, era stato cercato di rafforzare con provvedimenti diversi, utilizzando l’apporto del Brenta, la corrente del porto di S. Nicolò, con ristretta visione dell’interesse locale del bacino veneziano. Nell’intento di ampliare il porto di Lido fu dapprima deciso di chiudere il bacino di S. Erasmo congiungendo due partiacque (Venezia e S. Erasmo) con il canale dei Marani (1356). ma tosto la chiusura fu revocata (1359), più volte poi riproposta, ma sempre abbandonata, fino a che si intraprese la separazione delle due foci con l’interposizione di una palizzata (la garzina), più o meno prolungata verso il mare, senza produrre l’effetto presupposto. Eguale risultato negativo diedero le ripetute aperture e chiusure della fossa collaterale della corrente di S. Nicolò, la Paleazza, piegata verso scirocco per effetto dello scanno subacqueo, che avanzava spinto dai venti di levante ( 1). Ma la preoccupazione, che guidava queste opere, era più politica che tecnica, più subordinata alle esigenze economiche di Venezia che a considerazioni idrauliche. E per questo, dopo falliti gli sforzi diretti sopra il porto di Lido si presunse trovarne la salute nell’iniziativa di restringere o chiudere il porto di Malamocco per dar maggior alimento a quello di Lido, idea che suggerì più tardi il proposito di modificare artificialmente il partiacque tra i due bacini. Ma l’inutilità di questi sforzi, quando ancora non era imboccata la via di una organica politica lagunare (era il tempo, nel quale il problema del Brenta oscillava fra opposte soluzioni), per sopperire alle urgenti necessità del mercato veneziano si era dovuto utilizzare più largamente il porto di Malamocco (1439), avantaggiato, almeno sotto un punto di vista, dall’apporto delle acque del Brenta, divertite verso il suo cratere. Diverso apprezzamento nelle soluzioni portuarie si ebbe soltanto alla metà del cinquecento, quando il Sabbadino capovolse la dominante concezione e affermò che «il governo della fuosa e canali fuori del porto non procede dall’acqua della laguna principalmente, ma dalle stagioni, dai tempi, dalle fortune di fora, che regnano più ad un modo che ad un altro »

1 CUCCHINI, La laguna cit., p. 24 sgg.

(1), per cui invece che chiudere o separare la foce di S.Erasmo da quella di S. Nicolò suggeriva l’unione delle due bocche « et essa aqua (di S. Erasmo) si conzonzeria con quella del porto di S. Nicolò avanti che la uscisse di fatto nel mare ». E questo concetto divenne patrimonio della scienza idraulica veneziana, anche se non ebbe completa esecuzione. Era per lo meno acquisita la massima. Incanalare le acque tenendone raccolta la forza viva fra due dighe da protendersi in mare, allo scopo di obbligare la corrente a rompere gli scanni e a conservarsi in seguito il passo libero dalle sabbie, era l’idea fondamentale, che doveva guidare alla soluzione di questo importante problema. Era ed è sostanzialmente vera la massima del vecchio aforisma, consacrato dalla scienza idraulica cinquecentesca, gran laguna fa gran porto, nel senso che la laguna dovesse trarre il suo principale alimento dal mare, anziché dalle acque dolci, traverso foci litoranee aggiustate non soltanto per i più utili servizi (anche per questi) delle comunicazioni e della navigazione, ma anche per regolare i movimenti di marea indispensabili alla vitalità lagunare, prevenendo, nei limiti del possibile, i sinistri derivanti dal succedersi di momenti critici. L’impegno intelligente e passionato di secolare sforzo di tante generazioni, anche traverso interpretazioni non sempre felici (parlare di errore con il senno del poi sembra un po’ fuor di luogo), ha tuttavia accumulato un’esperienza e anche una somma di risultati, di cui una tecnica più industre, con mezzi più agevoli, ha potuto trarre profitto, adempiendo opere nella regolazione dei fiumi, nella sistemazione litoranea, nelle costruzioni portuarie, che certamente hanno più largamente valorizzato i benefici lagunari naturali: anche l’attivo lavoro di ricupero, mercè ampia opera di bonifica, potè esser attuato ai lembi lagunari senza pericolo di quell’annullamento, che dai paladini, troppo misoneisti, dell’integrità lagunare, era temuto per irresistibile usura di spazio. L’integrità della laguna sembra ormai esser garantita non solo dal complesso di opere faticosamente compiute, suscettibili di ulteriore perfezionamento a riparo di sconcerti ancora attivi, ma anche da sicure impostazioni di scienza, retaggio di costante e progressiva elaborazione, che dal cinquecento ai nostri giorni apprezzati intelletti hanno curato. 1 SABBADINO, Scritture cit., III,

Da Marco Cornaro, al Sabbadino, ad Alvise Cornaro, alla copiosa schiera dei proti del Magistrato, che nelle loro relazioni quotidiane hanno pur raccolto tesori di scienza, forse ancora ignorati, al Lorgna (1), al Guglielmini, al Montanari, allo Zendrini, per citare solo alcuni nomi del vecchio tempo, non soltanto è scaturita un’operosità pratica, intesa a fronteggiare le esigenze immediate, ma anche la visione sempre meglio definita di principi, che dovevano servire di ammaestramento e guida nella ricerca delle più convenienti applicazioni. L’arte, la scienza e la tecnica moderne hanno presentato prospettive più complesse e suggerito soluzioni più perfette. Altri problemi s’affacciano anche in rapporto a crescenti esigenze della vita. Di fronte alle grandi opere di estromissione dei maggiori fiumi, compiuta nell’ultimo secolo, taluno ha espresso qualche dubbio sopra l’utilità di troppo rigida preclusione, lamentando i danni derivanti da diminuita alimentazione da parte dei bacini terrestri, quando, nonostante le ottime sistemazioni dei corsi minori, come quella del Dolce, non tutte le insidie attive, quale quella del Busenello, sono eliminate. Resta sempre appassionante il tema del progressivo abbassamento del fondo lagunare, anche in connessione all’aumento del livello marine, e quello dei mezzi per riparare le conseguenze negative, che si risentono soprattutto nell’abitato, anche se in misura meno inquietante che nel delta padano. Resta ancora l’assillante problema dell’erosione litoranea, oggi non meno pericolosa che in passato e ben degna di essere affrontata con opere, che per lo meno eguaglino l’ardimento veneziano. Ma convien pur dire che esigenze della vita impongono un limite a troppo intransigente misoneismo, che determinerebbe un accentuato squilibrio della vita lagunare rispetto allo spettacolare incremento economico e sociale dei tempi moderni. L’estensione delle opere di bonifica, l’allargamento di aree industriali, l’incremento edilizio, i più stretti allacciamenti translagunari, l’industrializzazione della cultura peschereccia, sono altrettanti aspetti, dei quali, per quanto denunziati come energie nemiche della integrità e della sanità lagunare con la minaccia di inquinamento, non si può misconoscere aprioristicamente 1 MARZOLO, Le opere di A. M. Lorgna nel campo idraulico, Verona, tip. Veronese, 1935.

l’alto valore sociale, a condizione non si forzino oltre l’onesto i limiti di giusto equilibrio. Una grande battaglia fu vittoriosamente combattuta per liberare la laguna da un flagello, che la tormentava non solo ai margini, ma anche in aree interne, quello della malaria. La difesa igienica, sotto ogni forma, è un aspetto fondamentale per il mantenimento della prosperità lagunare, sempre presente in ogni tempo, dagli studi e dai provvedimenti cinquecenteschi (basti richiamare le scritture del Marini in materia) alla lotta dell’ultimo secolo contro la malaria. L’esperienza del passato ha fatto assistere ad audacie fruttuose: l’eredità da questa lasciata deve essere valorizzata con saggezza e con altrettanta audacia, ma anche con cautela per risparmiare inutili errori. La conoscenza della costante evoluzione pratica c teorica maturata nel tempo forse neppur oggi è del tutto inutile. Con questa convinzione mi sia lecito ricordare le iniziative, che tale conoscenza cercarono di promuovere, da parte dell’Ufficio idrografico del Magistrato alle acque con la pubblicazione delle opere degli Antichi scrittori di idraulica veneziana, da parte della Commissione per lo studio del Mediterraneo con la grande Monografia della laguna veneta, da parte dell’Istituto di Sc. Lett. e A. con lo studio e la pubblicazione delle antiche mappe lagunari. Io mi auguro che queste opere, alle quali ho avuto ed ho l’onore di collaborare, possano essere alacremente continuati, superando le immancabili difficoltà di ordine tecnico, che mai non mancano. Quanto è stato fino a oggi reso pubblico serva di stimolo a continuare nel lavoro.

Lug 14, 2015 - venezia ambiennte    No Comments

You felons

 

Ha scritto il prof. D’Alpaos: “Un tempo la fascia della laguna più prossima alla conterminazione, la cosiddetta laguna morta, era ricca di barene, tipiche forme lagunari le cui quote erano sufficientemente elevate per essere sommerse dalle acque solamente durante le fasi di più spinta alta marea. Tra le barene, solcate da una miriade di piccoli canali, si interponevano chiari d’acqua poco profondi, creando un tessuto morfologico estremamente articolato, a sua volta funzionale ad accrescere, dal punto di vista idrodinamico, il ruolo dei fenomeni dispersivi e, quindi, a favorire un migliore ricambio delle acque nelle zone idraulicamente più lontane dalle bocche.”

 

In particolare, continuava D’Alpaos, “Quelle sinteticamente descritte sono condizioni che stanno scomparendo. La laguna, anche a causa dell’azione congiunta dell’innalzamento del livello medio del mare e della subsidenza del suolo, ma non solo, ha visto drasticamente ridursi soprattutto durante l’ultimo secolo le superfici occupate dalle barene. Parallelamente, si sono incrementate le profondità delle velme e delle zone d’acqua che siaffiancano ai canali. Diversamente da un passato nemmeno tanto lontano, oggi i bassifondi della laguna viva non si scoprono più nemmeno durante gli stati di bassa marea eccezionale. Il fenomeno è più accentuato nella laguna centrale tra i grandi canali navigabili.Qui il processo erosivo si va diffondendo, favorito proprio dalla presenza dell’ultima via d’acqua scavata dall’uomo, con effetti che sono incontrovertibili all’altezza della grande curva di Porto S. Leonardo, a testimonianza del ruolo non secondario del nuovo canale sugli importanti impatti ambientali osservati, che stanno influenzando in senso negativo la morfologia della laguna.”.

 

Ciò che va posto in evidenza, notava D’Alpaos, è “La tendenza all’approfondimento generalizzato dei fondali delle zone d’acqua ha di fatto annullato l’antico ruolo idrodinamico dei canali lagunari nel controllo della propagazione della marea, modificando radicalmente il regime delle correnti in quasi tutta la laguna.Molte analisi concordano nel descrivere questa anomala evoluzione della morfologia lagunare. Più controversa, invece, è l’individuazione delle cause dei processi osservati. Se per alcuni studiosi sarebbero state soprattutto le opere realizzate dall’uomo

in laguna a partire dal 1800 e le attività collegate al loro uso ad alimentare l’intensità dei fenomeni di degrado, per altri il ruolo di tali interventi non sarebbe stato così decisivo. Secondo costoro le trasformazioni registrate sarebbero ancora prevalentemente riconducibili ai secolari fenomeni naturali di innalzamento del livello medio del mare e di subsidenza del suolo, in una laguna non più alimentata,come nel lontano passato, da consistenti apporti di sedimenti fluviali. Il tutto quindi sarebbe incominciato dopo l’allontanamento, tra il XVI e il XVII secolo,dei grandi fiumi che sfociavano in laguna, come il Brenta, o che con la laguna stessa interferivano in occasione delle grandi piene, come il Piave.”

 

“Ridurre il “problema Venezia” alla sola questione della difesa dalle “acque alte”, come frequentemente accade, è troppo semplicistico e lascia in secondo piano questioni che sarebbe, invece, urgente affrontare con la massima determinazione. I problemi morfo-dinamici attuali, del tutto opposti a quelli che la Repubblica di Venezia fu chiamata a risolvere quando era all’apice della sua potenza politica ed economica, sono stati paradossalmente in parte innescati da quei lontani provvedimenti, aggravati peraltro in misura determinante da successivi importanti

interventi attuati dall’uomo all’interno della laguna. Ora, quindi, non più difesa dagli interrimenti, come era accaduto a partire dal XIV secolo e fino ridotto alla sola questione delle a dei fiumi, ma contrasto deciso a processi erosivi sempre più intensi, che stanno inesorabilmente distruggendo il tessuto morfologico della laguna, trasformandola in un vero e proprio braccio di mare.” concludeva il prof D’Alpaos.

 

Il prof D’Alpaos ha ragione. Il suo ragionamento non fa una grinza. Il problema di Venezia è un problema complesso e non può essere ridotto alla sola questione delle acque alte acque alte. Tuttavia, finché ci sarà qualcuno che continua a negare l’evidenza, noi saremo costretti a occuparci ancora di acque alte, di portate, di sezioni delle foci lagunari e così via. Gli effetti disastrosi causati dagli interventi compiuti fra Ottocento e Novecento alle bocche di porto dimostrano quanto sia pericoloso non rispettare il “principio precauzione”. Emblematico è il crollo del forte di sant’Andrea, situato all’imboccatura del porto di Lido.

 

Ricordato ciò, va pure ricordato che i due moli guardiani di san Nicolò vennero costruiti su progetto degli ingegneri Tommaso Mati e Antonio Contin proprio per imprimere velocità alla marea in modo che essa tenesse pulito da sola, senza intervento umano tramite draghe, il fondale della bocca di porto.

 

In questo quadro, Mati e Contin lavorarono su una equazione che metteva in relazione velocità dell’onda di marea, lunghezza delle dighe, loro distanza, profondità della bocca di porto. Mati e Contin pensavano ad un processo che si auto-alimentava: era loro convinzione infatti che la velocità della marea fosse tanto più elevata quanto più le dighe erano lunghe e strette. Più profonda era la foce più veloce era l’acqua: più veloce era l’acqua più essa scavava.

 

Vennero così costruite le dighe di san Nicolò: 3600 metri la diga nord, 3220 metri la diga sud. Fu inoltre stabilito che la loro distanza fosse di 900 metri. Le dighe operarono come previsto dalla teoria e in breve tempo i fondali che erano a meno di un metro scesero a 8 metri. (F. Marzolo Interventi in laguna fra 800 e 900, in Catalogo mostra storica della laguna veneta, Archivio di stato 1970).

 

Nei decenni successivi, vennero effettuati altri lavori sia alle bocche di porto che lungo la gronda lagunare che ridussero l’area sulla quale la marea poteva espandersi. Poi, c’era il problema della chiusura delle valli da pesca attorno al quale era lungamente infuriata la polemica.Ora, il Rapporto Unesco su Venezia spiegava che l’alta marea è un fenomeno verticale che comporta il sollevamento della superificie lagunare. A Venezia diventava un problema perché, data la differeza di livello, l’acqua del mare si rovesciava in laguna imprimendo alla marea un movimento orizzontale. Il fenomeno può essere rappresentato graficamente in questo semplice modo:

 

 

 

 

 

 

Più elevata è la velocità rappresentata dall’angolo a, meno tempo è necessario per riempire il bacino lagunare. Ovviamente, si tratta di una semplificazione del problema. La laguna non è una vasca da laboratorio. Inoltre, dobbiamo del omportamento di tutti, e sono molti, gli elementi che influiscono sulla idrodinamica lagunare, e delle condizioni meteo-mareografiche (M. Potenza Il mare più lontano, Filippi)

 

Ventitré anni fa in quest’epoca stavo lavorando ad un libro sul problema di Venezia che doveva uscire per tipi dell’editore Franco Filippi. Litigai con lui e il libro è rimasto nel suo cassetto. M’è rimasta però la mia copia personale e l’annessa bibliografia. Quest’ultima occupava 50 delle 200 pagine previste. Nel libro mi occcupavo anche della discussione sulla apertura del porto di Lido. A quel che ricordo, nessuno degli idraulici intervenuti nel dibattito – Domenico e Giacinto Turazza, Gustavo Bucchia, Luigi Zanon per citarne alcuni – metteva in dubbio che anche per la laguna di Venezia valesse, almeno in prima approssimazione la equazione

 

Q =AV

 

Cioè la portata di una condotta è uguale al prodotto dell’area della sezione della condotta per la velocità. Allo stesso modo nessuno i loro dubitava che riducendo la superficie lagunare mentre si aumentava la portata delle bocche di porto si rischiasse di provocare dei seri danni alla città; tant’è vero che ci fu chi propose di costruire una scogliera trasversale all’altezza di sant’Andrea, a difesa di Venezia.

 

Malgrado ciò, i lavori vennero avviati. Le dighe vennero costruite e le conseguenze furono quelle descritte dal prof D’Alpaos. Per comprenderle occorre aver sempre presente che il problema fondamentale è quello che nasce dall’approfondimento dei fondali che aumentano la elocità dell’acqua (A. Rusconi L’idrodinamica lagunarvenne portato 8 metrie, Magistrato alle Acque). Tale problema venne aggravato dallo scavo di canali di grande navigazione all’interno della laguna. Tale problema emerse in tutta la sua crudezza con la crezione di Marghera. Tempo fa mi capitò di discutere con l’amico Pierluigi Olivi la traduzione in inglese di una sua poesia su Venezia. Secondo me, c’era un solo modo di rivolgersi ai veneziani che contavano: You Felons!

Lug 13, 2015 - Senza categoria    No Comments

Alta marea in laguna

SeA-LeVeL And SurGeS
In THe AdrIATICSeA AreA:
recent trends and possible near-future scenarios
Paolo Antonio Pirazzoli, Alberto Tomasin**
Nota presentata dal socio effettivo Alessandro Marani
nell’adunanza ordinaria del 15 dicembre 2007
1. Introduction
The Adriatic Sea is an elongated (about 800 km by 200 km) semi
enclosed basin communicating with the Mediterranean through the
narrow (75 km) and shallow (ca. 325 m mean depth) otranto Strait.
The tidal range, very moderate in the Mediterranean (usually much less
than 0.5 m), increases gradually along the Adriatic attaining about 1 m
in its northern part. Through most of the year (with the exception of the
summer) the Adriatic Sea is under the atmospheric westerlies, resulting
in frequent cyclones generated above the western Mediterranean.
Consequently, surges followed by energetic oscillations of seiches
(Tomasin-Pirazzoli 1999) are prominent features of tide-gauge records.
If a surge coincides with the time of high tide, sea level in the northern
Adriatic can reach especially high values, the phenomenon being known
locally as «acqua alta». The coastal area at higher risk of flooding is the
easternmost part of north-eastern Italy, where the outer boundaries
of the Po Plain and the adjacent Veneto-friuli Plain, interrupted by
several rivers, lagoons and salt pans («valli»), include almost 2400 square
kilometres of areas depressed below sea level (Bondesan et al.1995). In
At t i d e l l’is t i t u t oVe n e t o d i sc i e n z e, le t t e r e e dAr t i
Tomo CLXVI (2007-2008) – Classe di scienze fisiche, matematiche e naturali
* CnrS-Laboratoire de Géographie Physique, 1 Place Aristide Briand, 92195-Meudon, france.
** Cnr-ISMAr, Venezia; università di Venezia, Venezia, Italy.
62 paolo antonIo pIrazzolI, alberto tomasIn
these areas, the vulnerability of the coastal societies to climate change is
expected to increase especially through the impacts of sea-level rise and
intense coastal storms.
In this paper, information on global sea-level changes and on the
recent sea-level acceleration, measured worldwide, will be compared
to the most recent information available for the Adriatic basin. Trends
of Adriatic surges will also be analysed, by comparing significant
surge heights occurred at 15 tide-gauge stations to the surge-related
meteorological conditions (mainly wind direction, wind speed and
atmospheric depressions) recorded all around the Adriatic basin.
finally, near-future scenarios projected by the fourth IPCC report
of the Intergovernmental Panel on Climate Change (Solomon et al.2007)
will be discussed in an attempt to adjust them to the Adriatic situation,
to provide at least some preliminary element useful to assess thresholds
that should not be ignored by engineering projects expected to limit the
vulnerability of the Adriatic coasts.
2. Data
This work is based on the analysis of about 385 equivalent full years
of hourly measurements from ten tide-gauge stations from the Italian
coast and five stations from the Croatian coast (fig. 1, table 1). The Italian
data have been provided by APAT, ISMAr-Cnr, and CPSM of the
Venetian Municipality. The Croatian tide-gauge data were obtained from
the on-line data base of eSeAS (www.eseas.org/products/?page=eda/
stationtable), except for the oldest ones that were courtesy of HIJrM
(the naval institute of the former Yugoslavian federation).
Meteorological data include 280 equivalent full years of three-hourly wind
and air pressure measurements from seven Italian stations and six Croatian
stations (table 2). The Italian data for the period 1951-1996 were measured
by ITAV – Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare, whereas the
Italian and Croatian data for the period 2000-2006 were downloaded from
the Weather Archive of the russia’s Weather Server http://meteo.infospace.
ru/wcarch/html. finally, the data from Split for the period 1982-96 were
provided the noAA International Surface Weather observations.
63 sea-level and surGes In the adrIatIc sea area
3. Methods
for all tide-gauge stations, the hourly astronomical tides and surges
have been computed using the Polifemo software (Tomasin 2005), which
computes astronomical tide and surges in relation to the running mean
sea level (MSL). This software performs a least-squares fit for harmonic
constants. The constants for a station are not forever, since the harbour
basin, for example, can be subject to morphological changes: the case
of Venice is typical (Tomasin 1974). This is why the analysis of the
annual sets of data by Polifemo matches the up-to-date situation, and
the estimate of surges is presumably accurate. one of the advantages of
39,5
40,5
41,5
42,5
43,5
44,5
45,5
46,5
11,5 12,5 13,5 14,5 15,5 16,5 17,5 18,5 19,5
Longitude E (degrees)
Latitude N (degrees)
1
2-4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
T
R
F
B
L
GC
Italy
Croatia
Se
M
Si
Adriatic Sea
2
3 4
T
Lagoon of
Venice
Fig. 1
fig. 1 – Location map and details of the lagoon of Venice area. 1: Trieste; 2: oceanographic Platform; 3: diga Sud Lido; 4: Punta della Salute (Venice); 5: ravenna; 6:
Ancona; 7: ortona; 8: Vieste; 9: Bari; 10: otranto; 11: rovinj; 12: Bakar; 13: zadar;
14: Split; 15: dubrovnik; B: Brindisi; C: Cilipi; f: falconara; G: Gorica; L: Leuca;
M: Mali Losinj; r: rimini; Se: Senj; Si: Sibenik; T: Tessera.
64 paolo antonIo pIrazzolI, alberto tomasIn
Table 1 – List of hourly tidal records available from the Adriatic area. All heights are related to the running yearly MSL.
Tide-gauge stations
name (available years)
Lat. n Long. e Missing
data
(%)
number of
equivalent
full years
Maximum
recorded
surge (cm)
Minimum
recorded
surge (cm)
Maximum
recorded level
(tide + surge)(cm)
Italy
1. Trieste (1939-2006) 45.65 13.76 ~0 68.0 168 -78 138
2. oceanogr. Platform (1974-92, 1994-2006) 45.30 12.51 12 28.2 108 -96 126
3. diga Sud Lido (1968-2006) 45.42 12.42 4 37.5 129 -68 153
4. Punta della Salute (1940-2006) 45.43 12.33 2 65.5 182 -88 168
5. ravenna, Porto Corsini (1966-68, 1998-2006) 44.49 12.28 7 11.1 89 -62 94
6. Ancona (1998-2006) 43.62 13.51 15 7.7 73 -46 79
7. ortona (1998-2006) 42.36 14.41 4 8.6 64 -42 73
8. Vieste (1998-2006) 41.87 16.18 35 5.8 56 -39 58
9. Bari (1999-2006) 41.14 16.86 5 7.6 47 -34 61
10. otranto (1966-68, 1999-2006) 40.15 18.49 3 10.6 50 -33 57
Croatia
11. rovinj (1966-68, 1970-2005) 45.08 13.63 2 38.3 129 -93 120
12. Bakar (1966-69, 1983, 1986-89, 1994) 45.30 14.55 15 8.5 112 -52 94
13. zadar (1991, 1994-2005) 44.12 15.23 10 11.7 71 -54 73
14. Split (1966-68, 1971-2005) 43.51 16.44 <1 37.9 68 -52 77
15. dubrovnik (1966-68, 1971-2005) 42.66 18.06 <1 37.7 71 -42 66
65 sea-level and surGes In the adrIatIc sea area
this least-squares algorithm is its ability to deal with incomplete series of
data and even with variable time steps. from the ideal number of 94 tidal
constituents in the analysis (deutsches Hydrographisches Institut 1967)
only a subset of 7 was considered, being significant in the Adriatic. The
open source deck of Polifemo was easily adapted.
Wind directions generally correspond to 10° increments calculated
clockwise from the geographical north and correspond to the average
direction from which the wind is coming during the 10 min preceding
the measurement time. Wind speed corresponds to the average speed
(expressed in m/s in this study) and is measured over the same interval
as the direction.
Table 2 – Location and periods of observation of the three-hourly meteorological
data considered.
Station Period of
observation
Altitude
(m)
Lat. n Long. e number of
(three)hourly
measurements
available
(thousand)
WMo
index
name
Italy
16110 Trieste 1951-96, 2000-06 20 45°39’ 13°45’ 126
16105 Tessera 1961-96, 2000-06 6 45°30’ 12°20’ 114
16149 rimini 1951-96, 2000-06 13 44°02’ 12°37’ 139
16191 falconara 1960-96, 2000-06 10 43°37’ 13°22’ 102
16270 Bari 1951-66, 2000-06 49 41°08’ 16°47’ 55
16320 Brindisi 1951-96, 2000-06 10 40°39’ 17°57’ 141
16360 Leuca 1951-96, 2000-06 112 39°49’ 18°21’ 141
Croatia
14323 Senj 2000-04 28 44°59’ 14°54’ 5
14314 Mali Losinj2000-04 53 44°32’ 14°28’ 5
14438 Sibenik 2000-04 75 43°44’ 15°55’ 5
14444 Split 1982-96, 2000-04 21 43°32’ 16°18’ 94
14472 dubrovnik
Gorica
2000-04 53 42°39’ 18°05’ 5
14474 dubrovnik
Cilipi
2000-04 165 42°34’ 18°16’ 5
66 paolo antonIo pIrazzolI, alberto tomasIn
Linear trends have been determined by regressions, the slopes of
which have been compared to the data’s standard deviations (± σ), to
estimate their statistical confidence. Sigma (σ) gives the likelihood of a
non-zero, or non-horizontal slope with 68% probability (or 1.96 σgives
p =95%; 2.58σ gives p =99%).
4. Recent global MSL changes
The estimation of the global sea-level change during the 20th
century
has been for a long time a matter of debate. The estimates were mainly
based on MSL values deduced from tide gauges and collected worldwide
since 1933 by the Permanent Service for Mean Sea Level at Bidston
(u.K.), and were made difficult by the limited number of sufficiently
long records available, their very uneven geographical distribution and
the difficulty of separating land movement from the sea-level record.
The most frequent approach consisted in using several kinds of
averaging methods, applied to the primary data of selected stations (in
order to avoid tectonically active areas), or to records corrected with
the help of geological information or of Glacial Isostatic Adjustment
(GIA) models, to take into account land movements. The result of this
approach was a range of estimates of global sea-level rise going from +0.5
to +3.0 mm/yr (see Pirazzoli 1996, for references), with some studies
even concluding that an accurate global rate could not be obtained from
tide-gauge records alone. IPCC (2001) recognized these difficulties in
interpretation by concluding that the rate of global average sea level rise
during the 20
th
century was in the vague range +1.0 to +2.0 mm/yr. In
fact, sea-level estimations during the 20
th
century were made difficult also
because the global sea level rise was accelerating.
With the advent of satellites, that could refer altimetry to an absolute
datum with narrow uncertainty margins, sea-level measurement has
experienced a quality jump, making it possible to measure local land
movements with GPS and, since 1992 with the ToPeX/Poseidon and Jason
satellites, near global (66°S to 66°n) sea-level estimations every ten days.
for example, the selected tide-gauge data from which douglas
(2001) obtained, after correction for the GIA effect, a global sea-level
estimate of +1.84±0.35 mm/yr, would provide, after replacement of the
67 sea-level and surGes In the adrIatIc sea area
GIA correction with trends measured by GPS, a smaller ‘absolute’ or
geocentric sea-level trend of +1.31±0.30 mm/yr (Wöppelmann et al.
2007), suggesting possible errors in the GIA correction model.
Since 1993, the global rate of sea-level rise measured by satellite
altimetry has been +3.1±0.4 mm/yr (nerem et al.2006) (to which a +0.3
mm/yr GIA correction should be added). This value, greater than all
estimations deduced from tide gauges during the 20
th
century, suggested
that an acceleration in sea-level rise had occurred. This stimulated more
thorough comparisons with tide gauges and finally the demonstration
(Holgate-Woodworth 2004; Church-White 2006) that an acceleration
could be deduced also from tide gauges, in spite of a significant decadal
variability that had obscured evidence of acceleration in previous studies.
It was also shown (Holgate-Woodworth 2004) that the rate of sea-level rise
around the global coastline (where most tide-gauge stations are located) may
differ from global open ocean trends (measured by satellite altimetry).
According to Church-White (2006), the coastal sea-level acceleration
has been especially significant between 1870 and 1935 (a rise of
+0.71±0.40 mm/yr) and 1936-2001 (+1.84±0.19 mm/yr). In spite of the
almost continuous sea-level rise, with periods of rapid acceleration (like
since the early 1990s), there has also been, since 1948, a short period of
almost stabilization in global coastal mean sea level (in the mid 1970s)
and even a few years of slight global coastal sea-level drop (in the mid
1980s). Both these periods were followed by a strong acceleration in the
sea-level rise (Holgate-Woodworth 2004).
other studies have quantified the main causes of the recent sealevel acceleration: increased thermal expansion of the oceans and glacial
melting . during the period 1950-2000, when the rate of global sealevel rise is estimated by Church et al.(2004) at +1.8±0.3 mm/yr, the
thermal expansion component was computed at ca. +0.4±0.1 mm/yr
(Ishii et al.2006). during the period 1993-2003, when satellite altimetry
measured a global sea-level rise of +3.1±0.4 mm/yr, several independent
oceanographic studies have estimated that the thermal expansion
component was three to four time larger than in the preceding decades
(e.g. Ishii et al. 2006: +1.2 mm/yr; Williset al. 2004 : +1.6 mm/yr).
As concerns the acceleration in the mass loss of glaciers and ice caps in sea
level equivalent, it is estimated by Lemke et al.(2007) at +0.50±0.18 mm/yr
between 1961 and 2004 and +0.77±0.22 mm/yr between 1991 and 2004.
68 paolo antonIo pIrazzolI, alberto tomasIn
5. Recent MSL changes in the Adriatic Sea
The MSL evolution at Venice – the longest sea-level record in the
Adriatic – has often been analysed (e.g. Pirazzoli-Tomasin 1999). In
fig. 2 the annual MSL in Venice and its 19-yr running mean, referred
to the 1897 Venice datum, are updated to the year 2006, mainly to
include the period 1993-2006, for which reliable accurate global trends
are available worldwide. It can be observed that the 1993-2006 annual
MSLs in Venice do not include clearly anomalous data, in comparison to
the preceding periods. After 1989 (lowest MSL since 1964) a relative sealevel rise until 1996 (highest MSL since the beginning of the records),
was not followed by a drop, but by a relative sea-level stability close to
the 1996 level during the last decade. As a result, the 19-yr running mean
since the beginning of the observations indicates a sea-level rise of 26 cm
(fig. 2), i.e. 2 cm in about 8 years (Pirazzoli-Tomasin 1999). The choice
of 19 years is related to the period of ‘saros’, the time it takes to the Moon
and the Sun to approximately assume the same positions (and dynamics)
with respect to the earth.
for the whole period 1993-2006, the average sea-level rise at the
Adriatic stations has been summarized in table 3 and compared to the
global and the Mediterranean averages deduced from satellite altimetry.
It can be observed that during the period considered the average sea-level
rise in the Mediterranean was slightly less than the global average. Most
Adriatic stations show temporary rates of rise not only greater than the
Mediterranean average, but often also greater than the global average.
Satellite altimetry confirms that the 1993-2006 sea-level rise was greater
than average in most of the eastern Mediterranean and in the Adriatic,
while a sea-level drop occurred in the Ionian Sea (Pirazzoli 2007).
even though the satellite measurements are more authoritative, a
prudent analysis of the tide gauge data in detail cannot be avoided. So
far, trends based on the difference between two times were considered,
or obtained by forcing values to lie on a straight line (regressions). now
a cautious investigation on periodic fluctuations will be undertaken.
Considering for both Venice and Trieste the last forty years, a simple
numerical search for harmonics suggests two periodicities of 8.5 and
17.7 years (with amplitudes of 0.017 and 0.027 m) and a linear trend of
69 sea-level and surGes In the adrIatIc sea area
less than one mm/yr (fig. 3). We anticipate here that similar sinusoidal
variations appear in the yearly MSL in other places in the world, but this
will not be further considered here. In the limit of approximations, the
above choice of 19 years as a periodicity to be wiped out (moving average)
is now supported by the evidence of fluctuations of a similar frequency.
6. Surge changes
The statistical analysis of the yearly maxima and of the 99th
and 95
th
percentiles of hourly surges do not show any significant linear change
with time at the Adriatic stations during the last half acentury. for both
the two longest series (Venice and Trieste), a 2
nd
order polynomial of the
maximum surges suggests a possible slight increase until the mid 1970s,
followed by a slight decrease (fig. 4).
MSL at Venice (1872-2006)
-10
-5
0
5
10
15
20
25
30
1872
1877
1882
1887
1892
1897
1902
1907
1912
1917
1922
1927
1932
1937
1942
1947
1952
1957
1962
1967
1972
1977
1982
1987
1992
1997
2002
Time (years)
Height above the I897 Venice datum (cm)
Annual MSL at Venice 19-yr running mean of MSL at Venice
26 cm
Fig. 2
fig. 2 – MSL variations at Venice (1872-2006). The thick line is for the 19-yr running mean and thicker annual values mark the period since 1993.
70 paolo antonIo pIrazzolI, alberto tomasIn
A complete work was performed to identify the predominant wind
directions measured at all coastal meteorological stations in connection to
surges. At or during the five hours preceding hourly surges, higher than
or equal to significant levels, at each tide-gauge station this predominant
wind direction was found, and the results are summarized in table 4.
It can be noted that wind directions observed north (and sometimes
even at the location) of a tide-gauge station may not be influent for
local surges, whereas wind measured more south is generally related to
surges. This seems obvious, given the shape of the Adriatic basin, where
southerlies, and especially sirocco (SSe) blow along the longitudinal axis
of the Adriatic, tending to be channelled between the Apennines and
the dinaric Alps. Southerly winds will tend therefore to push the water
northwards, producing surges in all the Adriatic, with maximum values
in its northern part, from where there is no possible way out.
Thus at Trieste (table 4) surges ≥80 cm can be related to southerly
winds at all stations located more south, while the locally recorded
northeasterly wind component is not related to local surge formation.
In the same way, at diga Sud Lido and rovinj, only winds recorded
Table 3 – Sea-level trends since 1993 at Adriatic tide-gauge stations and from satellite
altimetry.
Station Period considered MSL regression
(mm/yr)
Trieste 1993-2006 +3.2 ± 1.4 (p >97%)
oceanographic Platform 1994-2006 +3.1 ± 1.5 (p >95%)
diga Sud Lido 1993-2006 +4.9 ± 1.8 (p >99%)
Punta della Salute (Venice) 1993-2006 +4.2 ± 1.5 (p >99%)
rovinj 1993-2005 +2.9 ± 1.8 (p =89%)
zadar 1994-2005 +1.1 ± 2.5 (p =35%)
Split 1993-2005 +5.7 ± 1.2 (p >99%)
dubrovnik 1993-2005 +5.6 ± 1.2 (p >99%)
Mediterranean average
(satellite altimetry, courtesy:
doMinh Kien, LeGoS/CneS)
Jan. 1993-June 2006 +2.17 ± 0.57
World average
(satellite altimetry, courtesy:
A. Cazenave, LeGoS/CneS)
1993-2006 +3.3 ± 0.4
71 sea-level and surGes In the adrIatIc sea area
15
17
19
21
23
25
27
29
1965 1970 1975 1980 1985 1990 1995 2000 2005
cm
yrs Fig. 3
40
60
80
100
120
140
160
180
200
1939
1941
1943
1945
1947
1949
1951
1953
1955
1957
1959
1961
1963
1965
1967
1969
1971
1973
1975
1977
1979
1981
1983
1985
1987
1989
1991
1993
1995
1997
1999
2001
2003
2005
Time (years)
Surge height (cm)
Maximum annual surge at Trieste Maximum annual surge at Punta della Salute
2nd order polynomial at Trieste 2nd order polynomial at Punta della Salute
Fig. 4
fig. 3 – Annual MSL at Venice in the last forty years, with an ideal curve trying to
describe it. The ideal curve is obtained by two sinusoids (with periods of 8.5 and
17.7 years) and a linear increase. It supports the hypothesis of regular fluctuations,
that appear also at other stations in the world.
fig. 4 – evolution of maximum annual surges at Trieste (1939-2006) and at Punta
della Salute, Venice (1940-2006)
72 paolo antonIo pIrazzolI, alberto tomasIn
Table 4 – Predominant wind directions at Adriatic meteorological stations (listed for decreasing latitude) at the time or during the five hours
preceding hourly surges higher than (or equal to) given levels at tide-gauge stations. Bold directions correspond to wind measurements
made south of the tide-gauge stations.
Hourly
surges
Wind
directions
1.
Trieste
≥80 cm
3.
diga Sud
Lido
≥80 cm
11.
rovinj
≥70 cm
12.
Bakar
≥70 cm
5.
ravenna
≥50 cm
13.
zadar
≥40 cm
6.
Ancona
≥50 cm
14.
Split
≥50 cm
7.
ortona
≥40 cm
15.
dubrovnik
≥50 cm
8.
Vieste
≥40 cm
9.
Bari
≥40 cm
10.
otranto
≥30 cm
Trieste 50-190° 50-140° 50-140° u.d. u.d. 30-130° 30-130° u.d. 30-130° 30-180° u.d. 30-120°,
340°
20-80°
Tessera u.d. 30-140° u.d. u.d. u.d. u.d. 10-70° u.d. u.d. u.d. 10-80°,
260-290°
u.d. u.d.
Senj 130-180° 130-180° 140-190° —- u.d. u.d. 10-180° u.d. 100-190° 10-160° u.d. 10-110° u.d.
Mali Losinj 140-180° 140-150° 140-150° —- u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d.
rimini u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d.
Sibenik 120-140° 130-140° 110-130° —- 100-170° 100-170° 80-170° 100-180° 30-170° 110-170° u.d. 110-170° u.d.
falconara 130-200° 130-200° 130-220° u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. u.d. 20-70°,
280-300°
u.d. u.d.
Split 100-150° 90-170° 90-160° 120-190° 100-130° 90-170° 20°,
100-170°,
260°
80-160° u.d. 110-180°,
260°
u.d. 100-140°,
260°
u.d.
dubrovnik
Gorica
110-150° 130-160° 100-160° —- 100-180° 100-180° 100-180° 120-180° 100-200° 30°,
120-190°
120-180°,
340°
120-180° u.d.
dubrovnik
Cilipi
120-170° 120-170° 120-150° —- 80-180° 110-230° 100-180° 90-170° 90-180° 110-180° 110-180°,
320°
110-180° u.d.
Bari 130-200° 50,
140-180°
130-190° 150-200° 140-220° 130-230° 130-220° 130-220°,
350°
120-220° 130-240° 150-310° 130-220° u.d.
Brindisi 110-190° 110-180° 110-180° 130-190° 130-190° 130-230° 140-210° 140-210° 140-230° 140-240° 140-230° 150-230° u.d.
Leuca 110-190° 110-180° 110-180° 130-210° 130-240° 130-240° 140-240° 120-250° 120-250° 140-250° 130-240° 160-250° u.d.
u.d. = unsignificant distribution (i.e. predominant (>75%) surge-related wind directions cover a range >180°)
73 sea-level and surGes In the adrIatIc sea area
20
25
30
35
40
45
50
1951
1954
1957
1960
1963
1966
1969
1972
1975
1978
1981
1984
1987
1990
1993
1996
1999
2002
2005
% of observations for winds >=5 m/s
Annual % of observations Regression = -0.056 +/- 0.041 %/yr (p >82%)
a
0
5
10
15
20
25
30
35
1951
1954
1957
1960
1963
1966
1969
1972
1975
1978
1981
1984
1987
1990
1993
1996
1999
2002
2005
Wind speed (m/s)
maximum
99th percentile
95th percentile
3rd quartile
Regr. max = -4.8 +/- 2.9 cm/s/yr (p =90%)
Regr. 99th perc. = -4.6+/-1.4 cm/s/yr (p >99%)
Regr. 95th perc. = -5.0+/-0.9 cm/s/yr (p >99%)
Regr. Q3 = -4,7+/-0.6 cm/s/yr (p >99%)
b
Fig. 5
fig. 5. evolution since 1951 of winds from 110-230° at Brindisi. a) frequency of
winds ≥5 m/s. b) Strong wind speed: annual maximum, 99
th
and 95
th
percentiles and
3
rd
quartile of three-hourly measurements. All the regressions indicate, with good
confidence, decreasing trends.
74 paolo antonIo pIrazzolI, alberto tomasIn
more south will be significant, whereas wind directions recorded at
Trieste and Tessera will be not. More generally, due to the orientation of
the coastline, the meteorological stations of rimini and falconara seem
of limited usefulness in the definition of surge-related winds, whereas
meteorological stations of the Croatian coast may be more useful. for
otranto, finally, because all meteorological stations (except Leuca) are
located more north, they will be of little use to define the wind directions
related to local surges. In conclusion, the records of just a few southern
stations provide surge-related wind directions that can be useful to all the
Adriatic coasts: Sibenik (100-170°), dubrovnik [at Gorica (100-180°)
or at Cilipi (90-180°)], Bari (130-220°), Brindisi (110-230°), or Leuca
(110-250°).
At Brindisi, the frequency of winds ≥5 m/s from 110-230° tends to
decrease slightly since 1951 (fig. 5) and the wind speed from the same
directions also tends to decrease slightly for the maximum annual values,
the 99
th
and 95
th
percentiles, and the 3
rd
quartile (fig. 5). Similar trends
of slight decline for surge-related winds have been reported from Bari and
Leuca (Pirazzoli-Tomasin 1999). At falconara, in the central Adriatic,
the frequency of winds from 130-200° is increasing for low speeds (less
than 5 m/s), but clearly decreasing for the greater speeds (not shown) that
would produce important surges more northwards.
Table 5. Trends in air pressure variation at Trieste, rimini and Brindisi from 1951
to 2006: linear regressions and statistical significance for the annual mean, the 1
st
quartile, the 5
th
and 1
st
percentiles, and the annual minimum of all three-hourly
records.
Station Trieste
(hPa/100)/yr
rimini
(hPa/100)/yr
Brindisi
(hPa/100)/yr
annual mean +2.95±1.00 (p >99%) +4.06±0.89 (p >99%) +3.34±0.79 (p >99%)
1
st
quartile +2.05±0.95 (p >99%) +3.30±0.78 (p >99%) +2.97±0.69 (p >99%)
5
th
percentile +2.51±1.42 (p =92%) +4.68±1.25 (p >99%) +3.58±1.11 (p >99%)
1
st
percentile +2.47±2.01 (p =78%) +5.14±1.67 (p >99%) +4.87±1.81 (p >99%)
annual
minimum
+0.75±4.95 (p=12%) +12.27±4.85 (p =99%) +2.14±7.13 (p=24%)
75 sea-level and surGes In the adrIatIc sea area
Surges normally occur at the time of atmospheric depressions, that also
tend to rise sea level statically (inverted barometer effect). The evolution
of atmospheric depressions since 1951 has been summarized in table 5 for
two stations representing the northern Adriatic (Trieste and rimini) and
Brindisi. In almost all cases, it appears that low pressure situations tend,
with good confidence, to become less severe or less frequent. The above
trends for surge-related winds and air pressure variations, if continued in
the near future with the present MSL, do not suggest an increase in the
frequency and height of surges in the Adriatic basin.
A different approach in studying the frequency of surges each year,
typically in the northern Adriatic, stems from the naïve remark that the
floods in Venice show a certain periodicity, and the astronomical tide by
itself cannot give origin to floods. Hence a mechanism is suspected for
surges: indeed, a correlation is found with solar activity, via the simplest
measurement of such activity, i.e. the sunspot number. It is not difficult
to admit a connection between the solar influence and the frequency
of storms, even though it is not simple to demonstrate. But storms
generate surges, and it appears that the two extremes of the chain, the
sunspot number and the frequency of storms are related. fig. 6 shows
-3
-2
-1
0
1
2
3
1930 1940 1950 1960 1970 1980 1990 2000 2010
Normalized yearly frequency
surge (hours)
sunspots
Fig. 6
fig. 6 – Comparison of solar activity and frequency of surges. The yearly mean sunspot number is shown vs. the yearly number of hours with surge larger than .3 m at
Venice. for both, a three-year running mean was applied and on the y-axis numbers
appear standardized (zero mean and unit variance).
76 paolo antonIo pIrazzolI, alberto tomasIn
the yearly comparison, mean number of spots vs. number of hours with
surge of at least 0.4 m. In the vertical axis the values appear statistically
standardized, and a three-year moving average was used. The correlation
is about 70%.
7. Near-future scenarios
7.1. Projected MSL
under the six greenhouse gas emission scenarios considered by
the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), sea level is
projected to rise in 2090-2099 (relative to 1980 to 1999) by 18 to 59 cm
(Meehl et al.2007). This range is narrower than in the preceding IPCC
(2001) report (9 to 88 cm), because of improved information about
some uncertainties in the projected contributions. However, this range
may represent an underestimation because:
1) it does not take into account further accelerations in ice flow of
the kind recently observed in some Greenland outlet glaciers and West
Antarctic ice streams, that could substantially increase the contribution
from the ice sheets; the possible contribution of such increased discharge
is tentatively estimated at 10 to 20 cm by Meehl et al.(2007, p. 751);
2) the model projections producing the 18-59 cm range are essentially
independent from the observed climate data since 1990; as noted
by rahmstorf et al. (2007) «climate models are physics-based models
developed over many years that are not “tuned” to reproduce the most
recent temperatures and global sea-level data». Since 1990 the observed
sea level has been rising faster than projected by models, as shown by a
reconstruction using primarily tide gauge data (Church-White 2006) and,
since 1993, by satellite-altimeter data (Cazenave-nerem 2004; nerem et
al.2006). As a result, from 1990 to 2006, sea level has been rising close
to the upper boundary of the IPCC (2001) uncertainty range, that was
expected to reach a rise of 88 cm in 2100, rather than in the central
range of the projections (rahmstorf et al. 2007). Thus, though the recent
acceleration in sea-level trend might be in part the result of a decadal
fluctuation, the projected rise in sea level proposed by Meehl et al.(2007)
could be underestimated by some decimetres.
77 sea-level and surGes In the adrIatIc sea area
In the Adriatic area, tectonic and man-induced subsidence are also
liable to increase the local relative sea-level rise. The total natural vertical
movement seems to increase from 0.3 mm/yr near Trieste (Antonioli et
al.2004) to around 1.2 mm/yr near Venice, 1.6 mm/yr near ravenna
and over 2 mm/yr in most of the Po delta area (Carminati-di donato
1999). In the lagoon of Venice archaeological data since 400 Ad
confirm a subsidence of about 1.3 mm/yr (Ammerman et al.1999).
Along the northern and southern extremities of the lagoon’s edge close
to the rivers’ outflows, and along the littoral, much higher subsidence
rates, reaching as much as 5 mm/yr, have been measured during the
last decades (Carbognin et al.1995). Such trends can be accelerated by
groundwater and gas extraction.
A last factor that may increase regionally the projected global
sea-level rise are geographical variations of changes in surface fluxes
of heat, water and momentum, their effects on ocean circulation and
changes in atmospheric pressure. According to an ensemble mean over
16 atmosphere-ocean general circulation models forced with the A1B
emission scenario, local sea-level change relative to the global average
varies between +5 and +15 cm around the european continent, as the
difference between averages for 2080 to 2099 and 1980 to 1999 (Meehl
et al. 2007, fig. 10.32).
In conclusion, taking into account the various factors mentioned
above, the 18-59 cm sea-level rise projected by Meehl et al. (2007) for
2100 might be increased 20-30 cm by persistence during the next decades
of the recent acceleration observed in global warming, sea-level rise and
ice flow (in relation to the rates projected by models), and by additional
10-30 cm along the northern Adriatic coast due to site-depending land
subsidence and other regional effects.
7.2. Projected surges
As concern surges, there is a common assumption that global
warming may lead to increased storminess. However, the evidence
is somewhat contradictory, depending on the region considered.
Simulations with an increased north-south pressure gradient suggest a
northward shift in cyclone activity in europe, that will tend to reduce
78 paolo antonIo pIrazzolI, alberto tomasIn
windiness in the Mediterranean area. Conversely, simulations with little
change in the pressure pattern suggest only minor changes in the wind
speed. In reality, recent wind activity has rather shown an increasing
trend since the mid-1970s, at least in the central Mediterranean
(Pirazzoli-Tomasin 2003). In the Adriatic area, however, a comparison
between the present and future climate simulations made by Lionello
et al. (2003) does not suggest substantial changes in the extreme surge
level.
for sake of completeness, a consideration is made on the complex
connection between MSL, astronomical tide, surges and the particular
phenomenon of seiches, the free oscillations that are substantial for the
overall Adriatic dynamics. A paper by Lionello et al.(2005) studies how
the possible increase of MSL, by changing the proper resonant period
of the sea and the reactivity to winds, would affect the tides and all the
other facts. Though rather hypothetical (many dozen centimetres of
increase would be required for any detectable effect), the work shows
where the effects of the MSL change tend to.
8. Conclusions
The risk of coastal flooding includes mainly two components:
the normal sea-level position, relative to the coastal altimetry and
geomorphology, and the height of storm surges that may occasionally
attack the coast above the normal high-tide level.
It has been shown in this study that the rise of the global MSL
has been accelerating during the recent decades and that climatological
projections expect that this rise may further accelerate during this
century. The levels that may be reached by MSL within a given
time are still not known with accuracy, because several uncertainties
remain, some of which are of scientific origin (limited information or
understanding of processes), while other uncertainties seem to depend
from the quantity of greenhouse-gas emissions, for the control of which a
political international agreement has not yet been reached. A prudential
estimation of the projected global sea-level rise by the year 2100 ranges
from a minimum of about two decimetres to a maximum of about six
decimetres. However, the whole range might be displaced upwards by
79 sea-level and surGes In the adrIatIc sea area
some decimetres if the most recent trends of global warming, glacial
melting and acceleration in the sea-level rise, stronger than expected
by models, are confirmed. In the Adriatic area, for tectonic and other
regional causes, MSL can be expected to rise, depending on the sites
considered, one to three decimetres faster than the global average by
the year 2100.
There is little evidence, on the other hand, that surges will tend
to increase during next decades in the Adriatic area. If the assumption
that in spite of the expected climate warming tropical storms will not
reach the Mediterranean area is acceptable, then it can also be assumed
that surge frequency and intensity will not change significantly in the
near future.
A possible simplified approach for the estimation of the levels
reached by near-future extreme sea levels in the Adriatic may therefore
consist of two steps, by adding: 1) to MSL positions increased with
adequate uncertainty margins according to appropriate projected
scenarios (see above); 2) the levels of present-day surge probability.
for the second step, the estimation of return times and return levels
of extreme sea-level events and surges at all the Adriatic tide-gauge
stations, with different methods and updated records, will be provided
in a separate study (Tomasin-Pirazzoli, in preparation).
The above approach is expected to provide useful indications that
may help to specify the site-depending altimetric thresholds along the
Adriatic coasts above which defences have to be strengthened to avoid
flooding. As specified in the introduction, the areas more at risk are
located along over 300 km of the north-western coastline, between
Monfalcone and Cattolica, where a surface of about 2400 square
kilometres is already lying below sea level (Bondesan et al., 1995). In
those areas, that include the outflow of several rivers, among which
Isonzo, Tagliamento, Piave, Brenta, Adige, Po, and reno, flooding
may be caused not only directly by marine surges but also, near river
mouths, by overtopping of river dams when the sea-level rise of an
extreme surge precludes normal river outflow.
80 paolo antonIo pIrazzolI, alberto tomasIn
Acknowledgements.
The institutions from which the data were obtained are mentioned
in the text and their contribution is warmly acknowledged. The precious
work of editing by Ms. Jane frankenfield (Cnr-ISMAr) is highly
appreciated.
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83 sea-level and surGes In the adrIatIc sea area
riassunto
Le preoccupazioni mondiali circa le variazioni climatiche si appuntano
particolarmente sul livello dei mari. Una larga porzione degli insediamenti
umani si trova sulle coste, per cui sono inquietanti molte previsioni scientifiche circa possibili aumenti del livello stesso. Triste compagnia di queste ansie
è il timore di mutamenti atmosferici in grado di aumentare le burrasche e le
inondazioni. Vengono qui considerati i problemi dell’Adriatico, nel quadro
dei cambiamenti mondiali. Si sfrutta la ricchezza di misure disponibili per
quest’area per cercare tendenze del livello medio del mare e della frequenza
di innalzamenti da bufera, con la prudente ricerca di proiezioni. Un nuovo
strumento scientifico, l’osservazione satellitare, è disponibile in questi anni:
con essa si superano le limitazioni delle misure costiere, anche se sorgono nuovi, stimolanti problemi di interpretazione.
Abstract
The global concern about climate changes focuses on the evolution of
the sea level. A large part of populated geographical areas are located in the
vicinity of coasts, so many alarming scientific predictions concerning the
increase of the level are cause of anxiety, and the possible atmospheric violence,
giving origin to surges and floods is an unpleasant companion for the above
fears. The problems of the Adriatic Sea are considered here, in the frame of the
global change. The wealth of local measurements is utilised to reveal trends in
mean sea level and storm surge frequency, carefully pursuing possible future
predictions. In recent years, the availability of a new scientific tool, satellite
observations, makes it possible to overcome the limitations imposed by coastal
measurements, creating further challenging problems of interpretation.

Inquinamento lagunare

Una volta, una pubblicità Montedison affermava che chimica è vita. Poi, scoppiò il  caso dei moti per cancro al Petrolchimico è chimica divenne sinonimo di morte. Vediamo quali sono le condizioni della laguna dati ARPA.

 

 

L’ambiente lagunare

 

La laguna di Venezia è localizzata a nord ovest del bacino settentrionale del Mar Adriatico; ha una superficie complessiva di circa 550 km2 ed è compresa fra i fiumi Brenta a sud e Sile a nord. Della superficie lagunare totale, circa l’80% risulta coperto in maniera stabile da acqua, il 10% da barene e il 5% da isole.

Le sue origini risalgono approssimativamente a 6.000 anni fa, in concomitanza con l’innalzamento del livello del mare durante il periodo post-glaciale würmiano. L’odierna configurazione è il risultato di un complesso di eventi naturali, che ne hanno determinato la formazione, e del succedersi di interventi antropici che hanno modificato fortemente l’evoluzione naturale. Tra questi i più importanti riguardano la deviazione del corso dei tributari sfocianti in laguna, condotta tra il 1300 e il 1700.

panorama laguna

 

confini lagunari verso terra sono marcati da opere umane il cui riferimento principale è la “conterminazione lagunare”. Tale opera è costituita da 129 cippi che segnano il confine tra la laguna e la terraferma. Verso il mare la laguna di Venezia è delimitata da un cordone litoraneo costituito, da sud a nord, dai seguenti lidi: Sottomarina, Pellestrina, lido di Venezia e Cavallino, separati tra loro dalle tre bocche di porto di Chioggia, Malamocco e Lido.

Del territorio dell’ecosistema lagunare fa parte il bacino scolante che si estende per oltre 2000 km2 ed in cui si contano 29 punti di immissione d’acqua dolce nella Laguna, con deflusso naturale o meccanicamente gestito tramite idrovore.

Barene

La Laguna presenta una struttura morfologica articolata, costituita da una rete fitta di canali che, partendo dalle bocche di porto, diminuisce gradatamente in sezione; la rete di canali convoglia la corrente della marea fino alle parti più interne, con maggiore velocità nelle zone più prossime alle bocche, dove le correnti sono più intense, mentre le aree più interne della laguna sono caratterizzate da un modesto idrodinamismo e da un ridotto ricambio idrico. Lo scambio mare-laguna e la conseguente circolazione idrodinamica interna alla Laguna rappresentano la forzante principale dell’ecosistema lagunare, che condiziona lo stato delle acque e delle comunità biologiche, in stretta relazione con tempi di residenza, che arrivano a 20 giorni nelle parti più interne vicino alla gronda.

La profondità media della colonna d’acqua è di circa 1 metro; conseguentemente il rapporto superficie/volume risulta essere particolarmente elevato. La laguna complessivamente è caratterizzata da un’escursione di marea pari a circa ± 0,7 m (relativamente ad un intero ciclo lunare) definita microtidale (cioè con un’escursione di marea normalmente superiore a 50 cm), e da un ciclo semidiurno.

Relativamente alla tessitura dei sedimenti che costituiscono i fondali lagunari, la laguna centro-settentrionale risulta caratterizzata dalla prevalente presenza di sedimenti a granulometria più fine, di tipo limoso-argilloso, mentre i fondali meridionali vedono la prevalenza di sedimenti più grossolani di tipo limoso-sabbioso e sabbia limosa. In generale il gradiente granulometrico lagunare passa dai sedimenti più fini, presenti nelle aree più interne della laguna, a quelli più grossolani nelle aree più prossime alle bocche di porto, in virtù della maggiore forza erosiva delle correnti.

immagine laguna

La pesca, che costituisce il principale utilizzo delle acque lagunari, presenta tre tipologie di attività legate alla risorsa alieutica: la pesca tradizionale artigianale, l’allevamento e la raccolta delle vongole veraci (Tapes philippinarum) e la vallicoltura.

 Nella crosta, generalmente definita come il guscio più esterno della Terra, con spessore medio di alcune decine di chilometri, la composizione chimica è leggermente diversa da quella dell’intero Pianeta. L’ossigeno (O2) costituisce il 46% del totale, il silicio (Si) il 28%, l’alluminio (Al) l’8%, il ferro (Fe) il 6%, il calcio (Ca), potassio (K) e sodio (Na) ~ 2% [figura 1].

I sedimenti non sono formati da un unico tipo di elemento o di composto, ma la loro composizione varia ampiamente: contengono numerosi elementi derivanti dal materiale crostale (Si, Al, Ca, Fe), ma anche numerosi componenti inorganici, quali i metalli in traccia, e sostanze organiche di sintesi, che per la loro potenziale pericolosità rivestono un ruolo fondamentale nei temi di salvaguardia della salute pubblica. Infatti, in un’area confinata come la Laguna di Venezia, i sedimenti possono veicolare metalli quali piombo (Pb), cadmio (Cd), rame (Cu), zinco (Zn), nichel (Ni), vanadio (V) ed altri, e metalloidi quali l’arsenico (As), che aderiscono alla superficie delle particelle.
Oltre a questi, di cui alcuni esempi sono visibili nella Tavola accanto, nei sedimenti si possono trovare i microinquinantiorganici, come idrocarburi policiclici aromatici (IPA), policlorobifenili (PCB),diossine e furani (PCDD/F), esaclorobenzene (HCB) e altri, alcuni dei quali verranno descritti nella Tavola seguente.

I metalli pesanti nei sedimenti

I metalli pesanti si trovano nel sedimento in concentrazioni da 1.000 a 10.000 volte superiori rispetto alla fase acquosa soprastante; comprendono sia elementi essenziali come il Fe, che elementi tossici come Cd e Hg.
Essi possono essere associati nel sedimento a diversi substrati, variabili a seconda della composizione mineralogica del sedimento stesso e delle condizioni chimico-fisiche presenti, quali: (a) siti scambiabili di argille e altri minerali; (b)carbonati, ossidi e idrossidi di Al, Fe, manganese (Mn); (c) solfuri amorfi e cristallini; (d) sostanza organica più o meno refrattaria; (e) struttura cristallina dei minerali silicatici. Alcuni dei parametri chimico- fisici che controllano in parte la forma in cui i metalli sono associati al sedimento (pH, Eh, salinità) sono stati descritti nelle Tavole precedenti (8, 10, 11). Altro importante fattore di controllo della concentrazione di contaminanti è lagranulometria, per la tendenza che hanno molti elementi ad associarsi alla frazione più fine del sedimento. La forma in cui i diversi metalli si trovano nei sedimenti è molto importante per valutarne mobilità e biodisponibilità e quindi per passare da una semplice osservazione di presenza in termini di concentrazione totale ad una stima del rischio per le comunità animali e vegetali e per l’uomo.
I sedimenti presenti sui fondali della Laguna di Venezia hanno un ruolo fondamentale nel determinare la qualità e l’equilibrio complessivo dell’ecosistema e pertanto sono stati oggetto di numerosi studi. Essi infatti conservano la “memoria” dei processi di immissione, dispersione e deposizione delle sostanze inquinanti, di origine antropica o naturale, e con esse dei principali fenomeni occorsi nel bacino lagunare. Attraverso l’analisi di carote di sedimento, ove possibile radiodatate, ed attraverso il confronto fra monitoraggi ripetuti nel tempo, è possibile ricostruire in maniera più o meno precisa l’evoluzione nel tempo dei flussi di contaminanti e della qualità dei sedimenti superficiali. Ciò tenendo conto dell’elevato dinamismo dei fondali lagunari, dovuto a fattori naturali (processi di erosione/ sedimentazione, risospensione da vento, bioturbazione) ed antropici (risospensione causata da moto ondoso da natanti, attività di pesca di vongole). I sedimenti superficiali di cui viene qui descritto sinteticamente lo stato di contaminazione rappresentano la parte con maggiore rilevanza ambientale, poiché sono sede delle comunità bentoniche animali e vegetali e perché operano uno scambio continuo con le acque ed il biotaattraverso complessi e dinamici processi di diagenesi precoce.

Descrizione delle 4 mappe

Nelle 4 mappe vengono presentate le concentrazione di As, Hg, Ni e Zn nei sedimenti superficiali (0-15 cm). I dati sono stati raccolti nel periodo 1995-2001. La maggior parte di essi sono frutto di studi promossi dal Magistrato alle Acque di Venezia. Tali dati sono stati integrati con altri dati prodotti da ricercatori del CNR attraverso un recente lavoro di sintesi eseguito nell’ambito del progetto “ICSEL” del Magistrato alle Acque.
Tra i metalloidi l’elemento più significativo come inquinante è l’As. La combustione del carbone immette nell’ambiente grandi quantità di As. Si trova nei minerali fosfatici, in alcuni pesticidi utilizzati in passato e negli scarichi di miniere, i cui prodotti venivano lavorati a Porto Marghera fino ad alcuni anni fa. L’arsenico è presente in concentrazioni relativamente elevate nei suoli naturali originatisi dai depositi alluvionali del fiume Brenta. Al pari del mercurio, può essere convertito dai batteri in derivati metilati, anche se le forme più tossiche sono quelle inorganiche (arseniti e arsenati).
Anche il mercurio (Hg) genera grande preoccupazione quale metallo pesante inquinante a causa della sua tossicità. Il mercurio è inserito nella lista delle 33 sostanze pericolose prioritarie definita in applicazione della Direttiva Acque (WFD – 60/2000/CE). Il cinabro, solfuro mercurico rosso, è il principale minerale di mercurio. I combustibili fossili contengono mercurio, che nella forma metallica è utilizzato – come elettrodo – nella generazione elettrolitica del cloro, e quindi lo si ritrova nei rifiuti industriali. Composti organici del mercurio sono stati largamente usati come pesticidi (in particolare fungicidi, e contro la formazione di muffa nella carta) e in composti alchilici del mercurio.
Altri metalli generalmente considerati di minore importanza ambientale sono lo Zn e il Ni. Lo zinco è un elemento essenziale che diventa tossico ad alte concentrazioni. Il nichel è stato recentemente indicato come un possibile elemento cancerogeno. Sorgenti di Ni e Zn sono ancora i rifiuti industriali, assieme alla placcatura dei metalli e alle piombature. Per lo Zn rilevanza locale possono avere anche gli anodi utilizzati per la protezione passiva dalla corrosione degli scafi delle imbarcazioni e dei manufatti metallici esposti all’acqua salata.
Le quattro mappe evidenziano 3 tipi differenti di distribuzione, in relazione alle sorgenti prevalenti ed ai meccanismi di redistribuzione dei sedimenti. Per Hg (b) e Zn (d) è evidente l’arricchimento in laguna centrale in relazione alla vicinanza all’area industriale di Porto Marghera [figura 2]. Il mercurio mostra anche valori relativamente elevati in laguna nord, la cui natura non è ancora ben compresa. La distribuzione spaziale dell’As (a) risente anch’essa della presenza di Porto Marghera, ma in maniera meno marcata, e comunque in combinazione con una provenienza diffusa dai suoli dell’area di influenza passata del Brenta. Il Nichel (c) mostra una distribuzione totalmente differente e non correlata a sorgenti antropiche di contaminazione, indicando una origine prevalentemente naturale di questo elemento in laguna.

 

 

Lug 5, 2015 - venezia ambiennte    No Comments

Acqua alta e livello del mare

P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
19
RETURN TIME OF EXTREME SEA LEVELS
IN THE CENTRAL MEDITERRANEAN AREA
PAOLO ANTONIO PIRAZZOLI
A
ALBERTO TOMASIN
B
PAOLOP@NOOS.FR TOMASIN@UNIVE.IT
a
CNRS-Laboratoire de Géographie Physique, 1 Place Aristide Briand,
92195 Meudon cedex, France
b
ISMAR-CNR, Venice, and Università Ca’ Foscari, Venice, Italy
Riassunto: Si affronta il problema dei livelli marini estremi che ci si possono
attendere, in adeguati lassi di tempo, in 27 stazioni mareografiche nel Mediterraneo
centrale. Si fa uso delle registrazioni raccolte nelle stazioni stesse per trarne la
possibile informazione, anche di fronte ad archivi relativamente poveri. Le località
sono francesi del bacino mediterraneo e italiane che escludono l’Adriatico.
Il problema degli estremi presenta aspetti particolari nella mareografia, dove i
fenomeni di origine astronomica (tides) sono facilmente quantificabili mentre gli
effetti meteorologici (surges) possono in pratica essere studiati solo per via
statistica. Ambedue partecipano alla costruzione dei livelli osservati, in prima
approssimazione senza interferenza.
Nel caso qui considerato del Mediterraneo, si nota la particolarità di escursioni di
marea astronomica di scarsa entità rispetto ai livelli residui (di origine
meteorologica, come precisato).
Per quanto sopra, il metodo delle probabilità congiunte (JPM), sviluppato negli
ultimi decenni, costruisce un modello che supera il patrimonio di dati disponibili
sfruttando la possibilità di coniugare marea astronomica e disturbo meteorologico
in tutti i possibili modi, nel rispetto della distribuzione osservata, proponendo
tempi di ritorno anche su scala superiore al periodo osservato.
È banale osservare che il tempo di ritorno ora citato è un concetto probabilistico,
che tra l’altro sarà spesso sostituito dal “livello massimo di ritorno” in un certo
periodo.
Nel presente lavoro il metodo viene affinato. Innanzitutto ci si libera dalle
prospettive di crescita del livello medio dei mari per ragioni climatiche, ma anche
da variazioni del passato (una stazione può avere subito fenomeni di subsidenza,
tra l’altro). Infatti ci si riporta, anno per anno, al livello medio osservato (running
mean sea level): le conclusioni che si traggono sono di conseguenza svincolate
dalle variazioni. Le conclusioni stesse potranno essere adattate alle varie
prospettive climatiche per semplice addizione.
Da precedenti esperienze sono sorti ulteriori adeguamenti del metodo. La stessa
indipendenza dei due fenomeni (marea astronomica e disturbo meteorologico),
prima definita approssimata, viene messa a fuoco con un fattore correttivo. Viene
poi considerata la diversa dipendenza stagionale dei due fenomeni, che porta ad
una ulteriore correzione.
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
20
Infine, risultando che il metodo delle probabilità congiunte è generalmente
pessimistico, in quanto prevede, per i livelli estremi, dei tempi di ritorno
sottostimati (come dire: estremi più alti in un periodo determinato), si cerca un
complessivo adeguamento alla realtà confrontando le stime con il massimo
registrato, discutendo sul significato delle discordanze.
I risultati ottenuti per le stazioni studiate (riportati in tabelle e grafici) sono
confrontati, per arricchire la documentazione, con le parallele conclusione di
metodi assai consolidati in altre problematiche (come le piene dei fiumi o i
fenomeni meteorologici, che comunque non permettono lo sdoppiamento dei fattori
come nel caso mareografico). Si tratta del metodo di Gumbel e quello dei valori
estremi generalizzati (GEV): la presentazione è così completata.
Parole chiave: Mediterraneo; livelli marini; tempi di ritorno; metodo delle
probabilità congiunte.
Abstract: Sea-level records from 27 stations in the central Mediterranean are
analysed, separating the ordinary astronomical tide from the atmospheric effects.
The purpose is to estimate the risk of dangerous high levels, whose probabilistic
return time gives basic suggestions for protections.
The method adopted is the joint probability method (JPM), since forthe specific
problem the frequency distribution of the meteorological forcing has to be joined
by the one of the ordinary tide. As an improvement of the model, corrections are
introduced concerning the different occurrence of the phenomena along the year,
and some tide-surge interaction. A final algorithm aims at the maximum
agreement with the observed extremes. A wide comparison with other available
procedures (Gumbel method and GEV, or generalized extreme values) is given.
Keywords: Mediterranean; sea level; return times; joint probability method.
1. Introduction
Recent climate models, summarized in the last reports of the Intergovernmental
Panel on Climate Change (IPCC 2001, 2007), predict significant warming and global
sea-level rise in this century that is expected to increaseflood risks in low-lying coastal
areas. However, while the average rate of global mean sea-level rise will be a few
millimetres per year, flooding will not occur gradually, especially if it occurs during
storm surges at high tide that may produce overwash and erosion in vulnerable coastal
areas.
In the central Mediterranean area the amplitude of the astronomical tide is very
limited, but sea level may be increased several decimetres by meteorological factors
producing sea surges.
The probability of extreme sea levels along coasts has always been statistically
estimated from the series of local observations. The inference isnever conclusive, and
an attempt is made here to apply the joint probability method (Pugh and Vassie, 1979),
for calculation of the return period of extreme sea levels, afteradequate calibration, to
the central Mediterranean area. The joint probabilities method (JPM) involves empirical
evaluation of the probability of astronomical tide and surge separately, to assess their
independent probabilities, thus increasing the robustness of the statistics. With this
technique, estimates can be made even from only a few years of data and an incomplete
series of records can also be used.
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
21
However, the JPM tends to overestimate return heights (or to underestimate return
periods). In an attempt to correct this over(under)estimation, a calibrating coefficient
Cc, deduced from the dataset, has been introduced (Pirazzoli, 2007; Tomasin and
Pirazzoli, 2008), that imposes the maximum record height to be in agreement with the
return period of the record length. This correction calibrates the whole series of extreme
estimations to the observed maximum.
In the Mediterranean area there is an additional difficulty, because the surge range
is often dominant in relation to the tidal range and, for short data sets, surge extremes
may be undersampled. By splitting the data of long series into shorter periods (Pirazzoli
et al., 2007; Tomasin and Pirazzoli, submitted), extreme return heights deduced from
shorter periods generally tend to be higher than the estimate deduced from the total
period and this is fortunately favourable for security measures.
2. Data and methods
This work is based on the analysis of hourly records from 27 tidal stations (9 in
southern France and 18 in Italy, for equivalent of 250 full years) (Fig. 1, Table 1).
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20
Longitude (° E)
Latitude (° N)
1-2
3
4
5
6
7-8
13
14
15
16
17 18
19
20-21 22
23
24
25
26
27
9
10
11
12
France Italy
Algeria
Tunisia
Gulf of Lions
Fig. 1: Location of the tide-gauge stations: 1: Banyuls; 2: Port-Vendres; 3: Sète; 4: Grau-de-laDent; 5: Marseille (Marseilles); 6: Toulon; 7: Nice; 8: Monaco; 9: Ajaccio; 10: Porto Torres; 11:
Carloforte; 12: Cagliari; 13: Imperia; 14: Genova (Genoa); 15:Livorno; 16: Civitavecchia; 17:
Napoli (Naples); 18: Salerno; 19: Palinuro; 20: Reggio Calabria; 21: Messina; 22: Palermo; 23:
Porto Empedocle; 24: Lampedusa; 25: Catania; 26: Crotone; 27: Taranto.
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
22
Tide-gauge stations
Name (available years)
Lat.
N
Long.
E
Missing
data
(%)
Number
of
equivalent
full years
Astro.
tidal
ampl.
(cm)
Extreme
surge
(cm)
Extreme
recorded
sea level
(cm)
France
1. Banyuls (1967-74 ) 42.48 3.13 30 5.6 15 65 70
2. Port-Vendres
a
(1983-97)
(DRE)
42.52 3.11 8 13.7 17 64 68
3. Sète
a
(1986-99) (DRE) 43.40 3.70 3 14.0 17 114 111
4. Grau-de-la-Dent
a
(1979-83, 86-95)
43.36 4.67 7 14.0 15 85 88
5. Marseille (1985-86, 1998-2007)
43.28 5.35 11 10.7 16 90 89
6. Toulon (1961-68, 1973,
1981-82, 1984, 1991-2007)
43.12 5.92 23 22.5 16 48 54
7. Nice1 (1981-82, 1984-85,
1998-2007)
43.70 7.27 21 11.0 18 42 51
8. Monaco (1960-63, 1981-83, 1999-2003)
43.73 7.42 8 11.0 17 46 51
9. Ajaccio (1981-82, 96-97,
2000-03, 05-07)
41.93 8.76 39 6.7 17 47 48
Italy
10. Porto Torres (1998, 2000-06)
40.84 8.40 14 6.9 16 35 40
11. Carloforte (1998-2006) 39.14 8.31 8 8.3 16 45 45
12. Cagliari (1998-2006) 39.21 9.11 9 8.2 18 41 49
13. Imperia (1998-2006) 43.87 8.02 6 8.5 18 43 50
14. Genova (1998-2006) 44.44 8.93 9 8.2 18 47 49
15. Livorno (1998-2005) 43.55 10.30 4 7.7 21 56 63
16. Civitavecchia (1998-2006)
42.09 11.79 11 8.0 22 44 51
17. Napoli (1998-2006) 40.84 14.27 7 8.4 22 37 47
18. Salerno (1998-2006) 40.67 14.75 7 8.4 23 50 62
19. Palinuro (1999-2000, 02-06)
40.03 15.27 19 5.7 23 34 48
20. Reggio Calabria (1998-2006)
38.12 15.65 14 7.7 13 48 49
21. Messina (1998-2000, 02-06)
38.19 15.56 17 6.6 10 42 43
22. Palermo (1998-2006) 38.12 13.37 8 8.3 21 37 46
23. Porto Empedocle (1998-2006)
37.28 13.53 11 8.0 12 44 49
24.Lampedusa(1998-2005) 35.44 12.60 22 6.2 16 52 48
25. Catania (1998-2006) 37.49 15.09 8 8.3 14 44 46
26.Crotone(1998,2000-06) 39.07 17.13 4 7.7 13 37 41
27. Taranto (1999-2005) 40.47 17.22 <1 7.0 14 46 49
a
Hourly records digitized by A. Ullmann
Table 1.List of hourly tidal records available from the central Mediterranean area. All heights
are related to the yearly running MSL.
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
23
French tidal data were generally provided by the Service Hydrographique et
Océanographique de la Marine (SHOM) or downloaded from the Système
d’Observation des Niveaux des Eaux Littorales (www.sonel.org). For two stations
(Port-Vendres and Sète), however, the data were provided by A. Ullmann, who
digitized original maregrams of the Direction Régionale de l’Equipement (DRE).
Lastly, the hourly data for the station of Grau-de-la-Dent wereprovided by A. Ullmann,
after digitizing maregrams produced by the Compagnie Nationale des Salins du Midi et
de l’Est (CNSME).
Italian tidal data were provided by the Servizio Idrografico e Mareografico of the
Agenzia nazionale per la Protezione dell’Ambiente e servizi Tecnici (APAT). After a
preliminary inspection using criteria already specified by Pirazzoli et al. (2006), data
that were obviously wrong, or suggested unlikely jumps discontinuities in the reference
datum for certain periods (e.g. at Taranto in 1998, at Palinuro and Messina in 2001)
were removed from the data set.
The Polifemo software (Tomasin, 2005) has been used to compute hourly
astronomical tide and surges relative to the running mean sea level(MSL) of all tidegauge stations. This software performs a least-squares fit for harmonic constants, that
can vary slightly with morphological changes in the harbour basin considered. It has
been adapted to deal with seven tidal constituents, namely M
2, S
2, N
2, K
2, K
1, O
1and P
1
,
to adequately describe tides in the Mediterranean area, while neglecting the small
amplitudes of the M
4and M
6
non-linear tide components, which are less than 1 cm.
One of the advantages of this least-squares algorithm is its ability to deal with
incomplete series of data, even using variable time steps.
Differing from some previous publications, in which the observed sea-level
heights were related to a fixed local datum, all measured heights and extreme
estimations in this paper are referred to the running mean sea level. In this manner,
extreme sea levels from different years are made “climatically” and “tectonically”
homogeneous and can be easily compared in spite of past (or expected in the nearfuture) relative sea-level changes.
Handling the available data for a station, we define N the total number of hourly
data. Both sets of astronomical and surge values must be split into n bands of certain
levels (in this paper, a 3-cm interval was used, aiming at a sufficient population in the
bands), and we define S
i
the total number of hourly surge values that fall in the i-th band
and similarly T
i
for astronomical tide values. Certain bands can be empty.
Then Si
/N is the estimate of the probability for any hourly value to havea surge in
the i-th band (and similarly for Ti
).
Then the total joint probability to observe a level M is estimated by the sum
∑i (SM-iTi)/N
2
over the n intervals. This refers to a single hourly value of observable level M. We are
now interested to a year. The expected value for the binary possibility (to occur or not to
occur, 1 or 0), in the K hours in one year is K times the above hourly probability. In
order to consider also leap years, the average K will be 8766.
The return time in years, RM, for an event of level M is clearly the inverse of the
expected number of occurrences in one year:
RM= N
2
/ [K ∑i (SM-iTi
)].
(If the expected occurrence in one year is 0.1, then ten years is the return time).
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in the central Mediterranean area
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24
There is no difficulty in evaluating the maximum value expected in a precise time
interval, an information that is sometime preferred: in the listof the return times for the
various M, it will be the value that is expected to occur once in a fixed period (like: ten
years).
In fact, when using the JPM and considering the maximum observed extreme, it
can be observed that, in most cases, the method overestimates the extremes, because it
expects for the observed maximum a return period shorter than the total length of the
sample (Figs. 2 and 3). As it has been proposed (Tomasin and Pirazzoli, submitted), this
overestimation can be ascribed: a) to the different seasonal distribution of surges and
astronomical tides, whilst everything had been assumed homogeneous in the above
estimation; b) to a possible interaction of the two factors (for example big surges being
helped by high tides, or the opposite). To be remarked that objection (a)is important at
most oceanic stations, but here it is scarcely relevant, due to the limited amplitude of the
tides: their seasonal variation cannot be substantial.
21. Messina
0,0001
0,001
0,01
0,1
1
10
100
1000
-42
-36
-30
-24
-18
-12
-6
0
6
12
18
24
30
36
42
48
54
60
Heights above MSL (cm)
Return time (years)
Astronomical tide Surges
JPM (Joint probabilities) Maximum observed record
JPM corrected with Cc
Fig. 2: Application of the calibrated JPM for the determination of return periods of hourly
astronomical tide levels, surge levels, and extreme sea levels at station 21: Messina. The
maximum observed level is also indicated.
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
25
6. Toulon
0,01
0,1
1
10
100
1000
36
39
42
45
48
51
54
57
60
63
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
1. Banyuls
0,1
1
10
100
1000
57 60 63 66 69 72 75 78 81
Heights above MSL
Return time
(years)
2. Port-Vendres
0,1
1
10
100
1000
57 60 63 66 69 72 75 78
Heights above MSL
Return time
(years)
3. Sète
0,01
0,1
1
10
100
1000
84
87
90
93
96
99
102
105
108
111
114
117
120
123
126
129
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
5. Marseille
0,1
1
10
100
1000
66
69
72
75
78
81
84
87
90
93
96
99
102
105
Heights above MSL (cm)
Retuen time
(years)
7. NIce
0,1
1
10
100
1000
39 42 45 48 51 54 57 60
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
9. Ajaccio
0,1
1
10
100
1000
39
42
45
48
51
54
57
60
63
66
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
4. Grau-de-la-Dent
0,1
1
10
100
1000
69
72
75
78
81
84
87
90
93
96
99
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
11. Carloforte
0,1
1
10
100
1000
36
39
42
45
48
51
54
57
60
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
14. Genova
0,1
1
10
100
1000
36
39
42
45
48
51
54
57
60
63
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
15. Livorno
0,1
1
10
100
1000
48
51
54
57
60
63
66
69
72
75
78
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
8. Monaco
0,1
1
10
100
1000
36
39
42
45
48
51
54
57
60
63
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
10. Porto Torres
0,1
1
10
100
1000
33
36
39
42
45
48
51
Heights above MSL (cm)
Retour time
(years)
12. Cagliari
0,1
1
10
100
1000
33
36
39
42
45
48
51
54
57
60
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
13. Imperia
0,1
1
10
100
1000
39
45
51
57
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
16. Civitavecchia
0,1
1
10
100
1000
39
45
51
57
63
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
17. Napoli
0,1
1
10
100
1000
36
42
48
54
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
3a
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
26
18. Salerno
0,1
1
10
100
1000
48
51
54
57
60
63
66
69
72
75
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
19. Palinuro
0,1
1
10
100
1000
36
42
48
54
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
20. Reggio Calabria
0,1
1
10
100
1000
36
39
42
45
48
51
54
57
60
63
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
22. Palermo
0,1
1
10
100
1000
33
36
39
42
45
48
51
54
57
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
23. Porto Empedocle
0,1
1
10
100
1000
36 39 42 45 48 51 54 57
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
24. Lampedusa
0,1
1
10
100
1000
36
39
42
45
48
51
54
57
60
63
Heights above MSL (cm)
Return time (years)
25. Catania
0,1
1
10
100
1000
33
36
39
42
45
48
51
54
57
60
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
26. Crotone
0,1
1
10
100
1000
33
36
39
42
45
48
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
27. Taranto
0,1
1
10
100
1000
36
42
48
54
60
Heights above MSL (cm)
Return time
(years)
3b
Fig. 3- Comparison of the results of the JPM with the maximum observed record and result of
the calibration of the JPM. Surge heights are also indicated when their return time is >0.1 year.
a) Tide-gauge stations 1 to 17; b) Tide-gauge stations 18 to 20 and 22 to 27.
To overestimate means that the extreme values observed in the sample are smaller
than the expected extreme. This means that a correction coefficient Cc is defined as the
ratio Rextreme/Y, the return time in years expected for the observed maximum divided by
Y, the number of available equivalent years. In normal situations, Cc is generally
smaller than one, and this is overestimation, or pessimistic estimation. In a few cases,
however, it appears that Cc is greater than one. This means that some events occurred in
the years considered whose return period was longer than the available time span. In
this case no correction can be imposed, Cc is assumed as one in practice and the
extreme estimation obtained doubtfully remains overestimated.
3. Results
The distribution of the sea-level main characteristics is summarized in Table 1.
The available records are generally short, as it appears. Unfortunately, at Marseille there
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
27
are digitized records since 1886, but the old data are under verification. This way, only
four French stations reach the length of 14 years, required for the estimations by
Gumbel (1954) or the Generalized Extreme Values Distribution (GEV) (Coles, 2001).
The tidal amplitude is very limited everywhere (less than two dozen centimetres).
The maximum recorded surge remains less than half a metre in most places, but
can approach or even exceed one metre in the Gulf of Lions. The maximum recorded
sea level (tide + surge) may slightly exceed the maximum surge, though remaining of
the same order.
The results for Messina are shown in Fig. 2, as an example. The astronomical tide
varies between –9 and +12 cm and surges between -34 and +42 cm. Joint probability
estimation values for return times >0.1 years are shown as empty squares, for intervals
of 3 cm and the maximum observed sea-level height is indicated in the nearest 3-cm
band. It is remarkable that this station has the lowest tidal range and one of the shortest
records among the tide gauges considered, nevertheless estimations for periods even
longer than a millennium are statistically possible. For the time span of the observations
the JPM estimate of the return extreme would be 46 cm, while themaximum observed
level above MSL was only 43 cm. For a height of 43 cm the JPM return time would be
2 years, while the record length is 6.6 years. A correction coefficient (Cc) of 0.31 is
therefore necessary to calibrate all the extreme series to the real record, in order to
mitigate the pessimism of the method. The thick black curve indicates calibrated
extreme sea level heights for return times between 0.17 year and a millennium.
For all the stations, the calibration coefficients Cc and the maximum expected
heights with return times of respectively 2, 10, 50 and 100 years are summarized in
Table 2, and the meaning and the relevance of the factor Cc will be shown in what
follows.
A comparison to previous estimates is necessary. Results for Port-Vendres, Sète
and Grau-de-la-Dent slightly differ from those published by Pirazzoli et al. (2007)
because a different vertical interval (5-cm) had been used in that study. Also, those
provided for the other French stations differ from the estimations provided by Pirazzoli
(2007), for i) a reduction in the vertical interval (from 5 cm in the previous study to 3
cm here); ii) a different reference basis (a fixed datum – hydrographic or NGF zero – in
Pirazzoli (2007), while all heights are referred to the running MSL in the present study;
and iii) certain records have been updated to 2007.
A zoom on return periods >0.1 year at all stations is shown in Fig. 3.The effects
of the calibration corrections on the JPM are clearly visible. The Cc values appear
highly variable, from 0.18 at Genoa to more than one at four stations. According to its
definition, a Cc value of 0.18 means that the return period corresponding to an extreme
obtained with the non-calibrated JPM at Genoa is 5.5 times shorter than it really is,
suggesting the almost complete absence of exceptional extreme events. In the same
manner, relatively low Cc values have been obtained also at Porto Torres (0.19). In
other regions, Cc values between 0.04 and >1 have been obtained in the English
Channel (Tomasin and Pirazzoli, 2008) and between 0.11 and >1 on the Adriatic coast
(Tomasin and Pirazzoli, submitted). For the whole central Mediterranean area
considered, when Cc values >1 are reduced to one unit, the average value of Cc is about
0.51 compared with the average values of 0.26 in the English Channel and 0.45 in the
Adriatic.
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
28
Height estimation (cm above MSL),
according to JPM calibrated with Cc ( with
height interval of 3 cm), for return times of:
Station Correction
coefficient
(Cc) to
the JPM 2 years 10 years 50 years 100 years
France
1. Banyuls 2.1 1.0 63
a
69a
75a
76a
2. Port-Vendres 0.38 59 67 72 73
3. Sète 0.76 84 107 117 120
4. Grau-de-la-Dent 1.08 1.0 75
a
86a
92a
94a
5. Marseille 0.45 66 89 97 99
6. Toulon 0.39 46 51 55 57
7. Nice 0.65 45 51 54 55
8. Monaco 0.43 45 51 54 56
9. Ajaccio 0.24 42 51 57 58
Italy
10. Porto Torres 0.19 36 41 45 46
11. Carloforte 0.26 39 46 52 54
12. Cagliari 0.86 44 50 54 55
13. Imperia 0.63 45 51 54 55
14. Genova (Genoa) 0.18 43 50 54 56
15. Livorno 2.21 1.0 57
a
61a
66a
68a
16. Civitavecchia 0.25 45 52 56 58
17. Napoli 0.20 42 48 51 53
18. Salerno 0.86 58 63 66 68
19. Palinuro 1.28 1.0 45
a
48a
51a
52a
20. Reggio Calabria 0.24 41 51 54 55
21. Messina 0.31 39 45 48 49
22. Palermo 0.31 40 47 51 52
23. Porto Empedocle 0.67 45 50 53 54
24. Lampedusa 0.24 43 49 53 55
25. Catania 0.40 37 48 54 55
26. Crotone 0.33 38 42 45 46
27. Taranto 0.44 43 51 55 57
a
height possibly overestimated
Table 2.Maximum expected sea level heights obtained with the calibrated JPM, corresponding
to return times of 2, 10, 50 and 100 years, respectively
One may search an explanation for the reasons that made Cc exceed one unit for
certain records (that would make the JPM results as optimistic). At Banyuls a
remarkable series of hourly surges >50 cm occurred in November 1968 (19 events, 17
of which on 16 November) and on 14 January (8 events). These occurrences are
exceptional because only surges <50 cm can be observed in the rest of the record.
At Grau-de-la-Dent, the Cc value slightly exceeding one seems due to a
concentration of hourly surges >70 cm on 6-7 November 1982 (13 events) and on 10
October 1987 (6 events), with only lower heights during the rest of the period.
At Livorno surges exceeding 45 cm are rare and generally they remain lower than
50 cm. The high Cc value seems caused by an isolated surge peak of 56 cm, recorded on
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
29
1 November 2003 at 5:00 am. At the same moment a maximum surge of 47 cm was
recorded at Genoa, whereas lower surges were recorded at other Tyrrhenian stations (31
cm at Civitavecchia, 26 cm at Napoli).
Lastly at Palinuro, where surges are generally limited (only10 extremes between
31 and 34 cm), two events occurred at high tide, producing the maximum sea level of
48 cm that contributed, for a few centimetres, to produce a Cc value >1.
4. Comparison with the GEV distribution and with the Gumbel method
An estimation of return periods and return heights has been attempted for
comparison using the Generalized Extreme Values (GEV) methods (Coles, 2001), and
the Gumbel (1954) formalism alone, that are often used for hydrological data. When
using the annual maxima values, such a comparison becomes possible only when
maximum yearly values are available for at least 13 years (we added the arbitrary
condition that the years considered should have less than 15% of missing data). This has
been possible only for four stations, the other records being too short. Forthe analysis
of the GEV distribution, the R package extremes (Gilleland and Katz, 2005) has been
employed. Results are summarized in Table 3 and (graphically for GEV estimates) in
Fig. 4.The results obtained for Port-Vendres, Sète and Grau-de-la-Dent do not differ
from those obtained with the same assumptions by Pirazzoli et al.(2007), while those
for Toulon indicate lower heights due to the difference in reference level.
A
B
C
D
Fig. 4: Return level plots and estimated 95% confidence intervals forannual maxima of hourly
records having less than 15% of missing data obtained with the GEV distribution. A: PortVendres; B: Sète; C: Grau-de-la-Dent; D: Toulon. All heights are referred tot he local running
MSL.
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
30
Table 3: Tentative application of GEV simulations and of the Gumbel method to yearly maximum sea-level heights (cm above the yearly MSL).
Gumbel (1954) theory of extreme values Height
estimation
for a return
time
corresponding
to the record
length
Estimated return level and (in brackets)
95% confidence intervals for extrapolation
based on a GEV model (see Fig. 3) for
return periods of:
Resulting largest heights (cm)
for return periods of:
Station Record
length
(number
of years
with
less than
15% of
missing
data)
Maximum
recorded
hourly
height
(coincides
by
definition
with JPM
calibrated
with Cc)
(cm)
GEV
(cm)
Gumbel
(cm)
2 years 10 years 50 years 100 years
Fitting strait lines
of the largest
values on
extremal
probability paper
2 yr 10 yr 50 yr 100 yr
2. PortVendres
13 68 65 71 57
(52-57)
64
(61-68)
66 ?
(64-69 ?)
66 ?
(65-69 ?)
x=51.42+7.77y 54 69 81 87
3. Sète 14 111 101 104 78
(70-87)
98
(89-114)
109
(100-131)
113
(103-139)
x=72.36+12.3y 77 100 120 128
4. Graude-la-Dent
13 88 84 81 57
(55-64)
79
(79-87)
123?
(88-289?)
155?
(88-425?)
x=55.72+10.14y 59 79 95 102
6. Toulon 18 54 51 57 42
(39-45)
49
(47-54)
53
(50-59)
54
(51-62)
x=39.00+6.2y 41 53 63 68
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
31
Now, the comparison: at Port-Vendres, GEV gives a shape reminding the
cumulative frequency of wind speeds and other phenomena, a distribution known as
Weibull-type, bounded above with a finite value at 69 cm which the maximumcannot
unrealistically exceed, failing to give reliable results for long return periods, while
Gumbel tends to slightly overestimate extreme heights for middle or long return
periods. GEV seems also to underestimate systematically return levels at Sète. At Graude-la Dent, GEV provides excessively wide confidence ranges, while overestimations
may result both from the non-calibrated JPM and from Gumbel. Finally at Toulon, GEV
results are similar to those obtained with calibration of the JPM, whereas the Gumbel
method may tend again to slightly overestimate extreme heights, like on the Atlantic
coast of France (Pirazzoli and Tomasin, 2007) or in the English Channel area (Tomasin
and Pirazzoli, 2008).
5. Discussion and conclusions
The JPM is the only method that can be applied to short or even incomplete
records in order to estimate the return times of extreme sea levels. When the surge range
is predominant in relation to the tidal range, like in the Mediterranean area, the result is
highly dependent on the observation period and may therefore underestimate return
heights on the long term. Anyway, though a careful interpretation is necessary, the
results can nevertheless be used for preliminary engineering estimates, for which an
accuracy of one decimetre is generally sufficient.
The JPM may also lead to overestimations if exceptional surges have occurred.
However, in this second case, really uncommon events will leave a clear statistical mark
indicated by a calibration coefficient Cc>1. This will mean that in the years considered
some events occurred, whose return period was longer than the available time span.
Indeed, the joint probability of tide and surge levels cannot give results greater than the
probability of the level of the maximum tide multiplied by the probability of the level of
the maximum surge. In this case considered, no calibration can be imposed and careful
interpretation is needed again, because even the non-calibrated JPM can be suspected to
lead to overestimation.
Recent tide-gauge records in the central Mediterranean area show, for an average
record length of less than 10 years, maximum recorded sea levels (last column in Table
1) that are only slightly lower (6.3 cm on average, 10 cm as a maximum) than the
heights obtained by the calibrated JPM for a return time of 100 years (last column of
Table 2). This suggests that much higher surge events (like in the northern Adriatic
(Tomasin and Pirazzoli, submitted) or in the English Channel area (Tomasin and
Pirazzoli, 2008)) are very unlikely with the present climate conditions in the central
Mediterranean. This is supported by the fact that the maximum recorded sea levels do
not generally exceed half a metre (with some exceptions in the Gulf of Lionsarea).
Since all the estimates in this study are related to the running MSL, in the case of
a near-future global sea-level rise it will be sufficient to add that rise to the extreme
levels to update the estimates. It may be interesting, however, to discuss how the height
estimations given in Table 3 might be modified by a near futureclimate change. One
should distinguish between i) “normal” extremes resulting from extrapolation of recent
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
32
observed trends, and ii) the possible effects due to the occurrence of rather
unforeseeable, though not impossible, tropical-like storms.
Recent trends of surge related-winds in the central Mediterranean suggest
generally an increase in their frequency, apparently in relation to the recent warming,
but also of clear decrease in their extreme speeds, that would be most effective to
produce high surges (Pirazzoli et al., submitted). This decrease may be a consequence
of the northward displacement of cyclonic trajectories in the European area. There is
however, according to the same authors, a local exception in the Gulfof Lions, where
the tendency towards an increase in strong landward south-easterlies could produce
slightly higher surges. In this case, the maximum expected heights above mean sea level
of Table 2 would remain almost the same (or should be slightly increased in the Gulf of
Lions) while the flooding risk would be increased mainly by the rise in mean sea level
predicted by climatic models.
Though occasional tornadoes are not uncommon in the Mediterranean (e.g.
Gianfreda et al., 2005) tropical-like storms may develop under certain conditions and
their frequency may be increased by global warming. The characteristics of these events
clearly differ from those of tropical regions because of a high orography surrounding
the relatively small Mediterranean basin, the higher latitudes and hot and dry air
intrusions from North Africa. The seven case studies of Mediterranean tropical-like
storms analysed by Fita et al. (2007) were characterized by significant synoptic
instability, high precipitable water quantities in the atmospheric column and relatively
rapid dissipation (2-3 days).
Because no tropical-like storm seems to be included in the available tidal record,
the possible occurrence of such an event can be expected to produce, at least locally,
exceptional surge heights that would make a revision of the sea level height estimations
given in Table 2 necessary in the future.
Acknowledgements
The institutions that made tidal data available, both directly and via on-line
dissemination, are warmly acknowledged: they are mentioned in the paragraph
describing data. The editing by Ms. Jane Frankenfield Zanin, of CNR-ISMAR, has been
especially appreciated.
P.A. Pirazzoli, A. Tomasin Return time of extreme sea levels
in the central Mediterranean area
Bollettino Geofisico, a. XXXI, n. 1-4 gennaio-dicembre 2008
33
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Liberiamo Venezia da Brugnaro e dai brugnaridi

Per secoli la Repubblica di Venezia fu considerata da molti osservatori stranieri uno stato modello.  In realtà, si trattava di un mito coltivato ad arte dalla classe dirigente veneziana  La vita politica veneziana era, come scrisse Jean Bodin, quella di una oligarchia nella quale il potere era saldamente nelle mani di un pugno d famiglie che controllavano il Consiglio de X i cui capi nominavano i Tre inquisitori di stato  Jacob Burkhardt contribuì in modo determinante a diffondere il mito dello stato veneziano da lui considerato alla stregua di un’opera d’arte. Anche Burkhardt era rimasto infatti ammaliato dal De Magistratibus et Republica Venetorum, di Gasparo Contarini il quale considerava Venezia come il classico modello di “governo misto”, dove il Maggior Consiglio rappresentava l’elemento democratico, il Senato rappresentava l’elemento oligarchico, mentre il doge rappresentava l’elemento monarchico. Non era caduto, invece, nel tranello, lo storico tedesco Leopold von Ranke, il quale in un famoso saggio intitolato Venezia nel Cinquecento aveva spiegato per filo e per segno come il potere reale risiedesse nel Consiglio dei X. La Serrata del Maggior Consiglio aveva portato all’ampliamento del numero dei componenti del Maggior consiglio, come era stato sottolineato da F. Lane, ma aveva scavato un solco fra coloro che erano stati eletti e coloro che erano stati esclusi . Il Consiglio di X agiva sempre in segreto. Esso rese la repubblica di Venezia solida dal punto di vista politico, al punto che essa fu in grado di resistere per decenni a Candia, assediata dai Turchi. Questa solidità, però, penalizzò la sua capacità di rinnovarsi. A Venezia si stampavano i libri degli illuministi francesi e italiani. Ciò favorì, come dimostrò Franco Venturi, la diffusione del loro pensiero nei territori della Serenissima e nella stessa Dominante . Diversamente da quanto avvenne in Francia, però, a Venezia non si formò una classe dirigente di ricambio. La classe  dirigente di ricambio veneziana abdicò e consegnò la città a Napoleone .

Le cause della decadenza economica di Venezia furono molte. La più evidente va individuata nello spostamento del centro della economia-mondo da Venezia a Amsterdam nel 1600. Amintore Fanfani individuava il segno del cambiamento che era intervenuto nell’economia internazionale nell’arrivo a Venezia della prima nave da Amsterdam carica di spezie delle Indie olandesi.

Un’altra causa va individuata nella crisi economica che nel medesimo periodo colpi l’impero turco e più in generale nel restringersi dell’azione di Venezia alla difesa dell’Adriatico, dopo che la perdita di Cipro le aveva fatto perdere la libertà di accesso al mare Jonio.
Un’altra causa va individuata nella concorrenza inglese nel Mediterraneo basata sul commercio di prodotti, soprattutto di lana, di qualità inferiore a quelli veneziani, ma a prezzo minore Cduta la repubblica in un modo che rasentava la farsa, se dobbiamo credere a Ippolito Nievo e alle sue Memorie di un italiano, Venezia visse un lungo periodo di decadenza economica. Nel 1811, in una lettera a Bonaparte, citata da Gino Luzzatto. Il colonello Laurisson scriveva che l’aspetto di Venezia era più desolante che mai. Le fortune delle famiglie nobili si disfacevano a vista d’occhio e diminuivano quelle dei negozianti. Poi, aggiungeva che più di 100 navi mercantili erano state distrutte per mancanza di mezzi e un gran numero di palazzi erano disabitati. Dal 1813 al 1818 la popolazione di Venezia diminuì di 12.000 unità. Nel 1827 il numero dei telai attivi a Venezia nell’industria della lana s’era ridotto a 14 e quelli nell’industria della seta non erano più di 80. Nel 1847, secondo i dati riportati in Venezia e le sue lagune, a Venezia esistevano numerose attività industriali e commerciali.  Il problema era rappresentato dal fatto che si trattava di imprese piccole, inefficienti, scarsamente capitalizzate, che impiegavano donne e fanciulli. Questa situazione non sarebbe cambiata nei decenni successivi.edici, 119 prostitute.

Malgrado la presenza di numerose attività industriali, Venezia non fu mai una città industriale” nel senso di Torino. Il motivo era semplice: Venezia non aveva la possibilità materiale di diventare una città industriale. Le calli e i campielli di Venezia mal si addicevano alla produzione industriale di massa. Era perciò inevitabile che con lo sviluppo delle moderne tecniche di fabbricazione e l’aumento delle dimensioni della produzione e degli stabilimenti onde realizzare le relative “economie di scala”, l’industria veneziana lasciasse il passo al commercio e in modo particolare al turismo che si è sempre più massificato.
Tra il 1951 e il 1961 le imprese manifatturiere passavano dalle 2074 alle 1644, mentre gli addetti passavano dai 18685 ai 14158; le imprese commerciali passavano dalle 3854 unità del 1951 alle 4471 unità del 1961

Nel 1966, secondo i dati di Osservatorio economico, il mercato del lavoro veneziano offriva dai 62-64000 posti di lavoro così suddivisi: Agricoltura 400, Vetro, costruzioni, legno, arredamenti 10000, Tessile, abbigliamento, metalli, meccaniche, alimentari 6300, Commercio e Turismo 14900; Porto e attività collegate 6200, Trasporti pubb.1700, Professioni 3400, PA, credito, Assicurazioni, acqua, gas, elettricità 21100.

Nei decenni successivi, Venezia venne abbandonata anche da banche assicurazioni.  Oggi Venezia è il classico luna park con una università di economia che sforna ricerche a senso unico La situazione attuale è quella di una città diventata un luna park.

“Ogni città non volgare è un’opera d’arte”, scrisse Sergio Bettini. . Le città contemporanee sono brutte perché sono volgari e sono volgari perché le classi dirigenti attuali sono formate da persone volgari che usano il loro denaro in modo stupido. Importante è essere alla moda. Gli architetti sono il loro clone. Le città contemporanee sono dotate in genere di brutti edifici, di piazze che sono dei parcheggi automobilistici e di strade intasate dal traffico a tutte le ore, non solo nelle rush hours.

La bellezza, scrisse Palladio nei Quattro libri dell’architettura risulta dalla bella forma e dalla corrispondenza del tutto alle parti e delle parti fra di loro. In altre parole, bellezza voleva dire, per Palladio, rispetto delle proporzioni, armonia  Wittkower studiò l’architettura della chiesa di Santa Maria della Salute a Venezia dal punto di vista matematico e giunse alla conclusione che essa che essa era stata disegnata da Longhena sulla base della proporzione 3, 2,1. Tafuri ha studiato la chiesa di san Salvador e si è reso conto che essa venne costruita dallo Spavento sulla base di un modulo di un metro di lato.

Proporzioni vogliono dire musica e la musica si basa sul concetto di armonia. Attraverso le proporzioni – tale era la tesi sostenuta da Luca Pacioli – e l’architetto in quanto  in quanto “uomo universale” ristabilisce l’armoni d dell’universo. Luca Pacioli fu un uomo del Rinascimento animato da mille interessi. In particolare, egli si applicò allo studio del problema della razionalità del calcolo economico. In tal senso, egli dette u contributo fondamentale allo sviluppo del capitalismo elaborando in modo compiuto il metodo della partita doppia. Simile a quella di Luca Pacioli, era la visione di Francesco Giorgi, il frate autore del “progetto ideologico” della chiesa di san Francesco della Vigna a Venezia.  Al fondo, c’era la scoperta di Vitruvio, la invenzione della prospettiva come “forma simbolica” e inoltre c’era la riscoperta di Platone.  Senza la conoscenza della filosofia rinascimentale, non si  comprendono né  l’architettura né la pittura del Rinascimento. Ciò emerge in tutta evidenza in una lettera di Palladio a proposito della chiesa del Redentore per la quale avrebbe preferito la forma rotonda che avrebbe meglio rappresentato gli attributi divini. Nello stesso tempo, non dobbiamo dimenticare che contemporaneamente si registrò la scoperta e la diffusione di correnti ermetiche cabalistiche che, come dimostrò Tafuri erano presenti anche a Venezia dove si scontrarorono con le tendenze razionalizzatrici della oligarchia al potere studia hmanitatis venne appresentato dall’arrivo dei profughi da Costantinopoli, e in modo particolare del cardinale Bessarione e della sua famosa biblioteca  Al tempo di cui parliamo, pittori, scultori, architetti lavoravano su commissione.Veenezia, come sottolineò il Logan, esisteva sia un importante mecenatismo pubblico che privato. Ciò era legato, per quello che riguardava il mecenatismo privato, all’esigenza di sfoggiare la propria ricchezza; per quello che riguardava il mecenatismo pubblico, esso era imposto dalla necessità di esaltare il “mito di Venezia”.
Come scrisse Manfredo Tafuri, a Venezia era impossibile scindere tra politica e religione. Non solo; ma la aristocrazia veneziana aveva creato una vera e propria “religione della politica” Nel fare questo, Venezia aveva anticipato di secoli America A questo proposito, Tafuri ricordava il De bene instituta republica di Domenico Morosini, dove l’autore sottolineava la necessità per Venezia, di auto-celebrarsi facendo sfoggio della propria ricchezza. Purtroppo, annotava Wolfgan Wolthers, “la crosta di sporcizia che ricopre tutte le facciate degli antichi palazzi e la drammatica corrosione delle superfici a causa delle piogge acide, rendono problematica una corretta valutazione della loro fattura.. La vita dei veneziani era scandita da una lunga lista di feste religiose, di stato e popolari che avevano lo scopo di celebrare il mito di Venezia

Alle feste religiose e di stato si aggiungevano le feste popolari come la festa delle Marie, di giochi come quello dei pugni, le forze d’Ercole, di “cazze” come quelle con i tori in Piazza san Marco.. Venezia non era soltanto un’opera d’arte. Venezia era la capitale di un impero. Sorta all’ombra di Bisanzio,  Venezia, attraverso una serie di burrascose vicende politiche, si era resa autonoma da Bisanzio, aveva messo a sacco Costantinopoli traendo profitto dalla Quarta crociata, aveva ridimensionato la potenza di Genova ed era diventata un impero. A quel punto, Venezia entrò nel secondo arco della parabola che caratterizza la storia di tutte tutte le grandi potenze.

Il declino fu lento, ma ineluttabile. Il punto di svolta venne individuato da Fanfani nell’arrivo a Venezia della prima nave olandese carica di spezie provenienti dalle Indie olandesi. Malgrado l’evidente crisi, l’aristocrazia veneziana evitò di varare le riforme che sarebbero state necessarie per reggere il passo dei concorrenti.

Arrivato, poi, il momento della resa dei conti, Venezia rinunciò a difendersi e consegnò le chiavi del potere alla municipalità provvisoria. Venezia cadde sotto la dominazione straniera: francese, austriaca, francese e austriaca. La sua economia cadde in una profonda crisi che condannò la popolazione veneziana a vivere in una condizione di miseria che venne rilevata da tutti i viaggiatori stranieri. Se Venezia muore, scrisse Salvatore Settis. Venezia non morirà. Il luna park che è stato creato fa guadagnare una montagna di soldi che consentono la distribuzione di mazzette in quantità. Nessuno ha interesse a chiudere il luna park. L’urbanista Leonardo Benevolo scrisse, nel lontano 1969, che Venezia non era condannata a morire, ma che per evitare che morisse bisognava trovarle una sistemazione globale  Posizione analoga era sostenuta nel Rapporto Unesco su Venezia, dove si leggeva che non sarebbe servito a nulla salvare dipinti e marmi se essi erano destinati a finire sott’acqua.

Ciò significava che occorreva affrontare tutte le grandi questioni che erano sul tappeto contemporaneamente. Non era facile, ma non era nemmeno impossibile. La classe dirigente veneziana fece l’esatto opposto di quello che avrebbe dovuto fare e la città, fu inondata dalle chiacchiere. Caduta la repubblica, Venezia conobbe un lungo periodo di decadenza economica e di dipendenza politica. Cessata la dipendenza politica con l’ annessione al regno d’Italia, restava irrisolto il problema della decadenza economica. La situazione della Venezia post-unitaria è ben descritta da Henry James, il quale scrivendo nel 1869 al fratello William, notò malignamente che i Veneziani “erano pittoreschi”, ma avevano il difetto di essere “una continua offesa all’olfatto” (H. James Lettere da Palazzo Barbaro, Archinto).
Era questa la Venezia, “pittoresca e puzzolente”, per usare le parole di Henry James, che il nuovo prefetto di Venezia, il conte milanese Luigi Torelli, si trovò fra le mani. Egli si mise prontamente all’opera e elaborò una serie di progetti fra i quali il progetto per la costruzione di un nuovo approdo per piazza san Marco che diventerà Bacino Orseolo, una via sopraelevata in macadam che doveva congiungere piazza san Marco con sant’Elena dove era prevista la creazione d’un parco carrozzabile sul modello del Bois de Boulogne a Parigi.

In breve volgere di tempo, venne elaborata una quantità innumerevole di progetti per “salvare Venezia”, “per il più grande futuro di Venezia”, “per rilanciare il ruolo d Venezia nell’Italia e nel mondo”. Con i progetti si accesero le discussioni. Dalle discussioni emersero due linee politiche, due “ideologie” facenti capo a due gruppi: gli “isolazionisti” e gli “espansionisti”.. Il più importante dei progetti presentati, perché la storia di Venezia da quel momento gli fu indissolubilmente legata, fu il progetto Paleocapa per la creazione di una stazione marittima a santa Marta. La scelta di santa Marta, per Paleocapa era inevitabile perché si trovava vicina alla stazione ferroviaria e questo fatto risolveva, almeno parzialmente, il problema delle “rotture di carico”, quindi del costo del trasporto delle merci; sia di quelle che giunte per ferrovia dovevano essere caricate sulle navi, sia di quelle che giungevano via mare, dovevano proseguire l loro viaggio ferrovia.

La scelta di santa Marta, se aveva un senso dal punto di vista economico, era una follia dal punto di vista idraulico e Paleocapa era un ingegnere idraulico; quindi, non poteva non sapere che lo scavo di nuovi canali e di nuovi bacini, la costruzione di nuove banchine d’approdo non avrebbero potuto non avere conseguenze negative sulla idrodinamica lagunare. Se si voleva un nuovo porto, occorreva costruirlo fronte-mare.

Una volta scelta l’area di santa Marta per la creazione della nuova stazione marittima, andava da sé che si cercasse di aprire il porto di Lido. Nel 1872, gli ingegneri del comune, Contin e Mati presentarono un progetto che prevedeva la costruzione di due moli foranei allo scopo di chiudere l’acqua in una sorta di condotta forzata che imprimesse all’acqua in uscita dalla laguna la velocità necessaria al fine di asportare la sabbia e i detriti che erano stati depositati sul fondo delle foci lagunari dalle correnti marine.
Gli ingg. cominipali Tommaso Mati e Antonio Contin presenron un loro progetto.
L’anno chiave fu il 1917. Fu in quell’anno, infatti, con l’Italia in guerra e gli austro-ungarici sul Piave che: – il 10 maggio il Consiglio Superiore Lavori Pubblici approva il piano per la costruzione del nuovo porto di Venezia ai Bottenighi; – il 13 maggio viene firmata la convenzione tra Stato, Comune di Venezia e Società del porto industriale di Marghera – 26 luglio viene firmato il decreto luogotenenziale.>
La costruzione di porto Marghera iniziò nel 1919 e comportò una profonda manomissione della laguna con la costruzione delle casse di colmata della zona industriale e lo scavo di nuovi canali che alterarono profondamente il regime idraulico lagunare, già compromesso dai precedenti interventi fra i quali merita ricordare: la sistemazione del porto di Malamocco, la riapertura del porto di Lido, lo scavo di canali per la grande navigazione congiungenti Malamocco a santa Marta.(F. Marzolo Principali lavori eseguiti in Laguna nel XIX secolo in Mostra storica della laguna veneta, Archivio di stato). Se vogliamo salvare Venezia dobbiamo partire da MARGHERA. Dobbiamo ridefinire la sua funzione economica. Da città di laguna è diventata una città è costruita sul mare. Il Mose p un bluff. E’ un’opera macchinosa e stupida. Soltanto intelligenza e cultura potranno salvare Venezia . Il MOSE E’  UN’OPERA COSTOSA E DANNOSA

Lug 3, 2015 - Venezia e la cultura    No Comments

L’UNESCO su Venezia

Management Plans are used to set up programmes and coordination activities, in order to plan cultural heritage protection interventions and to coordinate all the interests related to the UNESCO sites. It suggests the establishment of a relationship between the institutional bodies in charge of the management of the concerned natural resources and cultural heritage, based on a thorough going coordination, on the identification of good decision
making and organizational practices through the exchange of opinions and ideas, and by appraisal of various management criteria. The Management Plan 2012-2018 is the result of a long and complex consultation among the Administrations and the local communities through their municipal representatives, associations and citizens, and envisages that each body should establish more efficient management relationships, according to their own competences and institutional responsibilities. The vision embraced by the Management Plan originates from a key
and inviolable principle, that of the responsibility of safeguarding and protecting the Outstanding Universal Value of Venice and its Lagoon for current and future generations. Preserving the environmental, urban and cultural heritage means preserving the existing assets, but also and above all upgrading, reviving and revitalizing natural elements and historic and rural settlements from a perspective of modernity and intelligent, sustainable progress. This means engaging in networked actions aimed at enhancing the urban and architectural heritage according to the policies encouraging the establishment and development of activities and services in the field of cultural poduction and scientific and university training. It means enhancing the lagoon system as a creative research and testing laboratory for environmental preservation, historic-architectural heritage protection and for the development of the cultural productive sector. Venice and its Lagoon is a delicate and fragile environment on which the efforts of all institutions should converge for the promotion of a sustainable and aware enjoyment, not only of the physical nature of the site,

but also of its strong environmental, landscape, architectural and cultural values. A joint effort and commitment is required to stimulate and boost the spirit that drove and urged UNESCO to eclare Venice and the territories of its Lagoon an emblematic Site towards which the attentions of  he community should be directed as an outstanding example of World Heritage of undisputed priority. The commitment of the municipal Administration of Venice to achieve the objectives set out by the Plan will be very important, as we are perfectly aware of the huge responsibility imposed by the daily work of conservation and enhancement of this extraordinary reality.

Lug 2, 2015 - venezia ambiennte    No Comments

Maree estreme a Venezia

 

 

Paolo Pirazzolli

Tendenze recenti del livello marino a Venezia

Nell’Adriatico  l’onda  di  marea,  che  è  di  origine astronomica,  gira  in  senso  antiorario  attorno  a  un punto  (chiamato anfidromico)  situato  al  largo  di Ancona,  dove  l’ampiezza  di  marea  è  uguale  a zero. Allontanandosi da questo punto, l’ampiezza aumenta più rapidamente verso il nord dell’Adriatico che verso  il  sud.  Dopo  aver  raggiunto  la  più  forte  ampiezza nella zona di Trieste (oltre 40 cm), l’onda di marea descrive una traiettoria lungo la costa veneta, passando quasi contemporaneamente davanti alle tre bocche di porto lagunari. Penetrando in Laguna, il suo comportamento varia: nel caso di canali naturali, diminuisce di ampiezza e subisce un ritardo nella propagazione; nel caso di canali artificiali – nei quali la  sezione  e  la  profondità  sono  mantenuti  costanti mediante scavi – la propagazione subisce un’accelerazione e l’ampiezza può anche aumentare.

 

Le variazioni del livello medio marino a Venezia. Se  il  livello  medio  marino  è  aumentato  un  po’  dovunque di una decina di centimetri durante il secolo scorso (figura 1), vi si aggiungono a Venezia altre cause più locali

Si nota, nell’insieme, un aumento del livello medio marino di quasi mezzo metro nel corso degli ultimi 140 anni. Tra gli anni ’30 e ’60 l’accelerazione causata da 10 cm di subsidenza antropica è nettamente sibile. Tra gli anni ’60 e gli anni ’90 un aumento medio della  pressione  atmosferica  regionale  ha  avuto  per effetto di rendere quasi stazionaria la tendenza del livello marino. Infine, a partire dal 2003, la tendenza Figura 2. Variazioni del livello medio marino (cm) a Venezia dal 1872 al 2010.

La  pressione  atmosferica media si è abbassata nettamente ed il livello medio marino di Venezia, articolarmente negli ultimi due anni, ha fatto un balzo verso l’alto di ben 13 cm. Si  tratta  di  un  fenomeno  climatico  a  scala  regionale, con un abbassamento della pressione atmosferica che si estende, secondo le prime analisi di Alberto Tomasin (comunicazione personale), anche all’Adriatico ed al Mediterraneo centrale.

È noto che le condizioni meteorologiche, particolarmente la pressione atmosferica e il vento, possono produrre sul livello dell’acqua effetti che tendono a

rialzarlo o ad abbassarlo. In particolare, è noto l’impatto sull’Adriatico di una depressione atmosferica

centrata sull’Alto Tirreno (figura 3).

A Venezia, l’altezza del contributo meteorologico può sorpassare nettamente quello astronomico: una decina di rialzi di più di un metro sono stati osservati nella seconda metà del secolo scorso, con un assimo di 1,85 m il 4 novembre 1966. Analogamente alla marea, anche il rialzo tende a propagarsi all’interno della Laguna di Venezia attraverso i canali esistenti.

Quando un rialzo marino coincide con un’alta marea i due fenomeni si sommano e l’altezza del livello Figura 3. Nell’emisfero nord, la circolazione atmosferica tende a girare in senso antiorario attorno a una depressione (e in senso orario attorno a un’alta pressione). Una depressione centrata sul golfo di enova o sulla Corsica produrrà generalmente un vento di scirocco sull’Adriatico, che tende a sospingere l’acqua verso il golfo di Venezia, creando un rialzo marino in tutto l’Alto Adriatico.Il livello marino  risultante  può  raggiungere  valori  anormali (fenomeno dell’acqua alta).

Dopo l’impulso dovuto al passaggio di una bufera, tutto l’Adriatico, che è un bacino quasi chiuso, è oinvolto da oscillazioni particolari (sesse), che possono perdurare anche per qualche giorno dell’Adriatico, le sesse principali hanno un periodo di quasi 22 ore, simile  a  quello  della  marea.  Esistono  poi  delle  sesse secondarie con periodo di quasi 11 ore. Succede quindi spesso che il ritorno dell’oscillazione di una sessa produca nuove acque alte, anche dopo che la meteorologia si è tranquillizzata.

 

Vengono  chiamate “acque  alte”,  a  Venezia,  i  casi  nei quali  la  marea  supera  l’altezza  di  110  cm  sopra  la base altimetrica locale. Un fenomeno sempre più frequente. Le  cause  del  recente  aumento  ella  frequenza  delle acque alte sono numerose e comprendono, oltre all’innalzamento del livello medio marino, anche la subsidenza e certe alterazioni apportate alla Laguna.

Secondo le cronache antiche, il fenomeno dell’acqua alta a Venezia esiste sin da quando esiste la città.

Quello che è cambiato di recente è essenzialmente   la   frequenza   del   fenomeno.  Nei   secoli   passati,

quando   vari  fiumi  importanti  sfociavano  ancora  in Laguna, le inondazioni della città, relativamente rare, dovevano dipendere soprattutto da coincidenze tra le  piene  fluviali  e  rialzi  marini  che  stacolavano oil  loro  sbocco  in  mare.  Dopo  la estromissione  dalla Laguna dei principali fiumi, alla fine del ’600, il mare è rimasto il principale responsabile degli allagamenti in Laguna. Durante un primo periodo, dopo l’inizio  delle registrazioni mareografiche, la frequenza delle acque alte è stata, in media, di tre eventi per decennio.

Verso il 1930, con i lavori che accompagnano la creazione di un porto industriale a Marghera, si osserva un aumento di frequenza, interrotto però dal periodo  bellico,  quando  i  lavori  di  manutenzione

Sono   stati   sospesi  alle  bocche  di  porto.  A   partire dal   dopo-guerra,  e  particolarmente  dagli  anni  60, la tendenza all’aumento della frequenza si amplifica, fino a raggiungere un massimo negli ultimi due anni, con 16 casi nel 2009 e 18 casi nel 2010.20 215.2.

La subsidenza regionale è stata stimata a 4-5 cm per secolo  usando  carotaggi  profondi 8,  ma  può  ssere nettamente maggiore per gli strati superficiali della Laguna, se si tiene conto del costipamento di sedimenti  recenti,  talvolta  torbosi,  sotto  il  loro  peso  e sotto il peso delle costruzioni sovrastanti. Alcuni studi archeologici suggeriscono una stima di 13 cm per un secolo posteriormente all’epoca romana.

Tra le cause locali è necessario aggiungere, per il secolo scorso, la subsidenza causata dai pompaggi di

acqua  sotterranea  per  le  industrie  di  Marghera  tra il 1930 e il 1970, che hanno provocato un abbassamento di vari metri della falda freatica nella Laguna centrale.

Modifiche  subite  dalla  Laguna  nel  corso  degli  ultimi due secoliUna  delle  ultime  realizzazioni  della  Repubblica  di Venezia era stata, nel 1792, la conterminazione lagunare Relazioni  sul  pozzo  Venezia,  a  ura  di c n r –  Laboratorio per lo Studio della Dinamica delle Grandi Masse, Venezia 1971

plessivamente  di  circa  il  30%10.  Ciò  significa  che  la marea e i rialzi marini, quando penetrano in Laguna, trovano meno spazio disponibile per la loro espansione. In conseguenza, la loro propagazione è diventata più rapida e i loro livelli risultano meno attenuati.

Un’ altra  importante  modifica  che  ha  avuto  un effetto  notevole  sull’idrodinamica  e  la  morfologia lagunari e soprattutto sui livelli estremi di marea, è stato  l’approfondimento  delle  bocche  di  porto  per facilitare  la  navigazione,  e  lo  scavo  di  profondi  canali  navigabili  rettilinei,  il  cui  tracciato  contrastava con le sinuosità naturali antecedenti. La profondità della  bocca  di  Malamocco,  per  esempio,  è  passata dai 4-5 m all’inizio dell’Ottocento a 8-9 m dopo la costruzione delle due dighe e poi, negli anni ’60, a 15 m, con lo scavo nello stesso periodo del canale dei Petroli fino al porto industriale di Marghera. Quanto alla  bocca  di  Lido,  che  serve  direttamente  la  città di  Venezia,  all’inizio  ell’Ottocento  la  profondità  a San Nicolò era solo di 3,5 m con l’alta marea. La costruzione delle dighe ha provocato una canalizzazione delle correnti di marea e un approfondimento a 7-8 (p. ro s a sa l v a, Trasformazioni ambientali ed alterazioni nella laguna veneta, «Urbanistica», 62,1974). I pompaggi di cqua sotterranea delle industrie di Marghera tra il 1930 ed il 1970 hanno causato un abbassamento della falda freatica di vari metri nella laguna centrale e di una decina di centimetri per il livello del suolo a Venezia.nare, che intendeva separare definitivamente le zone accessibili alla marea dalla terraferma. Nei due secoli seguenti, la superficie della Laguna ha subito numerose diminuzioni, per bonifiche gricole, costruzione di zone industriali e di un aeroporto, chiusura di valli da  pesca,  sacche,  ecc.  In  seguito  a  questi  lavori,  le superfici  accessibili  alla  marea  sono  diminuite  comm nel 1901. Poi, tra il 1919 e il 1930, la bocca è stata approfondita a -12 m e collegata direttamente con la stazione marittima e Porto Marghera mediante un canale profondo 10 m che passa attraverso il Bacino di San Marco

Queste profondità eccessive hanno favorito una propagazione più rapida e con altezze sempre meno attenuate della marea e dei rialzi marini di origine meteorologica all’interno della Laguna.

Se  la  diminuzione  della  superficie  lagunare  ha

contrastato  l’attenuarsi  della  marea  nelle  zone  lagunari  più  interne,  soprattutto  per  rialzi  marini  di breve durata, una quantificazione del suo effetto statistico  sulla  frequenza  dell’acqua  alta  nelle  diverse zone  lagunari  rimane  difficile  da  valutare.  Quanto alla stima dell’influenza degli approfondimenti alle bocche di porto e nei principali canali di navigazione sulla frequenza dell’acqua alta, essa è stata possibile mediante modelli matematici che hanno calcolato che opportuni interventi morbidi e diffusi alle bocche di porto (P. Pi r a z z o l i, Maree  estreme  nella  Laguna  di  Venezia  e

variazioni morfologiche alle bocche di porto nel corso degli ultimi due  secoli,  «Atti  dell’Istituto  veneto  di  scienze,  lettere  e  arti», 162 (2003)

Lug 1, 2015 - politica italiana    No Comments

Venezia interpretata

Corrado Bevilacqua VENEZIA INTERPRETATA w

www.academia.edu/corradobevilacqua

“Venezia. E’ un grande piacere per me scrivere questa parola: Venezia. Non sono però sicuro che non vi sia una certa qual impudenza da parte mia nel pensare di essere in grado di aggiungere qualcosa alla parola Venezia. Venezia è stata dipinta e descritta molte migliaia di volte, e fra tutte le città più belle e più famose del mondo, essa è la più facile da visitare senza alzarsi dalla propria comoda poltrona. Aprite un qualunque libro di viaggi e troverete una rapsodia di citazioni su di essa; entrate in un negozio dove vendono cartoline, e troverete almeno quattro “vedute” di Venezia a colori. Ciò taglia l’erba sotto i piedi a chiunque passi per la testa di dire qualcosa di nuovo. Chiunque compia un viaggio a Venezia, ritorna a casa con un intero album. Il Canal Grande è tanto poco avvolto nel mistero, quanto la strada che percorriamo ogni sera per tornare a casa. Il suono della parola San Marco ci è tanto consueto quanto il suono del campanello quando riceviamo la visita del postino. Per chi ama Venezia, il modo in cui egli pensa ad essa è simile al modo in cui egli pensa alla propria amante. C’è poco o nulla di nuovo che si possa dire su di essa e, comunque. anche se trovassimo qualcosa di nuovo da dire, esso sarebbe ben poca cosa rispetto a quello che è stato già detto. Sarebbe infatti un triste giorno quello in cui scoprissimo che è possibile dire qualcosa di nuovo. Io scrivo queste righe con la consapevolezza che non ho alcunché di nuovo da dire. Non pretendo d’illuminare il lettore. 2 Mi limterò ad aiutarlo a ricordare, come qualsiasi autore che sia inamorato del prorio soggetto. (Henry James Italian Hours trad. C.B.) 3 AL LETTORE E’ da molti anni che non faccio politica e non ho la bramosia del ritorno sulla scena politica. Fra un po’ andremo però a votare. Questo saggio di “storia civile” è un invito a meditare sul passato della nostra città. O se oliamo usare una terminologia filosofica, un nvito evitare che “il già del non ancora” si trasformi nel “dopo di sempre” 4 LO SFONDO I fatti sono noti, ma vale la pena ricordarli. Tra il 1951 e il 1961 la popolazione del CS Veneziano è passata dai 175.000 ab. del 1951 ai 138.000 del 1961. Nel 1971 la popolazione del CS era di 108.000 persone. Oggi la popolazione del CS è inferiore ai 60.000. Al convegno sul problema di Venezia del 1962, il prof. G. Samonà definì l’esodo “fisiologico”. Venezia, era questa la sua tesi, era sovrappoplata. Le occoreva una bella purga. D’accordo. Peccato che il “fisiologico” si sia trasformato in “patologico”. La città continua a perdere abitanti, anche ora che è sottopopolata. Allo stesso modo, vale la pena ricordare che tra il 1951 e il 1961 a Venezia si stabilirono 66.000 persone provenienti da altre città italiane. Esse non andarono ad abitare nelle catapecchie degli “esodati”. O se vi andarono, esse lo fecero dopo che esse erano state restaurate. In altre parole, gli “esodati” vennero presi a calci nel sedere per fare posto ai nuovi veneziani. L’esodo 5 fece cambiare pelle a Venezia. Esso fu un’operazione “razzialista” realizzata in nome delle nuove teorie sostenute dai nostri pianificatori urbani, mentre la terraferma veniva lasciata nelle mani degli speculatori. (M. Romano Storia dell’urbanistica italiana.Gli anni del Secondo dopoguerra, Marsilio). ‘L’urbanistica, scrisse nel 1966 Giovanni Astengo, è la scienza che studia i fenomeni urbani in tutti i loro aspetti avendo come proprio fine la pianificazione.”(G. Astengo ad vocem, Enciclopedia universale dell’arte, Garzanti). Lo strumento che gli urbanisti avevano a disposizione per realizare la loro missione, era la legge urbanistica del 1942, una legge fascista. (M. Romano op cit.) . A Venezia, i nostri politici avevano tanta fretta di ritornare alle urne, che il sindaco uscente, Tognazzi, si dimenticò di firmare il PRG ed esso venne firmato dal commissario governativo. (L. Pietragnoli, M. Reberschak Il secondo dopoguerra, in Storia di Venezia, Istituto dell’Enciclopedia italiana). I democristiani pensavano che W. Dorigo si sarebbe ammorbidito diventando assessore all’urbanistica. Errore. Dorigo intendeva usare il PRG coome strumento perr guidare lo sviluppo della città. (B. Secchi Pianificaazione territoriale in Enciclopedia Treccani). Per Dorigo, il PRG era una cosa seria. Intanto la popolazione del Centro storico sfollava. Le abitazioni veneziane erano in pessime condizioni. Era vero. NEL 1966 Il 3 %degli immobili era un pericolo pubblico. Il 9 % delle abitazioni erano inabitabili. Il 74% era privo di stanza da bagno. 6 il 90% mancava di riscaldamento centrale. Il 50% presentava tracce di umidità. L’11% non vedeva mai il sole. (UNESCO Rapporto su Venezia, Mondadori) Ora, ammettendo che fossero queste le cause dell’esodo, ciò che si doveva fare era intervenire sul patrimonio edilizio. Invece. Non si fece nulla di ciò. Chi aveva la responsabilità della gestione della città si lavò le mani e chi voleva cercare di cambiar il modo di gestire la cosa pubblica venne posto nella condizione di non farlo. A quel punto, eran state poste le condizioni per la trasformazione della città in una grande slot machine. Arrivò il 4 novembre. Giulio Obici pubblicò un libro famoso: Venezia, fino quando? Il 4 novembre 1966 pose con urgenza il problema della salvaguadia fisica di Venezia. Dopo un lungo tiramolla si decise per le barriere mobili. Le stiamo aspettando da 49 anni! (M. Scano Venezia terra e acqua, Egizioni delle Autonomie) Come ha scritto lo storico Massimo Costantini, “In tempi più recenti ha preso il sopravvento una visione consumistica di Venezia che si è affiancata senza contraddizioni a una posizione apparentemente opposta, ma in realtà complementare, di tipo produttivistico, portatrice di un esplicito disprezzo per le acque della laguna, viste non più come liquide mura della città, ma, ironicamente, come massa fangosa da interrare definitivamente per uso agricolo o industriale, da scavalcare con ponti e strade come se esse non fossero già un mezzo di comunicazione” (M. Costantni Venezia, Enciclopedia del Novecento, ad vocem). 7 8 VENEZIA MITO E REALTA’ Venezia era riuscita a diventare una città ricca , bella e potente grazie alla presenza di due fattori. a) La sua posizione geografica che l’aveva trasformata, come scrisse Edward McNeill, nel “cardine dell’Europa”(E. McMeill Venezia cardine d’Europa, Il Veltro). b) La presenza di una classe dirigente, rampolla di un numero ristretto di famiglie che l’avevano governata per secoli (J. Cusham Davis Venetian Patriciate as Ruling Class”, Columbia Unversity Press). Jean Bodin, uno dei massimi pensatori politici del suo tempo, sosteneva che a Venezia il potere era nelle mani di qualche decina di famiglie; in ogni caso, era controllato da meno di mille 9 persone. Lo spostamento nel XVII secolo del centro dell’économiemonde da Venezia ad Amsterdam, la crisi dell’impero turco, la comparsa nel Mediterraneo di nuovi concorrenti (gli inglesi e i francesi che avevano alle loro spalle dei potenti stati nazionali (F. Braudel La dinamica del capitalismo, Il mulino); il rifiuto di Venezia a rinunciare al proprio ruolo di Dominante al fine di costruire uno stato nazionale unificando: Dominante, Dogado, Stato da Terra, Stato da Mar (G. Cozzi, M. Knapton, G. Scarabello Venezia nell’età moderna, UTET); la opposizione della oligarchia dominante a introdurre le riforme che avrebbero potuto aiutare Venezia a tenere il passo con i concorrenti (R. Cessi Storia della Repubblica di Venezia, Martello) causarono il lento ma inesorabile declino della città. Per secoli, da tutta Europa s’era guardato a Venezia come ad un modello di governance. Fra gli ammiratori di Veneziia c’erano gli Olandesi, gli Inglesi, i seguaci di Savonarola (F. Gilbert, Venetian Constitution in Florentine Political Thought, in Florentne Studies, 1968) In realtà, si trattava di un mito coltivato ad arte dalla classe dirigente veneziana (M. Gilmore Myth and Reality in Venetian Political Thought, in Renaissance Venice, J Hale ed, Cambridge, Uk). La realtà della vita politica veneziana era ben diversa. Essa si fondava, infatti, come la vita politica attuale, sull’imbroglio e sui giochi di potere (R. Finlay La vita politica a Venezia nel Cinquecento, Jaca Book). 10 Il grande storico dell’arte Jacob Burkhardt contribuì in modo determinante a diffondere il mito di Venezia, città ordinata, ricca, ben governata (J. Burkhardt La civiltà italiana del Rinascimento, Sansoni). Anche Burkhardt era rimasto ammaliato dal De Magistratibus di Gasparo Contarini il quale consideravaVenezia come un modello di “governo misto”, dove il Maggior Consiglio rappresentava l’elemento democratico, il Senato rappresentava l’elemento oligarchico, il doge rappresentava l’elemento monarchico. (AaVv. Gasparo Contarini e il suo tempo, Studium) In realtà, il Maggior consiglio aveva perso il suo carattere di istanza democratica con la cd. Serrata del Maggior consiglio avvenuta alla fine del XIII secolo (G. Maranini La costituzione di Venezia, La Nuova Italia). Fredrick Lane, in un saggio dedicato alla Serrata, sostenne che non di Serrata dovevasi parlare ma di ampliamento (F. Lane L’ampliamento del Maggior consiglio, in Ricerche venete, n.1 dic. 1989, Canal Editore). Lane aveva ragione. Ci fu un ampliamento, esso, però, come scrisse Giorgio Cracco, rappresentò “la fine di un mondo” e “apriva un solco fra eletti e esclusi” (G. Cracco Venezia nel Medioevo, UTET) . Inoltre, non dobbiamo dimenticato che il potere vero, quello che Carl Schmitt definiva come “il potere di dichiarare lo stato di emergenza”, si sarebbe ben presto concentrato nelle mani del Consiglio dei Dieci (G. Cozzi Repubblica di Venezia e stati italiani, Einaudi) e nel suo spin off: i tre Inquisitori di stato Questa struttura politica oligarchica, rese la repubblica di Venezia solida dal punto di vista politico, al punto che essa fu in grado di resistere per settant’anni a Candia, assediata dai Turchi. Questa solidità politica, però, penalizzò la sua 11 capacità di rinnovarsi. A Venezia si stampavano i libri degli illuministi francesi e italiani, ma le loro idee erano destinatea rimanere sulla carta. Caduta la repubblica, Venezia conobbe un lungo periodo di decadenza economica e di dipendenza politica. (A. Zorzi Venezia austriaca”, Laterza; G. Romanelli Venezia ottocento, Albrizzi). Nel 1811, in una lettera a Bonaparte, citata da Gino Luzzatto. Laurisson scriveva che l’aspetto di Venezia era più desolante che mai. Le fortune delle famiglie nobili si disfacevano a vista d’occhio e diminuivano quelle dei negozianti. Poi, aggiungeva che più di 100 navi mercantili erano state distrutte per mancanza di mezzi e un gran numero di palazzi erano disabitati. Dal 1813 al 1818 la popolazione di Venezia diminuì di 12.000 unità. Nel 1827 il numero dei telai attivi a Venezia nella industria della lana s’era ridotto a 14 e quelli nell’industria della seta non erano più di 80. (G. Luzzatto L’economia veneziana dal 1797 al 1866, in La civiltà veneziana dell’epoca romantica”, Sansoni, A. Zorzi Venezia austriaca, Laterza. G. Romanelli Venezia Ottocento, Albrizzi). Nel 1847, secondo i dati riportati in Venezire e le sue lagune, a Venezia esistevano numerose attività industiali e commerciali. Il problema era rappresentato dal fatto che si trattava di imprese piccole, inefficienti, scarsamente capitalizzate, che facevano largo uso di donne e fanciulli. Questa situazione non sarebbe cambiata nei decenni successivi. (A. Errera Storia e statistica delle industrie venete, Venezia 1870: Id Venezia economica, Venezia, 1871. 12 E. Morpurgo Saggi statistici ed economici, Padova 1868. A. Errerra Atlante industriale di Veneza, Venezia1870) Venezia non fu mai una ”città industriale” nel senso di Detroit o di Torino. Il motivo era semplice: non aveva la possibilità materiale di diventarlo. Le calli e i campielli di Venezia mal si addicevano alle rigidità e alle dimensioni delle fabbriche moderne incentrate sulla produzione a catena. (Autori vari Venezia città industriale, Marsilio) Poche le eccezioni: Arsenale, Manifattura tabacchi, Società veneta, Neville specializzata in ponti in ferro, Cotonificio veneziano, Fbbfica fiammiferi Baschiera, Jesurum, Salviati, Juhngans, Schwafzkopf, Layet. Era perciò inevitabile, considerata la presenza di uno dei maggiori patrimoni artistici del mondo, che Venezia diventasse una città turistica: tra il 1951 e il 1961 le imprese manifatturiere passavano dalle 2074 alle 1644, mentre gli addetti passavano dai 18685 ai 14158; le imprese commerciali passavano dalle 3854 unità del 1951 alle 4471 unità del 1961(M. Ferrari Aggradi Relazione al Convegno sul problema di Venezia, 1962) Nel 1966, secondo i dati di Osservatorio economico, il mercato del lavoro veneziano offriva dai 62-64000 posti di lavoro così ripartiti: Settori Addetti Agricoltura 400 Vetro, costruzioni, legno, arred 10000 13 Tessile, abb, metalli, mecc, alim 6300 Comm e turismo 14900 Porto e att colllegate 6200 Trasp pubb 1700 Professioni 3400 Pubb amm, credto, ass, acqua, gas, elettricità 21000 14 PER UNA PIU’ GRANDE VENEZIA L’annessione al Regno d’Italia accese le speranze, fiorirono i progetti (G. Romanelli Venezia Ottocento, Albrizzi; M. Rebershak L’economia” in E. Franzina, a cura di, Venezia). L’ing. G. A. Romano fra le opere principalmente necessarie a far prosperare Venezia inseriva, lo svilupo della cantieristica,la rettifiazione de canli lagunari, la apertura di una moderna stazione marittima, una compania di navigazione sulla rotta di Suez, l riapertura del porto di Lido (G. A. Romano Fra le opere principalmente necessarie, Venezia 1866). L’ing Foratti prevedeva, fra le altre iniziative, l costruzione di due fondamente lungo il Canal grande, i magazzini generali, l’apertura di uno stabilimento bagni…(A. Foratti Sul progetto di un grande ponte sul Canal grande, Venezia 15 1866). Il più importante dei progetti presentati riguardava la creazione a Santa Marta di una nuova “stazione marittima”. (G. Luzzatto Storia del porto di Venezia dal’Alto medioevo alla Guerra del 1915-18, in id. Studi di economia veneziana, Stamperia del seminario; P. Lanzoni Il porto di Venezia, 1895; L. Candida Il porto di Venezia, 1950). Si aprì il il dibattito. Gli esperti veneziani avrebbero visto di buon occhio la Giudecca come sede della Marittima. La scelta cadde invece su Santa Marta a causa della sua vicinanza alla stazione ferroviaria che favoriva il superamento del probema delle “rotture di carico”(G. Romanelli Venezia Ottocento, Albrizzi) I lavori cominciarono nel 1869. Nel 1880 entrò in fnzione la banchina Palazzo. Con l’entrata in funzione 1880 della Marittima, il traffico portuale aumentò, dapprima a ritmo lento, poi in modo empre più rapido: Anno Traffico in milioni di ton 1883 900000 1886 1000000 1892 1200000 1904 2000000 Ciò pose ben presto ll problema del suo allargamento. Dove? Ci fu chi propose la Giudecca. E ci fu chi, come il capitano di porto Luciano Petit, che propose di portarlo in 16 Terraferma. La reazione fu negativa. La posizione comune era quella che sosteneva che Venezia era nella laguna e il suo porto doveva essere dov’era Venezia. (C. Chinello Porto Marghera 1902-1917, Marsilio). Il dibattito si sbloccò il 14 giugno1904, quando il conte Piero Foscari pubblicò sulla Gazzetta di Venezia un articolo che doveva fare la storia di Venezia e dell’Italia. Nell’articolo, il conte Foscari faceva sua la proposta di Petit di allargare la Marittma ai Bottenighi. La sua visione del problema era che l’allargamento della Marittima ai Bottenighi avrebbe comportato un beneficio sia per Venezia che avrebbe visto fiorire la sua attività portuale, sia per la laguna attraverso la bonifica di aree paludose e quindi malsane che avevano sempre rappresentato un pericolo per Venezia. Il conte Piero Foscari aveva operato come una classica testa di turco. Occorreva sfondare un muro rappresentato da una serie di pregiudizi e di interessi, e il conte Foscari aveva adempiuto alla sua missione la quale aveva preparato il terreno per la discesa in campo di Giuseppe Volpi, uomo dalle mille amicizie e dalle mille risorse. Giuseppe Volpi, conte di Misurata aveva una sua filosofia che può essere così sintetizzata. Venezia sta morendo. Dobbamo evitare che questo succeda. Lo possiamo fare creando in terraferma, una seconda Venezia che sappia stare al passo con i tempi e sia in grado di provvedere la Venezia antica delle risorse necessarie alla sua sopravvivenza. Il progetto di Volpi richiese molti anni per convincere i veneziani che contavano di aderirvi. Lo stesso conte Piero Foscari, del 17 partito nazionalista, che ne divenne l’ideologo, aveva sostenuto per anni il progetto della Lega Navale che auspicava l’ampliamento della Stazione maritima alla Giudecca. (C. Chinello Porto Marghera. 1902-1917, Marsilio) L’anno chiave fu il 1917. Fu in quell’anno, infatti, con l’Italia in guerra e gli austro-ungarici sul Piave che: – il 10 maggio il Consiglio Superiore Lavori Pubblici approva il piano per la costruzione del nuovo porto di Venezia ai Bottenighi; – il 13 maggio viene firmata la convenzione tra Stato, Comune di Venezia e Società del porto inustriale di Marghera – 26 luglio viene firmato il decreto luogotenenziale. (G. Pancino Il porto industriale di Marghera, in Mostra storica della Laguna veneta) La costruzione del porto industriale di Marghera iniziò nel 1919. Essa comportò una profonda manomissione della laguna con la costruzione delle casse di colmata della zona industriale e lo scavo di nuovi canali che alterarono profondamente il regime idraulico lagunare, già compromesso dai precedenti interventi fra i quali merita ricordare: la sitemazione del porto di Malamocco, la riapertura del porto di Lido, lo scavo di canali per la grande navigazione congiungenti Malamocco con San Marco – la Giudecca – la Stazione marittima (F. Marzolo Principali lavori eseguiti in Laguna nel secolo XIX, in Mostra storica ella Laguna veneta, Archivio di stato, 1970 P. Rosa Salva, a cura di, La laguna tra fiumi e mare, Filippi) Il Regio decreto del 30 settembre 1926 aggiungeva una 18 nuova zona industriale di 1000 ha, Nel 1928, le impree presenti erano 81, gli operai che lavoravano a Marghera erano 7.000. Alla fine degli anni 60 la realtà di Porto Marghera era la seguente: – I zona industriale ha 1.430 – superficie acquosa ha 343 – canali di penetrazione kmq 12.300 – banchine industriali kmq 31.800 – rete stradale generale km 40.000 – rete ferroviaria, compresi i raccordi interni km 135.000 – investimenti pubblici L 50 miliardi – investimenti privati L 1.200 miliardi Si arrivò così al 4 novembre 1966 quando la città fu sul punto d’essere spazzata via dai marosi che si abbatterono sulla sottile striscia di terra che separava Venezia dal mare ‘Adriatico. In particolare, vennero colpiti Malamocco, Pellestrina, San pietro in Volta (G. Obici, C. De Michelis Venezia fino a quando?, Marsilio) Il 4 novembre aveva portato alla luce tutte le magagne di Venezia. Su di esse, infierì impietosamente il Rapporto Unesco su Venezia. Dal suddetto rapporto emergeva una circostanza che avrebbe dovuto far riflettere la classe dirigente veneziana: non esisteva “un” problema di Venezia, ma esisteva un insieme di problemi che erano collegati l’uno con l’altro. Tuttavia, c’era un problema che fungeva da “pesce pilota”. Si trattava del problema di Marghera. (UNESCO Rapporto su Venezia, Mondadori Est). Il 4 novembre 1966 aveva messo in luce l’incompatibilità di Marghera con la laguna in generale e con Venezia in particolare. (G. Obici op cit.). 19 Già nel 1956 al convegno dell’IVLSA sulla Terraferma veneziana, era emeso il problema dell’inquinamento dell’aria e delle acque della laguna. Tale problema si ripresentò al convegno del 1960 sulla salvaguardia di Venezia e la difesa della sua laguna. LA QUESTIONE LAGUNARE “Una laguna, scrisse nel 1715 Bernardo Trevisan, è uno specchio costiero d’acqua salmastra separata dal mare da lidi sabbiosi, ma comunicante con esso attraverso bocche sì che le maree assicurino un ricambio delle acqua lagunari”. L’ambiente lagunare è un tipo di paesaggio tra i più effimeri nel tempo geologico. ma, come aveva spiegato Bernardo Trevisan, dalla opposizione di due elementi: i processi continentali e i processi marini, che con diversa intensità e in modo diacronico creano questo tipo di ambiente. Gli elementi continentali sono rappresentati dai fiumi, particolarmente numerosi nel nordest d’Italia; con il loro fluire dai monti al mare, trasportano un gran quantità di sedimenti che man mano che si avvicinano al bacino marino diminuiscono di granulometria passando dalle ghiaie (tipiche dell’alta pianura) alle sabbie, ai limi e alleargille. Gli elementi marini, sono individuati dalle correnti del mare; queste vengono generate dai venti preponderanti che nell’alto Adriatico sono di due tipi, la bora da nord/est e lo scirocco da sud/ovest. L’interazione 20 di questi elementi predispone alla formazione di ambienti lagunari. La laguna di Venezia si estende su una superficie di circa 530 kmq tra il corso terminale del Brenta (foce di Brondolo) e tratto finale del Sile. La lunghezza della laguna di Venezia è di circa 55 km e la larghezza di circa 13km. La laguna di Venezia è un ambiente complesso, per sua natura instabile, soggetto continuamente a erosioni, a smottamenti, a interrimenti”, a inondazioni marine, in alte parole, esso è un ambiente soggetto a continue mutazioni morfologiche. Esso vien tenuto in vita dal ricambio d’acqua generato dalle maree che apportano acqua fresca, ricca di ossigeno e vi asportano i “rifiuti” prodotti dai processi naturali. La vita in laguna è il prodotto della interazione di differenti processi biologici scanditi, ricordava Alessandro Marcello, dal ritmo delle maree. Per tradizione, i veneziani distinguevano fra “laguna morta”, paludosa e malarica e “laguna viva” dove le acqua erano i continuo movimento. Oggi, tale distinzione non ha più senso. Gli interventi effettuati all’uomo in laguna nl corso degli ul timi due secolo l’hannoresa obsoleta. Le barene sono la struttura geomorfologia più diffusa nella Laguna, della cui superficie coprono attualmente l’8%, rispetto al 25% dell’inizio del secolo Secondo il Boerio (1856) il loro nome deriva da “baro”, nome volgare per indicare un fitto manto di cespugli oppure un terreno paludoso incolto. L’aspetto è quello, ha scritto G. Rallo, di un’isola piatta e bassa, con substrato formato da sedimenti limoso – argillosi. Sono costantemente emerse tranne nei periodi di alta marea, e sono proprio queste condizioni estreme che determinano i fattori limitanti per le 21 associazioni vegetali che le popolano che si sono influenzate dalla salinità, dalla disponibilità d’acqua, dall’illuminazione. La barena presenta all’interno altre strutture caratteristiche: i ghebi, le velme, i chiari, le paciare. I ghebi sono piccoli canali interni alla barena, che mettono in collegamento i canali esterni con i chiari e le depressioni interne. Le velme sono fondali poco prfondi che emergono ( AaVv La laguna di Venezia, Cierre) I chiari e le paciare sono delle depressioni del terreno dove l’acqua salmastra accumulatasi durante il fenomeno dell’alta marea si mescola con l’acqua meteorica, formando dei piccoli laghi. Questi ambienti sono in continua evoluzione, e sono il risultato dell’equilibrio dinamico tra sedimenti, correnti e vegetazione. Le barene rivestono un ruolo fondamentale nella lotta contro l’eustatismo: i vegetali che su di essa vivono sono in grado di catturare sedimenti e detriti elevando in tal modo la quota del suolo. Ci sono diversi tipi di barene, che si distinguono sia per i processi che ne hanno determinato la formazione sia per il percorso evolutivo che seguono. Ogni tipologia di barena è caratterizzata da una stratificazione dei sedimenti e da una zonizzazione della vegetazione particolare. Alcune barene sono quello che rimane della parte emergente della pianura costiera, e sono talmente permeate di acqua salmastra da poter ospitare solamente le piante adattate a tale inospitale ambiente, comprese nella vegetazione alofila. Le barene di questo tipo si trovano nel bordo lagunare verso la terraferma, come per esempio nella fascia che va da Campalto alla zona di Dese. Queste barene manifestano la loro origine tramite la presenza di indicatori di ambiente continentale, sia sulla superficie che a pochi centimetri diprofondità. 22 Inizialmente tali barene erano direttamente influenzate dalla terraferma, e questo comportava anche un continuo apporto di sedimenti e materiale vegetale. L’interruzione di questo rapporto, con la conterminazione lagunare, ha causato la mancanza di apporto di sedimenti che ha innescato un processo di demolizione. Le barene che invece si trovano nelle aree interne della Laguna hanno avuto una storia più complessa: inizialmente erano occupate da acque salate, poi, a causa del sopravvento degli apporti dei fiumi che sfociavano in Laguna, hanno cominciato ad ospitare paludi di acqua dolce e torbiere, e infine, dopo la deviazione dei corsi d’acqua verso il mare Nella Laguna di Venezia inoltre sono presenti paleobarene la cui emersione in tempi passati è testimoniata dalla presenza di tracce di ossidazione e di resti vegetali in crescita: il loro affioramento non è stato causato da una deposizione di sedimenti, ma daun abbassamento del livello del mare. La vegetazione delle barene è stabile, caratterizzata da tre associazioni di piante perenni (Spartineto, Limonieto, Puccinellieto) che riescono a sfruttare al meglio le risorse dell’ambiente e non tendono a trasformarsi in altre associazioni più complesse. La mancata evoluzione verso un climax è dovuta alla eccessiva salinità, che blocca la serie natura le della vegetazione Indipendentemente dalla loro origine, all’interno delle barene si possono identificare tre fasce che corrispondono ad altrettanti livelli di elevazione: – Barena bassa: è un leggero declivio che mette in collegamento la velma adiacente alla barena vera e propria. Ospita lo Spartinetum strictae, un’associazione vegetale costituita essenzialmente dallaspartina delle barene 23 (Spartina maritima), e in misura minore da salicornia fruticosa (Sarcocornia fruticosa), salicornia erbacea (Salicornia europea), limonio comune (Limonium narbonense), gramignone marittimo (Puccinellia palustris). Spartina delle barene (Spartina maritima) Questa fascia è caratterizzata da salinità abbastanza elevata (25 – 35 ‰), da un terreno incoerente, ricco di sostanza organica e imbevuto d’acqua. L’associazione è un tipo di vegetazione stabile, infatti sia il limonio che la spartina delle barene sono piante perenni, perciò esercitano in modo efficace e continuato la loro azione consolidatrice. La salicornia è considerata pioniera, in quanto è la prima a colonizzare le velme, ed è proprio questa pianta che inizia a consolidare i sedimenti sui quali poi andrà ad insediarsi la spartina, che è la vera stabilizzatrice delle barene. – Barena media: l’associazione caratteristica è il Limonietum venetum. Secondo gli studi di Pignatti (1966) circa il 90% della superficie delle barene è ricoperta da questa associazione vegetale. E’ formata da Limonio comune, Salicornia fruticosa, Gramignone marittimo (Puccinellia palustris), Sueda marittima (Suaeda marittima), Astro marino (Aster tripolium), Giunco marittimo (Juncus maritimus). Questa biodiversità è molto importante per la difesa delle barene, in quanto le differenti specie sono in grado di utilizzare in modo diverso le risorse dell’ambiente, assicurando una presenza vegetale consolidante con qualsiasi condizione. Il Limonietum si sviluppa principalmente su suolo argilloso, molto umido o addirittura fradicio, poco areato, ad elevata salinità, periodicamente sommerso durante le alte maree. – Barena alta: è dominata dal Puccinellieto, un’associazione caratterizzata dalla presenza della Puccinellia, una pianta perenne e cespugliosa che una volta veniva sfalciata per 24 essere utilizzata come foraggio per gli animali domestici. Questa parte della barena viene inondata solamente durante l’alta marea. La concentrazione salina in questa zona della barena è più alta rispetto a quella che si ritrova nella barena bassa, nonostante quest’ultima sia periodicamente sommersa. Tale fatto può essere dovuto a due diverse cause: l’acqua salsa arriva sopra la barena durante l’alta marea, vi si accumula ed evapora, concentrandosi; – l’acqua salsa risale dalla falda freatica attraverso i pori del terreno e raggiunge la superficie evaporando progressivamente durante la risalita, arrivando così in superficie con una salinità maggiore rispetto all’acqua di mare. Più il tragitto di risalita è lungo, maggiore è l’evaporazione e quindi la concentrazione salina. Tale ipotesi è la più probabile. (S. Pignatti La vegetazione alofila della laguna veneta; in Mostra sorica della laguna veneta; G. Morandini Aspetti geografici e morfologici della laguna di Venezia, in Atti del convegno Per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna, Istituto veneto di lettere scienze e arti, 1960; A. Salvadori L’ambiente lagnare in G. Perocco A. Salvadori Civiltà di Venezia, La stamperia editrice G. G. Zille L’ambiente lagunare in Storia di Venezia, Centro internazionale delle arti e del costume, Venezia, 1958; A. Marcello Sintesi di paleo-ecologia lagunare, in Atti del convegno per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna, IVLSA, 196’0; M. Bondesan Aspetti geologici della formazione della laguna veneta, in Mostra storica cit. Archivio di stato 1969) 25 I TRE NEMICI “Dire se poteria”, scriveva Cristoforo Sabbadino quando Venezia era ancora al culmine della sua gloria, “e con verità che li fiumi, il mare e gli homeni s’hanno congiurato insieme per la ruina di questa laguna e di queste mura. E benchè li fiumi da se stessi non la potessero ruinar, non però faranno tanto presto, nòsi comodamente, se non fossero agiutati e da il mare e dagli homeni. Il mare da séolo mai causaria questa ruina se ei non fosse agiutato e dagli homeni e dagli fiumi. E gli homeni non meno fariano, se non si accompagnassero e con il mare e on gli fiumi”. Per tutta la sua lunga esistenza, Venezia dovette combattere questi tre nemici: contro i fiumi, deviandoli dalla laguna e mandadoli a sversare altrove. Contro il mare tentando vanamente di contrastare l’erosione dei litorali utilizzando canestri di vimini riempiti di pietre, fino alla costruzione dei Murazzi quando la repubblica era al tramonto, vero capolavoro dell’ingegneria del tempo. 26 Contro gli uomini, i quali o per la loro bramosia del denaro, o per la loro stupidità, o per una combinazione delle due cause, hanno spesso rischiato di mettere a repentaglio la sopravvivenza di Venezia recando grave danno alla sua laguna. Al tempo del Sabbadino il problema principale che Venezia si trovava ad affrontare era quello dell’interrimento della laguna. Oggi la minaccia proviene principalmente dal mare. Gli idraulici del Quattro e Cinquecento, scrisse Roberto Cessi, si trovarono di fronte a uno stato di fatto, cui i loro predecessori non avevano potuto porre preventivo riparo, in quanto le condizioni politiche non consentivano di operare direttamente sopra il sistema idrografico del retroterra. Così i Veneziani, ad arginare gli effetti dell’acqua del Brenta, ripristina nei vecchi letti, dovendo limitare la loro azione sulle foci, invano si erano industriati con opportune diversioni ai margini continentali di allontanare dall’ambito della città di Venezia i depositi fluviali brentani, che minacciavano circuirla : e la diversione marginale di tutti i corsi d’acqua del settore ilariano dal Bottenigo in giù ebbe risultato negativo, per l’impossibilità di governare le conseguenze fluviali di un lungo corso operando alle foci.In tale situazione maturò 1′ unica soluzione possibile, che affrettati critici moderni col senno del poi hanno condannato di grossolano errore, quella cioè di erigere una: barriera di separazione tra acque dolci e acque salse al margine di terraferma, iniziato con la costruzione dell’argine a mare tra Fusina e S. Marco Boccalama, poi esteso a settentrione fino a comprendere il Bottenigo, poi ancora fin quasi al Sile, e infine verso sud fino all’estuario chioggiotto. Inadeguata scelta del terreno, difetti di 27 costruzione, insufficiente preventiva valutazione delle conseguenze resero precaria e non corrispondente in tutto alle previsioni negli effetti l’opera sia per la soverchia rigidità della preclusione, sia per la mancata coerente difesa del territorio ducale a monte, che, per quanto di breve estensione, fu abbandonato dannosamente all’invasione delle acque. Si che sotto la pressione delle correnti frequentemente si verificarono notevoli fratture nell’argine di protezione e disordinate tracimazioni verso la laguna, e non meno frequenti le necessità di aprire sbocchi allo scopo di alleggerire l’esondazione verso la terraferma e di alimentare le correnti dei canali lagunari, che risentivano le conseguenze della troppo rigida preclusione del deflusso fluviale.” Oggi, abbiamo già detto, la minaccia viene dal mare. Molte discussioni sono scoppiate sia attornno alle cause di questo problema sia attorno alle misure da prenere a difesa di Venezia e della sua laguna. Ora, la prima cosa da dire è che da molto tempo, la laguna non è più una laguna ma è praticamente diventata un bracio di mare nel quale i livelli di marea sono sempre più simili a quelli raggiunti in mare. Una soluzione radicale di questo problema avrebbe richiesto una trasformazione radicale della laguna e della Terraferma. Una laguna è infatti un tipo ambiente di transizione, fragile e delicato. Non può resistere al passaggio di petroliere e grandi navi. Chi afferma il contrario non sa quello che dice, oppure, lo sa ma è pagato per non dirlo. Gli inteventi effettuati alla bocche di porto fra ottocento e novecento, hanno aumentato l’attività delle stesse bocche di porto in 28 termini di volumi d’acqua scambiati attraverso di esse tra mare e laguna. Il prof. D’Alpaos s’è dato molto d’affare in questi ultimi anni per salvare capre e cavoli, ma qualunque sia la nostra opinione in materia di cause delle acque alte eccezionali, resta il fatto che i lavori effettuati in laguna e in particolare alle bocche di porto hanno aumentato sia la portata delle bocche che la velocità dell’acqua entrante. Tale velocità aumenta nellle giornate di vento e ciò mette a repentaglio la sopravvivenza di Venezia. VENEZIA TRA SCIENZA, IDEOLOGIA La civiltà di Venezia fu una civiltà dell’acqua. Secondo un vecchio modo di dire attribuito a Marin Sanudo, autore dei famosi Diarii: “Venexia xe in aqua ma no ga aqua”. L’acqua era portata dalla Terraferma mediante barche che nel carico di andata portavano immondizie. Arrivata a Venezia l’acqua veniva immessa in grandi cisterne scavate in mezzo a campi e campielli. Esiste in Querini un bellissmo libro dell’ing. Bianchi nel quale sono disegnati gli interni di tutti i pozzi di Venezia. 29 Essi erano impermeabilizzati con argilla, poi il fondo era coperto da strati di sassi posti in ordine crescente di grossezza in mofo da “depurare” l’acqua facendo depositare sul fondo lo sporco più grosso. Terraferma viene resa in inglese e in americano con “dry land”, terra asciutta. Le barene sono invece “wet lands”, terre bagnate. La polemica tra Sabbadino e Cornaro, tra il proto alle Acque chiozzotto e il landlord padovano, riguardava l’opportunità di trasfornae le “wet lands” in “dry lands”. Il Chiozzotto era contrario a questa trasformazione perchè essa avrebbe ridotto la superficie lagunare e quindi, data la dimensione delle foci lagunari, avrebbe ridotto la velocità dell’aqua in uscita dalla laguna. Per Sabbadino, la velocità dell’acqua alle foci dipendeva, fra le altre cose, dalla profondità della foce. Era per questo che voleva una grande laguna. (R. Cessi L’evoluzione storica del problema 30 lagunare in Convegno sulla difesa della città di Venezia e la salvaguardia della sua laguna, Atti IVLSA , 1960). Per il Sabbadino valeva la formula: V =Q/ Af da cui si ricava Q= AV Nello stesso tempo sappiamo (UNESCO Rapporto su Venezia, Mondadori) che V dipende dalla relazione fra superficie lagunare e l’area della sezione della foce lagunare. V =Al / Af Dalle equazioni di cui sopra risulta che una riduzione della superficie della laguna comporta una riduzione di V che produce una riduzione di Q che provoca una riduzione del livello di acqua alta in città: che il contrario di quello che hanno sempre sostenuto gli ambientalisti. (P. Rosa Salva, a cura di, La laguna tra fiumi e mare, Filippi). E’ stato osservato, a suo tempo, dal prof. Ghetti che la laguna è troppo piccola per “comandare” le bocche di porto e che quindi la matematica non può essere usata 31 In realtà i lavori effettuati tra Otto-Novecento alle foci lagunari, aumentando l’area della sezione delle foci, hanno aumentato anche V, per cui è aumentato Q, mentre la superficie lagunare è diminuita: questi son fatti. Ciò è tanto più vero quando fa marubio. Si alza il vento di bora e l’acqua dell’Adriatico entra a cascata in laguna. L’alta marea è un movimento verticale della superficie del mare. Esso diventa orizzontale perché l’acqua del mare Adriatico deve entrare in laguna. I moli guardiani consentono all’onda di marea si prendere velocità. Se non ci fosse il Lido non avremo più il problema dell’acqua alta, ma non avremmo nemmeno Venezia che sarbe già stata 32 Livello superficie lagunare Mare A driatico m sommersa. Ora, mi rendo conto che questa è pura e semplice matematica e che non si viene eletto sindaco dimostrando di conoscere il calcolo differenziale, ma la logica è la logica. Va da sè, che nei giorni di marubio, quando tira il vento e la superficie dell’Adriatico conosce dei movimenti anomali, è inutile appellarsi alla matematica. Non dimentichiamo, però, che la Natura è aiutata dagli uomini Inoltre, credo meriti ricordare che gli idraulici che costruirono i due moli guardiani di Lido, usarono la funzione: V = f ( A,Q ,P , La , Lu) dove: V è la velocità Q èla portata Af e Al sono le aree della laguna e della sezione della foce, la è la lrghezza dei moli, lu la loro lunghezza. In altre parole, essi lavoraroo con la formula base dell’idfraulica V = Q/A Il problema di Malamocco venne risolto nell’Ottocento da Paleocapa “de’ mordeni idraulici principe”, come è scritto sul suo monumento ai giardini Papadopoli. L’ing. Paleocapa ha raccontato quell’esperienza in modo 33 dettagliato (P. Paleoapa Dello stato antico e recente del lagune e dei lidi veneti, Antonelli, Venezia, 1867). Dalla lettura della relazione scritta da Paleocapa in quanto presidente della Regia Comissione Porti, si evince che il suo principio guida era che V =Q/ A Tale principio venne seguito dagli ingeneri Tommaso Mati e Adlo ContIn nella elaborazione del progetto relativo alla apertura del porto di Lido (P. Lanzoni Il porto di Lido, 1895. E.Cucchini Il porto di Lido, Venezia, 1910; A. Contento Il porto di Lido, 1911; L. Candida Il porto di Lido, 1950). A dire: più la foce si approfondiva, più la velocità dell’aumentava, più l’acqua scavava. L’esperimento riuscì e dimostrò che V dipende dalla profondità della foce. Un aumento di V significa un aumento di Q, la portata, che misura il volume d’acqua che passa per una sezione dì una condotta in una certa unità di tempo: X milioni di litri/ora. Analogamente, va ricordato che la quantità d’acqua “lavorata” dalle bocche di porto è aumentata grazie costruzione dei due moli guardiani di Lido. Lo stesso prof. Augusto Ghetti ebbe a riconoscere tale fatto. In una lezione-conferenza tenuta nel 1973 al CNR egli affermò che “Certamente la laguna dei tempi passati, cone sezioni delle bocche molto minori delle attuali, doveva risentire, pur con una superficie liquida meno estesa, di una apprezzabile riduzione dei livelli massimi interni, rispetto a quelli marini “( Ghetti I problemi idraulici dellla laguna di Venezia, Cnr, 1973). 34 Ciò che il professor Ghetti voleva dire era che la laguna somigliava sempre più a un braccio di mare. ( A. Ghetti I problemi idraulici della laguna di Venezia in Atti dellì’IVLSA, 1975 A. Ghetti La salvaguardia di Venezia, bozze a stampa, 21 luglio 1981). Ora, il problema è proprio questo. Venezia sorge in mezzo all’acqua. L’aumento della massa d’acqua che entra in laguna e l’aumento della sua velocità a causa dell’approfondimento delle foci lagunari, signfica esporre Venezia al rischio di essere spazzata va da una mareggiata. Stando così le cose, l’unico intervento possibile era quello di isolare la laguna dal mare (A. Ghetti La salvaguardia di Venezia, in Att del IVLSA, 1984). Ciò che ho detto finora può essere così sintetizzato con le parole delll’ing. Rusconi del Magistrato alle acque: “In condizioni meteorologiche normali, il dislivello idrico alle bocche d porto determina il movimento dell’acqua all’interno della laguna e del propagarsi dell’onda di marea nell’ambito di ogni bacino.” La velocità di propagazione o celerità dell’onda di marea, spiegava l’ing Rusconi, può esprimersi con la fomula: c=gy dove g rappresenta l’accelerazione di gravità e y la profondità del canale. La variazione di velocità della corrente V è legata alle variazioni di livello y: Δy=(c/ g) ΔV Quando il prof. Ghetti parlava nei suoi interventi di un 35 aumento dell’officiosità delle bocche di porto voleva dire che si era registrato un aumento del volume d’acqua scambiato tra il mare e la laguna. Importante è che ciò avviene anche in condzioni meteo normali. Il che vuol dire che in condizioni difficili le bocche di porto diventano delle enormi condotte forzate che gettano dentro acqua di mare a non finire. Recentemente, il prof. Ignazio Musu di Ca’ Foscari ha chiamato in causa il vento. il vento c’è sempre stato, quindi non va preso in considerazione. C’era vento anche quando le alte maree ecezionali erano meno frequenti delle attuali. Ovviamente, i proff. D’Alpaos e Musu, possono ribattere che la laguna non è una vasca da laboratorio. Lo so. Quello che mi premeva mettere in luce era che diversamente dal prof. Musu che non crede che l’idraulica sia una scienza e che pensa che le sue leggi non valgano comunque per la laguna di Venezia, io credo sia sbagliato applicare meccanicamente queste leggi. La differenza fra le due posizioni c’è e non è di poco conto. In conclusione, potremmo solo invitare gli interessati a leggere ed a meditare su un vecchio documento di Italia Nostra. In esso, Lidia Fersuoch scrisse: “Venezia perde in altimetria mediamente 1,2 – 1,3 mm/anno. Non è dunque l’abbassamento del suolo la causa prima dell’inasprirsi del fenomeno delle alte maree. Dal 1970, inoltre, il livello del mare Adriatico e del Mediterraneo è stabile (come attesta l’Ufficio maree del Comune di Venezia). E dunque neppure l’eustatismo, cioè l’aumento del livelli marini, è responsabile del recente incremento delle acque alte. 36 Il motivo principale, scriveva la Fersuoch, è invece da ricercarsi nel grave squilibrio geo-idrodinamico della Laguna determinatosi negli ultimi due secoli a causa di interventi antropici. Ai primi dell’Ottocento la profondità delle tre bocche di porto si attestava tra i -3,5 e i -4,5 m. La costruzione dei moli foranei, cioè delle grandi dighe che dai lidi si protendono in mare, aumentò la profondità delle bocche di porto, necessarie alla navigazione e di conseguenza l’officiosità (cioè lo scambio mare/Laguna). Alla fine dell’Ottocento la profondità raggiungeva i -7 m al Lido e i -10 m a Malamocco. Nel secolo scorso l’industria portuale in rapida ascesa e l’espansione delle attività industriali necessitavano di fondali ancora più profondi; Si diede avvio dunque a campagne di scavo che portarono la bocca di Malamocco a -14,5 m e si tracciarono i canali Vittorio Emanuele (-10 m) e Malamocco-Marghera o dei petroli (- 14,5 m) che attraversano la Laguna come una profonda ferita. La gran massa d’acqua che entra ora in Laguna da questi varchi così profondi, com’era prevedibile, ha innescato fenomeni di auto-erosione: nel 1997 la bocca di Malamocco si era portata a -17 m. Sempre a Malamocco, dentro la bocca, si trova ora il punto più profondo dell’Adriatico, -57m! E’ intuitivamente evidente la qualità del dissesto da questa gran massa d’acqua che entra in un bacino ristretto. La maggiore ufficiosità delle bocche (cioè l’aumentato scambio mare/Laguna) è anche in gran parte responsabile dell’incremento delle acque alte. Semplificando al massimo i risultati degli studi di Pirazzoli (CNR Francia) e di D’Alpaos (ordinario di idraulica all’Università di Padova) si può dire che prima della costruzione delle dighe foranee l’onda di marea proveniente dal mare subiva 37 un’attenuazione della sua ampiezza nel superare le bocche di porto, poco profonde, ora invece, non trovando ostacoli ma anzi fondali profondi, penetra più facilmente in Laguna. Secondo Pirazzoli le maggiori crescite dei picchi di marea si verificarono negli anni ’30, ’50 e ’60 del secolo scorso, quando si scavarono maggiormente le bocche di porto, mentre un’attenuazione del fenomeno delle alte maree si ebbe durante i due periodi bellici, epoca di sospensione degli scavi e di conseguente parziale insabbiamento dei canali. L’eccessiva profondità dei varchi portuali e la conseguente aumentata idrodinamica sono anche responsabili dell’impoverimento morfologico della Laguna: un tempo i fondali erano vari e articolati, innervati da canali più o meno profondi, da specchi d’acqua (o ‘chiari’), modulati da dossi, velme etc. Con l’aumento della portata delle bocche la gran massa d’acqua che entra ed esce dalla Laguna non trova più ostacoli e trascorre con gran forza e rapidità. Per risalire ed espandersi o per defluire non necessita più di inalvearsi nei piccoli canali ma trascorre liberamente per i fondali (si espande cioè per ‘laminazione’), erodendo e livellando le emergenze e trascinando limi erosi a riempire i canalicoli e i ghebbi. La Laguna sta diventando così un vero braccio di mare, una baia marina, dai fondali profondi, piatti e non articolati. Durante il secolo passato si è piegata la Laguna sfruttandola come un bene inesauribile, una bene a cui attingere senza preoccupazioni per il domani, e senza quella prudenza e rispetto che avevano caratterizzato l’azione degli antichi. 38 Non solo si sono alterati i tre collegamenti mare/Laguna (cioè le tre bocche di porto) dai quali dipende l’idrodinamica della Laguna ma sono state anche interrate grandi superfici lagunari per realizzare aree industriali, insediamenti urbani o agricoli e sacche di discarica. Alcuni privati inoltre hanno chiuso, con alte muraglie di cemento, valli da pesca di proprietà dello Stato. In totale sono state sottratte all’espansione della marea 15.500 ettari di Laguna (di cui 8.500 ettari arginati come valli da pesca) Le leggi speciali prevedono, al fine di ridurre la acque alte, di riaprire alla marea sia le valli da pesca sia le cosiddette ‘casse di colmata’ cioè quelle aree lagunari già bonificate ma mai utilizzate dall’industria. E’ noto a tutti che la Laguna si è formata grazie all’azione di due forze contrastanti: quella dei fiumi, che apportano sedimenti, e quella del mare, che invece modella ed erode. Nei secoli passati la Repubblica ha dovuto contrastare ed imbrigliare la forza prevaricante dei fiumi che tendeva a colmare la Laguna e a ridurla in bassure paludose. Sin dal secolo XIV si avviò un grande progetto di deviazione e di espulsione dal bacino centrale della Laguna dei principali fiumi ivi sfocianti, cancellando definitivamente lo spettro dell’interramento. Oggi dobbiamo fronteggiare il pericolo opposto: a seguito delle modificazioni intervenute alle bocche di porto, e dunque dell’aumentato scambio mare/Laguna, la Laguna rischia di venire inghiottita dal mare. L’espulsione dei fiumi dalla Laguna è una concausa dell’erosione: le barene ad esempio, non più ricaricate e ‘nutrite’ dai sedimenti fluviali rischiano la sparizione. Ciò è più evidente in Laguna sud, dove i processi erosivi sono più rilevanti per la presenza di profondi canali industriali. 39 Com’è noto le barene sono dei veri e propri volani idraulici, delle formazioni capaci di smorzare l’altezza e la forza dell’onda di marea entrante. VENEZIA FORMA URBIS Come scrisse Leonardo Benevolo, i veneziani dovettero prima costruire il terreno, poi, costruire i propri edifici (L. Benevolo La città nella storia europea”, Laterza). L’attuale “forma urbis” veneziana è abbastanza simile a quella rappresentata nella pianta a volo d’uccello di Jacopo 40 de’ Barbari datata 1500. (G. Romanell, G. Bellavitis, Venezia, Laterza). In ogni caso, per dirla con Egle Renata Trincanato, “l’estremo interesse della configurazione urbana veneziana risiede nel fatto che essa si serve di un linguaggio aderente alle esigenze sociali” (E. R. Trincanato Sintesi strtturale, in Urbanistica n. 52, 1968). Nella pianta del de’ BarbarI, che è autentico capolavoro, non sono rappresentate le aree che vennero urbanizzate nei secoli successivi (E. Concina Venezia nell’età moderna, Marsilio. R. Chirivi Eventi urbanistici, in Urbanistica, n. 52). Penso a sant’Elena e a Sacca Fisola (G. Bellavitis, G. Romanelli Venezia, Laterza. Molte discussioni furono suscitate dagli interventi urbanistici dell’Otto-Novecento; in particolare, quelli napoleonici e quelli associati al Piano regolatore e di Risanamento del 1886-91 (G. Romanelli Venezia Ottocento, Albrizzi). Tali interventi furono criticati perché erano stati concepiti in un modo che rendfeva inevitbile l’uso del piccone: sventramenti rettifiche di percoso, allineamenti, in una città di campielli e di callette… Era inevitabile che si accendesse un dibattito fra innovatori e conservatori. (Comune di Venezia Atti del dibatttito in Consiglio comunale sul Prg e sul PR 1886-91, Prefazione del sindaco Riccardo Selvatico, Venezia 1890). Particolarmente attivo, in questo dibattito, fu lo storico e snatore del Regno, Pompeo Molmenti, autore di una 41 famosa Storia di Venezia nella vita privata. Secondo Molmenti, continuando ad usare il piccone, i sostenitori di quel genere di interventi urbanistici avrebbero finito per distruggere Venezia. Il problema posto da Molmenti, al di là dei toni accesi che erano stati usati dall’eminente storico e dalle sue citazioni latine che evocavano lo spettro di Cartagine, era un problema concreto. Si trattava di interventi concepiti male e realizzati ancora peggio. Pensiamo al sottopassaggio del ponte dei Bareteri. Era anche vero, però, che le condizioni di vita della popolazione veneziana erano drammatiche. Come srisse Henry James, “A Venezia, la gente non si vergogna della propria povertà; essa fa parte dello spettacolo che ogni giorno va in scena. L’unico privilegio che i veneziani hanno è di abitare nella città pià bella del mondo. Le loro abitazioni sono cadenti. Le loro tasse sono pesanti. Le loro tasche leggere. Poche le opportunità. Pessime condizioni di vita.” Poi, annotava, “Essi oziano al sole. Si divertono al mare. Indossano quattro stracci… Non è facile dire che sarebbero diversi se fossero meglio alimentati” (trad. C.B.) Nel 1874, dopo una epidemia di colera, il comune fece un’indagine porta a porta sulle condizioni di vita dei veneziani. I dati forniti da questa inchiesta erano molto preoccupanti e dimostravano che la popolazione cittadina viveva in condizioni talvolta inumane. In moltissime abitazioni veneziane non entrava infatti mai il sole, le case erano fredde e umide, senza servizi igienici adeguati. 42 Spesso erano sprovviste anche di gabinetto. (L. Magliaretta La qualità della vita in E. Franzina, Venezia, Laterza). Ciò poneva i publici poteri in una posizione poco invidiabile. Alla fine essi optarono per il piccone, il quale aveva trovato il suo miglore alleato nello speculatore. Gli interventi – per quanto fossero mal concepiti, rivalutavano le zone interessate. Le abitazioni venivano restaurate e affittate con un cospicuo guadagno da parte dei proprietari. Non tutti gli interventi urbanistici dell’Otto-Novecento furono pensati in funzione del miglioramento delle condizioni di vita. Molti di essi furono pensati in funzione della circolazione. Essa diventò un problema dopo l’arrrivo del primo treno a Venezia. Il nuovo mezzo di trasporto imponeva un nuovo collegamento veloce tra santa Lucia e Rialto-san Marco. La direttrice scelta fu quella di Lista di Spagna – Strada Nova. L’idea sarebbe stata buona, se non fosse stato per l’impossibilità di eliminare alcuni colli di bottiglia che vanificavano il progetto, come il ponte dela Madoneta, e il lungo percorso tra campo Santi Apostoli e campo san Bartolomeo, ponte del Lovo… Campo san Bartolomeo venne allargato e venne creata quella oscenità del Sotoportego de la Bissa.Nel 1933 venne inaugurato il ponte autostradale del Littorio, oggi ponte della Libertà. Vennero al mondo due oscenità: Piazzale Roma, una che è il più bell’esempio che esista al mondo di “struttura provvisoria permenente” e Rio Nuovo, creato dall’ing. Miozzi per accelerare i collegamenti con s. Marco. A san Marco, invece, fin dal 1867, era in funzione Bacino 43 Orseolo. Nato da un’idea del primo prefetto italiano, conte Luigi Torelli, bacino Orseolo doveva dare aria ad una delle zone più puzzolenti di Venezia. E’ cambiata l scenografia, è rimasta la puzza. Agli interventi demolitori, si accompagnò la costruzione di case sane economiche popolari. Tale politica, avviata dal sindaco poeta e commediografo Riccardo Selvatico, venne proseguita con il sindaco Grimani, detto “el sindaco de oro”. Malgrado le buone intenzioni, essa non risolse il problema della casa. Le condizioni abitative veneziane rimasero precarie, e molti veneziani si vegognavano delle loro case. Malgrado ciò essi continuarono a “mettersela via” da servi com’erano sempre stati. Thomas S. Eliott scrisse che c’erano due modi per morire. O con uno schianto o con un piagnisteo. A Venezia avevano trovato una terza via: “Ala matina una meseta, a mezogiorno una beseta, ala sera una doneta”. CONCLUSIONE PROVVISORIA “Ogni città non volgare è un’opera d’arte”, scrisse Sergio Bettini. (S. Bettini Venezia nascita di una città, Electa) Le città contemporanee sono brutte perché sono volgari e sono volgari perché le classi dirigenti attuali sono formate da persone volgari che usano il loro denaro per aquistare cose volgari. Importante è che siano alla moda. Gli architetti sono il loro clone. Le città contemporanee sono 44 dotate in genere di brutti edifici, di piazze che sono dei parcheggi automobilistici e di strade intasate dal traffico a tutte le ore La bellezza, scrisse Palladio nei Quattro libri dell’architettura (Palladio Quattro libri dell’architettura, Hoepli), risulta dalla bella forma e dalla corrispondenza del tutto alle parti e delle parti fra di loro. In altre parole, bellezza voleva dire, per Palladio, rispetto delle propozioni, armonia (R. Wittkower Principi architettonici dell’Umanesimo, Einaudi; M. Tafuri L’armonia e i conflitti, Einaudi; L. Puppi, Palladio Opera completa, Electa). 45 46 Palladio, interno del Redentore Palladio, chiesa del Redentore, facciata Pallaio, chiesa di san Giorgio Maggiore 47 48 chiesa di santa Maria della Salute 49 Wittkower studiò l’architettura della chiesa di Santa Maria della Salute a Venezia dal punto di vista matematico (R. Wittkower La chiesa di Santa Maria della Salute, Saggi e memorie di storia dell’arte, Neri Pozza, 1963). Comunque sia, osservando la chiesa di santa Maria della 50 Salute dall’interno è difficile resistere alla tentazione di calcolare mentalmente le proporzioni. Proporzioni vogliono dire musica e la musica si baa sl concettlo di armonia. Attraverso le proporzioni – tale era la tesi sostenuta da Luca Pacioli – l’architetto ristablisce l’armonia dell’universo in quanto “uomo universale” (Wittkower Principi, cit.). Luca Pacioli Luca Pacioli fu un un uomo dai mille interessi. In particolare, si applicò allo studio del problema della razionalità del calcolo economico. In tal senso, egli dette u contributo fondamentale allo sviluppo del capitalismo commerciale. Egli infatti elaborò in modo compiuto il metodo della partita doppia. Simile a quella di Luca Pacioli, era la visione di Francesco Giorgi, il frate autore del “progetto ideologico” della chiesa di san Francesco della Vigna a Venezia (Tafuri L’armonia, cit. id Venezia nel Rinascimento, Einaudi). Al tempo del Palladio, pittori e scultori, architetti lavoravano su commissione. A Venezia, come sottolineò il Logan, esisteva sia un importante mecenatismo pubblico che privato. (O. Logan Cultura e società a Venezia 1470- 51 1790, Il veltro) Ciò era legato, per quello che riguardava il mecenatismo privato, all’esigenza di sfoggiare la propria ricchezza; per quello che riguardava il mecenatismo pubblico, esso era imposto dalla necessità di esaltare il “mito di Venezia” (Logan, op.cit) Come scrisse Manfredo Tafuri, a Venezia era impossibile scindere tra politica e religione. Non solo; ma la aristocrazia veneziana aveva creato una vera e propria “religione della politica” (E. Gentile Le religioni della politica, Laterza). Nel fare questo, Venezia aveva antipato di secoli America A questo proposito, Tafuri ricordava il De bene instituta republica di Domenico Morosini, dove l’autore sottolineava la necessità per Venezia, di autocelebrarsi facendo sfoggio della propria ricchezza.(Tafuri, Venezia nel Rinascimento, cit) Purtroppo, annnotava Wolfgan Wolthers, “la crosta di sporcizia che ricopre tutte le facciate degli antichi palazzi e la drammatica corrosione dellle superfici a causa delle pioggie acide, rendono problematia una corretta valutazione della loro fattura. (W. Wolthers Venezia, l’arte del Rinascimento, Arsenale). La vita dei veneziani era scandita da una lunga lista di feste religiose, di stato e popolari che avevan lo scopo di celebrare il mito di Vrnezia (F. Gaeta dea di Venmezia, n Stria ella cultura veneta, Pozza) Venezia non era soltanto un’opera d’arte, per ritornare alla definizione di Bettini. Venezia era la capitale di un impero. Sorta all’ombra di Bisanzio, Venezia, attraverso una serie 52 di burrasciose vicende politiche, si era resa autonoma da Bisanzio, aveva messo a sacco Costantinopoli traendo profitto dalla Quarta crociata, aveva ridimensionato la potenza di Genova ed era diventata un impero. (A. Carile Per la storia dell’impero latino dìorinte Patron) A quel punto, Venezia enrò nel secondo arco della parabola che caratterizza la storia di tutte tutte le grandi potenze. Il declino fu lento, ma ineluttabile. Il punto di svolta venne individuato da Fanfani nell’arrivo a Venezia della prima nave olandese carica di spezie provenienti dalle Indie olandesi (A. Fanfani Il mancato rinnovamento economico” in La civiltà veneziana del XVIII secolo, Sansoni). Malgrado l’evidente crisi, l’aistocrazia veneziana evitò di varare le riforme chev sarebbero state necessarie per reggere il passo dei comcorrenti (M. Petrocchi Il tramonto di Venezia e il dispotismo illuminato, Deputazione dsi storia patria. F. Venturi Settedento riformatore. La repubblica di Venezia, Einaidi). Arrivato, poi, il momento della resa dei conti, Venezia rinunciò a dìfendersi e consegnò le chiavi del potere alla municipalità provvisoria. Venezia cadde sotto la dominazione straniera: francese, austriaca, francese e austriaca. La sua economia cadde in una profonda crisi che condannò la popolazione veneziana a vivere in una condizione di miseria che venne rilevata da tutti i viaggiatori stranieri. Se Venezia muore, scrisse Salvatore Settis. Venezia non morirà. Il luna park che è stato creato fa guadagnare una montagna di soldi che consentono la distribuzione di 53 mazzette in quantità.. Il resto lo lascio immaginare a voi. 54 54 55 56

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